E se stavolta Grillo ci azzeccasse?

Il consenso è solo l’effetto delle vere cause, l’immagine che si proietta sullo specchio. Vanno affrontate le cause per risolvere l’effetto ossia i problemi politici (idee, progetti, visione) e i problemi organizzativi (merito, competenza, valori e rimanere movimento decentralizzato, ma efficiente).

E Conte non potrà risolverli perché non ha né visione politica, né capacità manageriali. Non ha esperienza di organizzazioni, né capacità di innovazione.

Con queste parole, Grillo risponde all’ultimatum di Conte.

Si tratta di parole assolutamente condivisibili. Poi, si sa, Grillo dice e fa tutto e il contrario di tutto, ma queste parole restano perfette ed anche ispiranti per altre forze politiche.

Non solo i 5Stelle sono chiamati a interrogarsi sulle cause del proprio modesto consenso. Non solo i 5Stelle sono chiamati a interrogarsi sulle idee, progetti, visione che li caratterizzano. Quali idee forti e innovative ci raccontano? Quali progetti ci rendono visibili? Quale visione di futuro scalda i cuori di chi ci segue?

Domande cruciali per tanti.

Poi, certo, c’è il tema della leadership: chi è davvero in grado di convogliare energie verso un “futuro desiderato”? Nei 5Stelle, credo che Grillo abbia ragione, non è Conte. Egli ha avuto la sorte di guidare il governo durante la pandemia e, benché lo abbia fatto male, ciò gli ha conferito l’aurea di “capitano nella tempesta”, un capitano elegante e sobrio, affascinante per larga parte della popolazione. Si tratta di un fascino illusorio e di breve durata, ha ragione Grillo: nessuno riuscirebbe a indicare una sola idea, un solo progetto, una sola visione targata Conte.

E gli altri? Anche il tema della leadership non è esclusiva dei 5Stelle. Così in uno scenario caratterizzato da vuoto di visione, i tanti leader in pectore, anziché mettere mano a un’innovativa proposta di futuro, continuano ad agitare il fantasma delle “destre” e, di fatto, in modi più o meno differenti, replicano l’antico rito del “cartello contro”. 

E le idee forti? Siamo fermi alla sostituzione del vocabolario della lingua italiana col codice penale (Ddl Zan) e al sabato fascista (inginocchiamenti obbligati).

Se Grillo compirà il suo intento di immaginare una visione davvero innovativa, oltre lo schema destra-sinistra, che non peschi qua e là nel vecchio armamentario novecentesco come troppo spesso è stato in passato, sarà ben meglio di Conte, ma, forse, anche di costoro.

Landini, Le iene e la propaganda anti-impresa

L’altro giorno, era il primo giugno, prima di pranzo ho dato un’occhiata al telegiornale, per l’esattezza al TG3. Il tema dominante riguardava la cosiddetta ripartenza e il tema della proroga del blocco dei licenziamenti. La voce centrale era quella di Maurizio Landini, segretario generale della CGIL. Egli non si è lasciato sfuggire l’occasione di proporre l’ennesimo retorico slogan. Ecco le parole testuali: non c’è bisogno di sostenere le imprese, c’è bisogno di sostenere il lavoro.

Lo slogan suona bene e rimanda all’ascoltatore distratto l’idea che le risorse destinate al sostegno delle imprese siano impunemente sottratte a quelle da destinare al sostegno del lavoro. Insomma, si ripropone la polverosa idea che imprese e lavoro viaggino su binari diversi, quasi incompatibili, addirittura conflittuali. 

Qualcuno potrebbe sostenere che siano parole degne dell’operaismo degli anni ’70. Vero, e per questo fa ancora più impressione rileggere le parole così diverse che pronunciava Luciano Lama, all’ora segretario generale della CGIL, nel lontano 1978: Noi non possiamo più obbligare le aziende a trattenere alle loro dipendenze un numero di lavoratori che esorbita le loro possibilità produttive. Un sistema economico non sopporta variabili indipendenti. Noi siamo convinti che imporre alle aziende quote di manodopera eccedenti sia una politica suicida.

Landini impersonifica la sconfitta storica di Lama.

