Ballare col virus

La nuova uscita di Renzi ha ancora una volta suscitato mille polemiche. C’è chi sostiene che ne inventi ogni giorno una nuova per restare sulla breccia della visibilità: dopo la sparata sul sindaco d’Italia, si inventa quella della riapertura. Può anche darsi che ci sia del vero, ma questa volta Renzi ha colpito nel segno, non solo in senso tattico, ma proprio nel senso della visione: col virus si dovrà convivere.

La cosiddetta quarantena è indispensabile per far fronte a un’emergenza sanitaria nel senso “ospedaliero” del termine: si sa, occorre portare il contagio a livelli sostenibili per il nostro sistema, è necessario rispondere all’emergenza riducendo il contagio e potenziando le strutture.
Ma allora nel frattempo che si fa? Si convive con l’esistenza del virus, come si convive con l’esistenza di tante altre patologie.
Ma allora avevano ragione Boris e Trump? In buona parte, sì. Trump aveva ragione quando ammoniva sul primato dell’economia, Boris aveva ragione quando preannunciava che bisognava prepararsi all’idea che qualcuno potesse perdere un caro.
Eppure nel Belpaese impera la retorica secondo cui la salute delle persone verrebbe prima dell’economia, come se un’economia solida non garantisse migliori standard di vita e di salute e migliori sistemi sanitari. Questa visione moralistica e in fondo complottista è figlia della cultura grillina che ha permeato buona parte della società civile e politica.
In fondo il grillismo ha sempre vagheggiato di un mondo senza lavoro e tanti soldi stampati. Il virus sta accelerando i tempi: tutti sul divano, le macchine producono, lo Stato stampa soldi e moduli di permesso. Così il sogno grillino si rivela per quello che è: un incubo, un agghiacciante comunismo 4.0.
L’atteggiamento con cui si affronta questa emergenza, segna un discrimine esistenziale prima che politico. Per questo, almeno in questo caso, la posizione politica di Renzi non appare tattica, ma ampiamente strategica e indica un atteggiamento generale prima che una prospettiva politica.
Il compianto Luigi De Marchi, autore tra l’altro della post-fazione al mio librino La leadership secondo Peter Pan (la prefazione era di Casaleggio senior), teorizza nel suo bellissimo libro Scimmietta ti amo come in fondo la transizione dalla scimmia umana verso l’Uomo non si sia ancora compiuta e come tale passaggio sarà compiuto solo quando l’uomo, stringendosi in un abbraccio solidaristico, interiorizzerà pienamente la consapevolezza della morte e cesserà di cercare una risposta in paradisi celesti (in generale le religioni) e in paradisi terreni (i totalitarismi).
Ecco, sembra che di fronte al Covid19 ci si comporti come se l’uomo, per colpa del virus, avesse perduto la sua immortalità. No, non è così: possiamo scegliere di guardare all’uomo finalmente compiuto, possiamo scegliere di sconfiggere il virus convivendoci, se possibile col sorriso sulle labbra.
In questo senso, mai come oggi suonano attuali le parole di Gandhi: la vita non consiste nell’attesa che passi la tempesta, ma nell’imparare a ballare sotto la pioggia.
Dobbiamo imparare a ballare sotto questa pioggia. Per questo “stare a casa per sconfiggere il virus” e “convivere col virus” esprimono posizioni esistenziali diverse, l’una fondata sull’illusione della felicità derivante dalla sconfitta del nemico di turno (oggi è il virus), l’altra fondata sulla consapevolezza della complessità e contraddittorietà della realtà e, in fondo, anche sulla consapevolezza che la morte non è il contrario della vita, è il contrario della nascita, giacché nascita e morte appartengono ad egual titolo alla vita.
Come si trasforma questa posizione esistenziale in prassi governativa? Con una politica che sappia al contempo garantire sostenibilità al sistema sanitario e garantire sostenibilità all’economia, ben sapendo che, tra l’altro, un’economia in pezzi non potrà certamente permettersi un sistema sanitario efficiente. In Italia, patria della piccola impresa, questo sforzo è particolarmente necessario e, diciamolo, urgente. Per anni abbiamo speso parole retoriche sul sistema delle piccole imprese, descrivendolo come la meravigliosa spina dorsale del sistema economico italiano, facendo poco o niente per agevolare la crescita dimensionale delle organizzazioni e oggi paghiamo pegno: questa spina dorsale è forse flessibile, ma debole e non potrà reggere a una situazione di stallo se non per pochi, pochissimi mesi.
Ricorrere al debito? Ma certo. Con la consapevolezza che il debito non è la meravigliosa panacea di tutti i mali di cui gli economisti grillini (anche in salsa sovranista) ci hanno sempre parlato, come se il governo dei buoni si distinguesse da quello dei cattivi in ragione della quantità di moneta stampata. I grillini in fondo si sono sempre sentiti come i “ribelli” della Casa di carta.
Chiedere aiuto alle Istituzioni Europee? Ma certo. Ben consapevoli dell’enorme sforzo che la BCE ha già compiuto acquistando 220 miliardi di euro di Titoli di Stato italiani, pari al 12% del PIL (sic!), una cifra gigantesca che, a dire delle stesse Istituzioni Europee, potrà essere ulteriormente ampliata. Ma si sa, quando si parla di Unione Europea, per un certo tipo di accattone ciò che si riceve è dovuto e, per pretendere di più, si “sbattono i pugni sul tavolo”.

