Imparare dall’emergenza: andare oltre i vecchi steccati

Come ho già avuto modo di scrivere su Strade, l’emergenza ospedaliera procurata dal Covid19, è stata vissuta, dal punto di vista esistenziale, come se, a causa del virus, l’uomo avesse perduto la sua immortalità.

La retorica della “guerra” e del “nemico invisibile” hanno concorso a questo mood, così, chiunque osasse pronunciare la frase “convivere col virus” veniva additato al pubblico ludibrio, al pari di chi osasse passeggiare su una spiaggia deserta.

Il Governo, principale artefice di questa visione, ha così potuto esimersi dall’elaborazione di programmi di uscita dall’emergenza e piani ricostruttivi. Si è limitato a bislacche e inconcludenti conferenze serali, segnate dai mantra obbligatori: state a casa, andrà tutto bene. Il fatto poi che, a dispetto di un sistema che fa acqua da tutte le parti come dimostrano ampiamente i numeri, il Presidente Conte ci spieghi come il modello italiano sia preso ad esempio dal resto del mondo, aggiunge qualcosa di grottesco.

Grottesco, d’accordo, ma non solo, c’è di peggio. In questa sfacciata menzogna che fa leva sul senso patrio degli Italiani, c’è tutta l’eredità della retorica fascista, eredità fatta propria soprattutto dalla sinistra (sembra strano, ma è così) secondo cui, in fondo, continuiamo a essere il paese più bello del mondo, con la Costituzione più bella del mondo e il sistema sanitario più bello del mondo.

In questo quadro, va a nozze un Governo incapace di assumersi responsabilità come è l’attuale. Eppure qualche responsabilità bisognerà pure assumersela. Niente paura, il modo per scaricarle su altri si è trovato, i grillini, si sa, difettano di competenza, ma non di creatività: le taske force. Sì, non bastava l’Europa matrigna, ci voleva un altro nemico su cui scaricare ogni colpa.

Così, di retorica in retorica, si è arrivati al top del moralismo da bar: la salute viene prima dell’economia. I campioni di questa formula retorica si trovano ancora una volta a sinistra. Essa è infatti figlia della diffidenza verso il mondo del business (per molti di costoro equivale a una parolaccia)  e dell’attrazione fatale nei confronti di ogni forma di assistenzialismo. Così si pensa che tutti coloro a cui si impone di “stare a casa” godano di un reddito di cittadinanza, di una pensione (magari anticipata grazie a Quota 100), di uno stipendio garantito dallo Stato. Non è così. Di certo, quando, a causa della mancata produzione di ricchezza da parte di chi non è garantito, non si avranno le risorse per pagare sussidi, pensioni e stipendi statali, chi oggi vive all’insegna della chiusura, scenderà in piazza coi forconi.

In fondo in fondo, se vai a grattare bene, alla base di tutto ciò trovi un’inconfessata convinzione: i governi dalla parte del popolo stampano tanti soldi, quelli dalla parte dei “poteri forti” si inventano ogni scusa per stamparne pochi.

Dopo decenni di retorica sulla più o meno presunta macelleria sociale, sui diritti dei lavoratori che sarebbero stati calpestati dalla riforma del lavoro del Governo Renzi, sull’imperante neo-liberismo (questa è la più bella di tutte), oggi questi qui se ne fottono di  chi davvero oggi non arriva alla fine del mese, di chi deve ricorrere suo malgrado allo strozzinaggio, di chi non gode di alcuna garanzia, cioè di lavoratori autonomi e commercianti. A costoro sono stati destinati 600 euro. Ebbene, i tenaci sostenitori della chiusura a tutti i costi, si scandalizzano per quei 600 euro e, lungi dal mettere in evidenza quanto rappresentino una goccia nell’oceano, mettono alla berlina chi ne godrebbe (secondo loro) immeritatamente. Ancora una volta, i principali protagonisti di questa indecorosa gogna, stanno a sinistra.

Se c’è una cosa positiva di questa emergenza, è come abbia messo in luce la disparità di trattamento tra cittadino e cittadino e il fatto che la cultura politica della sinistra rappresenti la vera e più pesante zavorra della società italiana.

Per fortuna si avvicina il 25 aprile, così si può esorcizzare tutto, cantando Bella ciao. Ogni qualvolta si avvicina il 25 aprile, qualcuno, teorizzando quanto l’evento sia divisivo, propone di trasformarlo nella ricorrenza “contro tutti i totalitarismi”. No, il 25 aprile del 1945 l’Italia non si è liberata da “tutti i totalitarismi”, si è liberata dal regime fascista. Eppure quando si dice che questa ricorrenza è divisiva, si dice qualcosa di vero. Troppo spesso infatti essa è vissuta come “ricorrenza contro”, con rabbia, volta più a recriminare che a festeggiare, troppo spesso è rivolta contro coloro che vengono a tutt’oggi additati come “fascisti”. 

Rispetto a ciò, c’è una cartina tornasole. Molti di coloro che il 25 aprile celebrano la caduta del regime fascista, ogni 10 novembre, ricorrenza della caduta del Muro di Berlino, teorizzando quanto essa sia divisiva, propongono di trasformare l’evento in ricorrenza “contro tutti i muri”. Ma è davvero così difficile festeggiare con gioia, nelle due ricorrenze, la liberazione dell’Italia dal regime fascista e la liberazione dell’Europa dai regimi comunisti?

Dico ciò perché, per porre fine allo scempio di questo governo privo di dignità e di visione, occorre dare spazio a un’area politica nuova, che sappia davvero porsi oltre i vecchi steccati e scardinare quei luoghi comuni e quei pregiudizi sui quali destra e sinistra sono fino ad oggi campato. L’emergenza ha messo in luce un “asse di fatto” tra Forza Italia e Italia Viva. Silvio Berlusconi e Matteo Renzi sono gli unici due leader che hanno mantenuto, senza tentazioni ondivaghe, fin dall’inizio dell’emergenza, una posizione propositiva, realistica e saggia. Su quest’asse di fatto, va rilanciata, riposizionandola, l’iniziativa politica di Italia Viva, anche rinunciando al consenso di chi continua a pensare al “PD dei giusti” o a un “partito catto-comunista moderato”. Diciamolo, bisogna anche pensare a nuovi volti: per Berlusconi si prospetta un ruolo da padre nobile, Renzi può ambire a prestigiosi incarichi istituzionali sul piano nazionale ed europeo.

Chi allora può oggi farsi portatore di questa nuova iniziativa politica? Esattamente un anno fa, scrivevo per Strade un articolo, allora considerato spregiudicatamente visionario, dal titolo Care Mara e Maria Elena, l’Italia ha bisogno di coraggio: il vostro. Continuo a pensarlo.

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