Dopo cena decido di dare un’occhiata alla puntata de Le iene. Ed ecco la conferma, in altra forma, del pensiero landiniano: un servizio sul licenziamento di un impiegato di Ferragamo. Il servizio è montato col chiarissimo intento di far apparire il dipendente come una sicura vittima e l’azienda come una sorta di associazione a delinquere. Da quello che ho capito, si tratta di un impiegato che fu assunto personalmente da Ferragamo venticinque anni fa, a cui fu assegnata un’abitazione per sé e per la propria famiglia. Da quanto ho capito, la relazione era improntata a una particolare benevolenza in ragione della storia di quel sudamericano in cerca di fortuna in Italia. Poi la sua abitazione va a fuoco e il dipendente pensa bene di rivolgersi a un avvocato per il rimborso dei danni in contenzioso con l’impresa. Ferragamo, immagino deluso, decide di interrompere il rapporto e chiede al suo responsabile HR di procedere in tal senso, facendo però in modo che il dipendente possa contare sul sussidio di disoccupazione.

In effetti, non conoscendo nel dettaglio la vicenda, non mi sento di prendere le ragioni di questo o quello, ma men che meno mi sento di aderire all’idea del servizio de Le iene secondo cui il dipendente è per definizione una povera vittima e l’azienda è per definizione un ente crudele. In tutto ciò, avendo avuto qualche tempo fa l’onore di conoscere personalmente la famiglia Ferragamo, mi sentirei di escludere comportamenti meno che corretti.

Se questi qui, i Landini e le iene varie, mettessero una volta davvero piede in un’azienda, si accorgerebbero che normalmente l’imprenditore spende il suo tempo e le sue energie a pensare a come sviluppare l’impresa e non a come licenziare i dipendenti.

Decenni di propaganda anti-impresa lasciano e lasceranno il segno. Il compito che i liberal-democratici hanno di fronte a sé, è soprattutto di tipo culturale: sgretolare con coraggio e senza pudore i tabù che le tante iene hanno fatto sedimentare.

Fedez e la deriva infinita della sinistra

Era la fine degli anni ottanta quando il crollo del Muro di Berlino segnò emblematicamente il fallimento dell’ideologia comunista.

Da allora si assiste a una rocambolesca ricerca di un palliativo, qualcosa che sostituisca il marxismo e continui a dare senso alla propria storia: i reduci non mollano facilmente la presa.

In un primo momento si è cercata una sponda nel moralismo e venne il tempo della cosiddetta questione morale e di uno sfrenato odio verso Craxi e tutto quanto a sinistra non fosse di estrazione comunista o catto-comunista.

Questo atteggiamento spianò la strada al giustizialismo e venne il tempo dell’ infatuazione nei confronti di Travaglio e dei festeggiamenti a ogni avviso di garanzia recapitato al nemico Berlusconi.

Non bastava, ci voleva qualcosa di più forte, così si colse al volo l’occasione offerta dal caso Ruby e all’odio verso il nemico e alla devozione verso i giudici si aggiunse un terzo ingrediente: il bacchettonismo. Così nella sinistra prese corpo una forma oscurantista di bacchettonismo catto-comunista. Essa ha permeato parte della società italiana, tanto da diffondere la malsana idea secondo la quale una ragazza di diciassette anni non sia libera di fare l’amore con chi cavolo vuole senza che qualcuno finisca in tribunale.

Non stupisce di certo che tutto ciò abbia spianato la strada all’insorgere del grillismo. Ma i grillini hanno finito per appropriarsi di questo armamentario moralista e giustizialista e la sinistra si è ritrovata nuovamente orfana di un appiglio “ideologico”.

L’assenza di un’identità, di un impianto ideale e di una conseguente narrazione, hanno determinato un atteggiamento passivo di fronte all’insorgere del fenomeno neo-populista: scientismo e richiamo alla competenza non bastano di certo, anzi portano alla conservativa difesa dello status quo.

Chi poteva togliere le castagne dal fuoco? Ci si è innamorati a caso di chiunque passasse, da Greta alle Sardine, ma la vera frontiera tardava a palesarsi. Poi, finalmente, la luce: Fedez. Dopo un comico, non poteva mancare un cantante.