Questa emergenza ci sta insegnando qualcosa, è vero, ma la sosta forzata non è salvifica, non salva il pianeta e non salva noi stessi, non è un segnale che la natura lancia all’uomo cattivo come se l’essere umano non fosse egli stesso parte della natura. Gli insegnamenti che possiamo trarne sono altri e riguardano ad esempio la possibilità di potenziare il lavoro e lo studio in remoto, ma anche la necessità di nuovi atteggiamenti che limitino il contagio in generale e non solo del Covid19, cambiamenti banali, ma non per questo insignificanti: il gusto di parlare con garbo e a voce bassa, la prudenza di starnutire sul fazzoletto o sul gomito; il buon gusto di non avere un atteggiamento invadente e tenersi a debita distanza, la consapevolezza di non dover per forza dimostrare quanto si è eroici nel recarsi al lavoro anche quando influenzati. Sì, un nuovo diffuso galateo.
Bisogna ripartire e ripartire può significare rinascere, rinascere oltre le vecchie abitudini, i vecchi vizi e i vecchi pregiudizi, mettendo in discussione i nostri tabù, scardinando i vecchi steccati.
Forse ne può nascere una nuova Italia e, forse un nuovo modello di homo italicus, di cittadino italiano.
Un cittadino che sappia mettere il suo senso di responsabilità individuale a disposizione della comunità non solo nell’emergenza. Che sappia guardare alle proprie aspirazioni, prima che ai propri bisogni. Che superi la tentazione di autoattribuirsi e attribuire etichette sociali totalizzanti e statiche, nella consapevolezza che siamo tutti in transizione e tutti precari, ma tutti in crescita e sperimentazione. Che sappia mantenere il dubbio e, specie sui temi etici, sia mosso più dalla comprensione dell’altro che non dalla volontà di proporre crociate, religiose o laiche che siano. Che guardi alla propria emancipazione come dovere verso se stesso e verso la comunità, facendosi così più protagonista del proprio percorso di vita. Che si assuma la responsabilità dei propri mancati successi, senza alibi, senza il bisogno di “nemici” su cui scaricare ogni colpa e mettendosi in discussione.
C’è un’altra storia da raccontare e c’è una rinascita da promuovere.

Affinché tutto ciò possa realizzarsi, non ci serve il Governo dei grillini e dei loro sodali comunistoidi, il governo dei moduli e dei divieti, il governo dei sostenitori della decrescita felice e dei novax. Ci vuole qualcos’altro, di molto diverso, che coinvolga trasversalmente le persone di buona volontà: il Governo della Rinascita. Bisogna lavorarci.

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