Fedez, nuovo fortissimo punto di riferimento del campo progressista. Come mai? La vicenda, come si sa, si consuma in occasione del concerto del Primo Maggio. Fedez pretende di spacciare per arte la pubblica gogna nei confronti di rappresentanti leghisti, colpevoli di aver pronunciato frasi (oggettivamente) orribili. I rappresentanti dell’editore e del proprietario dei diritti televisivi hanno garbatamente cercato di spiegare a Fedez che quello non era il contesto adeguato per un’operazione del genere e che ridicolizzare una specifica parte politica (su una questione che oltretutto c’entra nulla col Primo Maggio) non era coerente con la linea editoriale di una TV pubblica che, nei limiti del possibile, è chiamata a rappresentare tutti.

Ma no! Col fare del liceale che occupa la scuola senza ascoltare ragioni, Fedez si scandalizza alle parole “contesto” e “linea editoriale” e, con Fedez, si scandalizza l’intera sinistra. Sì! Abbiamo il nuovo idolo! Il nuovo impianto ideale è bell’e pronto ed è sintetizzato in uno slogan memorabile: non c’è contesto che tenga, dico il cazzo che mi pare.

Un ultimo pensiero, partecipato e solidale, a quei sinceri liberal-democratici che ieri parteciparono alle manifestazioni delle Sardine e di Greta e oggi salutano il Primo Maggio di Fedez col pugno chiuso.

Ogni volta sembra l’ultima, ma no, è una deriva senza fine.

Terzo polo? Roba difficile, ma si può fare.

Guardando ai sondaggi delle quattro principali forze politiche, osserviamo che Partito Democratico e Cinque Stelle contano su un complessivo 35% mentre Lega e Fratelli d’Italia si avvicinano al 40%. Insomma, le due alleanze neo-populiste contano, sul 75% dei consensi.

Sembra quindi che ci si debba rassegnare a un bipolarismo tra populismo cosiddetto “di sinistra” e populismo cosiddetto “di destra”.

È così? Forse, ma prima di esserne certi, occorre buttare un occhio alle forze minori e segnatamente a Forza Italia e Italia Viva. Queste due forze si trovano di fronte a un bivio: recitare la parte dell’anima critica dei due poli (Italia Viva del polo populista “di sinistra”, Forza Italia del polo populista “di destra”) oppure dare vita a un terzo polo antagonista al populismo in tutte le sue forme.

La prima via porterebbe ineluttabilmente e giustamente alla loro marginalizzazione, la seconda via le renderebbe protagoniste di un’iniziativa politica di portata storica.

Quali condizioni favorirebbero il secondo scenario? Ne indico alcune.

  • Italia Viva deve smettere di pensare che l’alleanza PD-5Stelle sia innaturale, essa è al contrario naturalissima e affonda le sue radici in una comune cultura politica. Su ciò ho già scritto piuttosto ampiamente.
  • Forza Italia deve semplicemente ricordare le sue origini: una forza di centro, democratica, atlantista, europeista.
  • Dare vita a un nuovo movimento che superi le attuali leadership di Forza Italia e Italia Viva, equidistante dai due poli populisti.
  • Non limitarsi a negare la bontà della narrazione populista, ma proporne una alternativa, migliore, oltre lo schema destra/sinistra.
  • Rivolgersi a tutti gli elettori, nessuno escluso.

Roba difficile? Sì. Infatti in molti si illudono che esistano delle scorciatoie. La più gettonata, ma anche la più risibile, vorrebbe che il terzo polo nasca da un’alleanza tra Italia Viva, Più Europa e Azione, insomma l’alternativa consisterebbe nel perseverare a fare l’anima critica del PD, ma con la cannabis libera e un po’ di ambientalismo che non guasta mai, magari sotto la guida di Cottarelli. Farebbe ridere se non facesse piangere come è stato ampiamente dimostrato dalle scorse elezioni regionali, segnatamente in Liguria.

Qualcuno si farà carico di lavorare alla via più difficile, ma certamente più meritevole? Forse, non disperiamo dai.

Anticomunismo? Sì, cioè no, anzi sì ma, sì però, quindi no.

Genova, 9 febbraio 2021, il Consiglio comunale approva un ordine del giorno proposto da Forza Italia per l’istituzione di un’anagrafe antifascista e anticomunista a tutela dei valori costituzionali. Si tratta di un’iniziativa ideologica, dimostrativa, strumentale e un po’ astratta che però pone un tema ancora oggi irrisolto: la condanna senza distinguo di tutti i totalitarismi.

Il PD, guidato dalla capogruppo Cristina Lodi, sceglie di astenersi al fine di salvaguardare quell’anagrafe antifascista per l’istituzione della quale si era battuto.

Apriti cielo!

Ma come si fa a equiparare fascismo e comunismo! Gran parte della sinistra si schiera indignata: proprio nei giorni della celebrazione della nascita del Partito Comunista in Italia!

Il risultato: il PD chiede scusa (sic!) e, in perfetto stile sovietico, silura la capogruppo Cristina Lodi che, in perfetto stile maoista, espone pubblicamente la sua sincera autocritica.

L’Italia è l’unico Paese del mondo libero, in cui parlare di anti-comunismo è un tabù, in cui un partito che si chiama (non solo si definisce, proprio si chiama) democratico, lancia un j’accuse contro una sua rappresentante, rea di non aver votato contro una mozione in cui non si parla solo di antifascismo, ma anche di anticomunismo. L’Italia è l’unico Paese del mondo libero, in cui se equipari i regimi fascisti a quelli comunisti, sei messo in croce.

Il dibattito appare vecchio e polveroso e lo sarebbe se non fosse che in Italia, ripeto, il nodo non è stato ancora sciolto.

Ogni 25 aprile si celebra la liberazione dell’Italia dal fascismo e immancabilmente qualcuno (pochi), da destra, sostiene che in fondo il 25 aprile dovrebbe rappresentare una giornata contro tutti i totalitarismi. No, il 25 aprile del 1945 l’Italia si è liberata dal regime fascista, non da “tutti i totalitarismi”. Allo stesso modo, ogni 9 novembre si celebra in tutta Europa la caduta del Muro di Berlino e immancabilmente qualcuno (tanti), da sinistra, sostiene che in fondo il 9 novembre dovrebbe rappresentare una giornata contro tutti i muri. No, il 9 novembre 1989 è caduto il Muro di Berlino, non “tutti i muri”, e l’Europa si è liberata dai regimi comunisti.

Ma è davvero così difficile celebrare con gioia ogni 25 aprile la liberazione dell’italia dal regime fascista e ogni 9 novembre celebrare con gioia la liberazione dell’Europa dai regimi comunisti?

Ogni 24 marzo si onorano le vittime delle Fosse Ardeatine ad opera dei soldati nazisti. Allo stesso modo, ogni 10 febbraio si onorano le vittime delle foibe ad opera dei partigiani comunisti slavi. La prima ricorrenza è considerata sacra e, giustamente, nessuno può permettersi di discuterla. La seconda ricorrenza è invece tuttora accompagnata da una grandinata di distinguo, j’accuse, richieste di “contestualizzazione”, “si, ma” e “si però”. Chi la celebra, onora le vittime, ma ben difficilmente osa pronunciare i termini comunismo e anticomunismo. È un tabù anche per un partito come Italia Viva che, pur nascendo con l’intento di affermare una sinistra moderna e riformista, il coraggio di definirsi anticomunista non ce l’ha.

Ma è davvero così difficile onorare senza se e senza ma ogni 24 marzo le vittime delle Fosse Ardeatine e ogni 9 novembre le vittime delle foibe? È davvero così difficile condannare gli orrori prodotti dal fascismo e dal comunismo? Sì, in Italia è difficile.

Si parla tanto di polo liberal-democratico. Una delle condizioni perché esso prenda vita, è certamente lo sgretolamento di questo tabù. Il polo liberal-democratico dovrà usare il linguaggio del pro più che dell’anti, ma se proprio sarà necessario definirsi anti-qualcosa, allora dovrà definirsi, come si fa nel resto d’Europa, tanto fieramente antifascista quanto fieramente anticomunista.

In difesa di Matteo Renzi

Quando si è privi di una visione, per affermare la propria (mancata) identità, ci si concentra su un “nemico”. Quando non si ha un “per” da offrire, si propone un “contro”.

La politica italiana è da tempo immemore incentrata sulla logica del nemico e del contro. A destra come (ancor piu) a sinistra.

Basta poco per costruire un mostro e farlo diventare il nemico numero uno: un paio di slogan efficaci, un po’ di sarcasmo, un bel po di cattiveria, e il gioco è fatto.

Berlusconi lo sa bene: tuttora uno schiumante Travaglio, in un suo recente video, lo chiama “pregiudicato”, urlando con le mani a fare megafono vicino alla bocca.

Anche Renzi lo sa bene. Per demonizzarlo si è andati oltre la pervicacia giudiziaria usata nei confronti di Berlusconi: si è cercato di coinvolgere i suoi famigliari confezionando prove false e si sono intimiditi i suoi sostenitori accusandoli falsamente di finanziamento illecito. Roba forte che i più hanno già dimenticato.

Ma veniamo alla cronaca.

Una decina di giorni fa, Renzi ha messo in discussione la serietà e competenza del Governo Conte che, secondo Renzi, si sarebbe dimostrato molto al di sotto delle attese. Così Italia Viva, dopo vani e documentati sforzi volti a produrre un “cambio di passo”, ha ritirato la fiducia al Governo.

Cosa legittima? Ovviamente sì. Però, apriti cielo.

Altri dell’area di centro possono non apprezzare e non sostenere Conte, è il caso di Più Europa (Emma Bonino), Azione (Calenda), Noi con l’Italia (Maurizio Lupi). Nessuno ha, ovviamente, alcunché da recriminare. Ma a Italia Viva non è concesso, così parte la macchina della costruzione del mostro.

Si gioca su due slogan:

Renzi getta l’Italia nel dramma proprio durante la pandemia!

Renzi se ne frega del Paese, vuole solo più ministeri!

Parte una macchina del fango di una violenza verbale inaudita che impazza sui social.

Poi la grande sorpresa. Si scopre che Renzi rifiuta ogni offerta di più ministeri e maggior presenza nel Governo e si scopre che il Paese non vive alcun dramma, le Regioni continuano a gestire l’emergenza sanitaria e l’Italia avrà un nuovo Governo che i più considerano, almeno potenzialmente, di gran lunga migliore del precedente. Esso è sostenuto incondizionatamente da Italia Viva che pure avrà un solo ministero e non due come nel Governo precedente.

Tanti dovrebbero almeno interrogarsi, ma non lo fanno, Renzi è antipatico.

Tre donne per Draghi

Il Governo Conte Secondo, quello cosiddetto giallorosso, nasce dall’iniziativa politica di Matteo Renzi. Egli, mosso dalla volontà di non interrompere la legislatura, ha abilitato i Dem a sdoganare i grillini e dare vita a una nuova maggioranza. Con ciò, ha risparmiato al Paese una tornata di elezioni anticipate con un quadro politico per nulla definito (checché se ne dica sono sempre una piccola sconfitta per il sistema democratico) e si è regalato un po’ di tempo per provare a dare vita (a oggi, con ben scarso consenso) al suo partito, Italia Viva.

Durante il Conte Secondo, molti commentatori hanno messo in evidenza quanto sia “innaturale” l’alleanza tra PD e Cinque Stelle. Innaturale un corno: sinistra e grillismo hanno radici culturali comuni, direi saldamente intrecciate. Ne ho già scritto, alcuni valori, generatori di altrettante retoriche, rappresentano un sicuro terreno comune: l’autocertificata onestà, l’egualitarismo dell’ “uno vale uno”, l’illusione della democrazia diretta, l’apologia del ribellismo, la mistica del “nemico”, la diffidenza pauperista verso le persone di successo, lo snobismo antimodernista, lo stesso complottismo anti-sistema.

Il nuovo refrain riguarda oggi il rapporto tra giallorossi e sovranisti nel nuovo esecutivo che Draghi si accinge a varare, anch’esso generato dall’iniziativa politica di Matteo Renzi: ma come si può pensare che dem e grillini possano stare insieme ai leghisti! Anche in questo caso, si ragiona guardando la realtà con vecchie lenti deformanti: grillini e leghisti, come tutti sanno, hanno felicemente governato insieme e poi lo stesso cavallo di battaglia leghista, Quota 100, appartiene a pieno titolo alla tradizione politica della sinistra: giù le mani dalle pensioni! Chi nega, non sa o finge di non ricordare o mente.

E allora? Tutti uguali? Ovviamente no, semplicemente oggi si stanno ponendo nuovi discrimini destinati a far emergere nuove forze e a squadernare buona parte di quelle esistenti. Nel nascente Governo Draghi, il vero spartiacque ideale si consuma tra Italia Viva – Più Europa (e Azione) – Forza Italia da un lato, Lega – 5Stelle – PD dall’altro. Certo, il PD in misura e modi più sfumati e contraddittori, ma quest’è. D’altronde anche Lega e 5Stelle sono lacerati da contraddizioni interne molto più consistenti di quanto appaiano. Il Governo Draghi potrà porsi come un “esecutivo tecnico d’emergenza” o potrà rappresentare un rilevantissimo fatto politico. Questo secondo caso potrà avere luogo solo a condizione che il Governo si formi e agisca intorno all’asse politico Italia Viva – Più Europa – Forza Italia. Per questo, sogno che le tre figure più rappresentative del nascente Governo siano tre donne: Boschi, Bonino, Carfagna. Sognare costa poco, al massimo l’ennesima delusione.

Squadernamento Draghi. Tecnici al potere o nuovo quadro politico?

L’incarico a Mario Draghi squaderna il quadro politico e propone finalmente nuovi discrimini che c’entrano nulla con destra e sinistra.
L’iniziativa di Renzi è stata ovviamente il primo fattore generativo di questa nuova situazione.
L’esito non è così scontato, ma dire di no a Draghi e sì alle elezioni anticipate, non sarà facile.
Vedremo. La mia speranza è che questo possibile nuovo quadro generi un “movimento” alternativo al populismo di destra e di sinistra, quindi davvero trasversale rispetto al vecchio schema. Ne dubito, ma spero.

Alcuni sostengono che questa situazione segni la sconfitta della politica. No, indica la necessità di superare il vecchio paradigma della politica.

Qualcuno, giustamente, saluta invece con simpatia ed entusiasmo questa nuova possibile fase. Lo fa ad esempio Rocca su Linkiesta.

Tra tante cose condivisibili, Rocca scrive: “Il sostegno di Renzi ci sarà, così come quello di Calenda e di Bonino, i quali tutti insieme hanno adesso l’occasione di costruire un polo liberal-democratico alternativo ai populisti e ai sovranisti e a metà strada tra il centrodestra e il Pd.”
Bene. Un polo alternativo a populisti e sovranisti ci vuole, eccome se ci vuole, ma se nascesse solo da Renzi-Calenda-Bonino, non sarebbe percepito (e non sarebbe) equidistante da centrodestra (Forza Italia) e PD. Si continua a essere prigionieri di questo equivoco. Fino a quando non si supererà, il polo alternativo non ci sarà.

Qui il pezzo di Rocca.

La crisi, il PCI e il complesso della sinistra

La crisi di governo si dipana proprio nel giorno in cui si celebra la costituzione del Partito Comunista in Italia. 

C’è una qualche correlazione tra i due eventi oltre alla semplice coincidenza temporale? Sì, c’è. 

Il partito comunista nasce un secolo fa con il dichiarato intento, dettato dai comunisti sovietici, di indebolire l’area e la prospettiva riformista di tradizione socialista. Dal momento del loro costituirsi in partito, i comunisti italiani hanno preso a denigrare e irridere i socialisti, definiti “social-fascisti”, in nome di una visione rivoluzionaria che l’ispirazione riformista indeboliva. Lo stesso termine “riformista” equivaleva a un insulto, tanto che, molti anni dopo, gli esponenti comunisti più inclini a una politica riformista, è il caso di Giorgio Napolitano e Emanuele Macaluso (mancato proprio in questi giorni), non avranno il coraggio di definirsi tali e saranno costretti a coniare un neologismo: “miglioristi”.

Sta di fatto che la spaccatura del movimento socialista e la conseguente nascita del partito comunista, superata la parentesi del ventennio fascista, ha generato nel tempo due effetti:

  • Egemonia comunista nella sinistra e conseguente impossibilità (di fatto) di vivere una normale democrazia dell’alternanza. 
  • Sedimentazione della logica del “nemico” (derivato diretto della teoria del nemico di classe) nella cultura politica della sinistra italiana.

Per decenni la democrazia italiana è rimasta bloccata, priva di una realistica possibilità di alternanza. Così la Democrazia Cristiana governava con anomala continuità, mentre il Partito Comunista vagheggiava di un’alternativa impossibile. 

Negli anni ottanta si levò la voce di Bettino Craxi che, vaso d’argilla tra vasi di ferro, pose il tema e dedicò la sua vita politica alla costruzione delle condizioni politiche volte a generare una normale democrazia dell’alternanza, condizioni che inevitabilmente passavano attraverso un rovesciamento dei rapporti di forza tra PCI e PSI. Per lunghi anni Bettino Craxi fu dunque considerato il nemico numero uno dei comunisti e non certo a causa della cosiddetta “questione morale”, foglia di fico antesignana della retorica della “casta” e dell’antipolitica grillina, ma proprio a causa della sua visione che fece riemergere l’atavico antisocialismo comunista.

Enrico Berlinguer si rese ben conto del cul de sac in cui si trovava la democrazia italiana e teorizzò la strategia della “solidarietà nazionale”: tutti insieme al governo, contro la prospettiva dell’alternanza. Si trattava di una visione non solo miope, ma anche ben poco democratica. 

Negli anni novanta il quadro politico fu squadernato dall’iniziativa politica di Silvio Berlusconi che, favorito dal sistema elettorale generato dal referendum di Mario Segni, determinò per la prima volta in Italia la possibilità di scegliere tra opzioni politiche alternative. Di questo non gli si sarà mai abbastanza grati. Non a caso, anch’egli divenne il pericolo numero uno della sinistra che, per quanto non si definisse più “comunista”, continuava a fondarsi sulla logica del nemico.

Il nuovo millennio ha portato con sé una nuova epoca, per comprendere la quale occorre sgretolare i vecchi tabù, i vecchi totem, i vecchi paradigmi. Oggi la partita non è più tra destra e sinistra, ma tra l’opzione populista e l’alternativa che non c’è. Perché non c’è ancora un’alternativa all’opzione populista? In buona parte perché si pensa, sbagliando, che il populismo sia sostanzialmente “di destra” e l’alternativa al populismo non possa che provenire da “sinistra”. Falso. Come ho più volte scritto e approfondito, la narrazione populista è trasversale rispetto allo schema destra/sinistra e anche l’alternativa al populismo deve inevitabilmente esserlo. 

Veniamo alla cronaca. L’impasse politico in cui ci troviamo oggi è in gran parte figlio di questa situazione: in Parlamento si consuma un confronto (privo di contenuti), tra centro-destra e centro-sinistra anziché, come dovrebbe essere, tra fronte populista (nelle sue declinazioni sovraniste e giustizialiste) e fronte alternativo. 

La stessa iniziativa di Italia Viva, nonostante le speranze (poi deluse) che aveva destato al suo esordio, è prigioniera di questo equivoco, così Renzi, nel suo intervento al Senato, si rivolge ai banchi del PD con l’espressione “amici e compagni del PD” e aggiunge, citando Martinazzoli, “Io credo che la politica sia altrove e che, prima o poi, dovrete tornarci”. Insomma, la missione di Italia Viva sembra essere quella di esercitare il ruolo di anima critica del PD. Considerando che il PD interpreta a sua volta il ruolo di anima critica dei cinquestelle, Italia Viva sembra ridursi a fare l’anima critica dell’anima critica dei grillini. Il partito renziano nasce col complesso della sinistra e non evolve, anzi. Risultano emblematiche le parole con cui Teresa Bellanova celebra su Twitter il centenario della nascita del partito comunista in Italia: Riferimento imprescindibile per tanti di noi. Anche se oggi il partito non esiste più, esistono ancora quei principi di uguaglianza, libertà, democrazia, riformismo che abbiamo il dovere di promuovere sempre

Il sistema democratico italiano non ha bisogno di nuove “vere sinistre” e neanche dell’affermazione della “sinistra riformista”, tema che, come detto, aveva una sua legittimità negli anni ottanta, ma che oggi appare fuori dalla storia. 

Di cosa ha bisogno il sistema democratico italiano? Ecco i tre fattori principali:

  • Una narrazione politica alternativa a quella populista che, come quella populista, sia trasversale rispetto allo schema destra/sinistra. 
  • Un progetto politico volto a costruire una forza portatrice di questa visione. 
  • Un leader che sappia convogliare su tale progetto energie trasversali. 

Mi pare di non vedere all’orizzonte alcunché in tal senso.

Trump, il complottismo, il ribellismo

Quanto sta accadendo in queste ore a Washington, per quanto inatteso, per quanto le immagini possano sconcertare, non è di certo casuale e incomprensibile. I tumulti americani hanno radici ben chiare dal punto di vista esistenziale, culturale e politico.

Dal punto di vista esistenziale, la radice si chiama complottismo. Da dove nasce? L’epoca 4.0 porta con sé un grado di complessità che sfugge ai più e addirittura fa perdere la percezione del rapporto causa-effetto della gran parte dei fenomeni. Accediamo a un’applicazione sul nostro smart phone senza la minima percezione dei processi che determinano l’uso di quell’applicazione, la utilizziamo e basta. La percezione del rapporto causa-effetto è posseduta da pochissime persone che leggono e maneggiano la tecnologia. Le cose succedono e non sappiamo più il perché. Questa perdita di coscienza ci riguarda in moltissimi altri ambiti, ad esempio in quello finanziario che ormai sfugge alla percezione dei più. Sì, le cose succedono e non sappiamo il perché. Ma un perché lo ricerchiamo come possiamo: il bisogno di significato è un bisogno arcaico dell’essere umano. Non possedendo le competenze-conoscenze-esperienze necessarie a determinare i rapporti causa-effetto (forse tutte non le possiede alcuno), ricorriamo a una scorciatoia, il complotto: non capisco perché non vogliono (chi?) che io capisca, c’è qualcosa sotto, è un complotto ai miei danni, quindi in sostanza ai danni del popolo. Il complottismo è in fondo una risposta al senso di incertezza che caratterizza questo nuovo tempo.

Dal punto di vista culturale, la radice si chiama ribellismo. Si tratta di quella cultura politica secondo la quale il popolo sarebbe per definizione buono e il potere sarebbe per definizione cattivo. Questo assioma determina la retorica della rivoluzione e dell’insurrezione popolare. Si tratta di una cultura politica particolarmente cara alla sinistra (avanti popolo alla riscossa), ma talora presa a prestito anche dalla destra estrema: la stessa marcia su Roma fu proposta come un’insurrezione popolare da un demagogo (Benito Mussolini) proveniente dalla sinistra. Gli stessi Grillini, ribellisti nostrani, hanno fatto propria questa cultura insurrezionalista, basti ricordare i loro richiami a circondare il Parlamento e ad “aprirlo come una scatoletta di tonno”. D’altronde l’elezione di Donald Trump fu salutata da Grillo con queste parole: la deflagrazione di un’epoca, un vaffanculo generale, un VDay pazzesco, una sorpresa inaspettata, che cambierà le cose nel mondo.

Dal punto di vista politico, la radice ha ovviamente un nome e un cognome: Donald Trump. Egli ha fatto del complottismo e del ribellismo il suo manifesto politico. Gli esiti sono sotto gli occhi di tutti. Certo, i suoi avversari sono apparsi deboli e hanno reso possibile la sua ascesa. La loro debolezza deriva dalla mancanza di un convincente impianto ideale alternativo a quello complottista-ribellista trumpiano.

La vicenda americana propone ancora una volta la necessità, ormai divenuta urgente, di mettere mano a un nuovo impianto ideale.

Esso deve essere alternativo a quello complottista-ribellista, deve incentrarsi sui nuovi paradigmi 4.0, deve rispondere ai nuovi bisogni esistenziali deterinati dall’avvento della nuova epoca e infine deve essere inequivocabilmente trasversale rispetto allo schema destra-sinistra. Questa nuova proposta politica deve contenere anche una profonda riflessione sui sistemi di determinazione della rappresentanza politica, oggi ampiamente in crisi.

Chi può rendersi protagonista, in Italia e nel mondo, di tale proposta? Non vedo alcuno all’orizzonte, ma continuo a confidare che qualcosa di buono succeda.