PD-5Stelle: nuova alleanza o squadernamento?

La scelta di dare vita a un nuovo governo, sostenuto da una nuova maggioranza, affidato al Presidente del Consiglio del governo precedente, ha generato uno scenario di grande confusione. E’ per nulla facile districarsi in questo groviglio di elementi che, a seconda dei punti di vista, vengono proposti come opportunismi e  scaltrezze, la famosa “manovra di palazzo” o come saggio riferimento alle Istituzioni e alla Costituzione, omaggio della democrazia rappresentativa.

Per tentare una lettura, partiamo da alcune certezze.

  • Il Movimento 5 Stelle ha l’indiscussa primogenitura del neo-populismo in Italia. Chi pensa che i grillini abbiano subito la Lega, sbaglia. E’ la Lega che, con Salvini, si è grillizzata rinnegando la sua identità.
  • Il neo-populismo italiano affonda le sue radici nel peggio della cultura politica della destra, ma, soprattutto, della sinistra: la retorica del “popolo”, l’apologia del ribelle contro i “poteri forti”, l’idea che l’infelicità degli individui derivi dal fatto che governano i cattivi e disonesti, il pauperismo, l’assistenzialismo, la stessa apologia dei pensionati (le pensioni non si toccano), in buona parte il giustizialismo e il bacchettonismo.
  • La contraddizione principale odierna è rappresentata dal confronto tra il polo neo-populista rappresentato da M5S, Lega e FdiI e il polo che non c’è. Si, il polo alternativo al neo-populismo non c’è. O meglio, non c’è ancora. Così si finisce per ripiegare sull’illusione che l’alternativa al neo-populismo sia rappresentata da una destra liberale (la tesi di Mara Carfagna) o dalla “sinistra”, magari da una sinistra per l’ennesima volta rifondata. C’è chi vede nell’alleanza che sostiene il Conte bis, l’embrione della nuova sinistra, della sinistra 4.0. Da questo punto di vista, risulta emblematica la scena dei partecipanti alla Festa de l’Unità che cantano Bandiera Rossa nell’attesa del comizio di Nicola Zingaretti: la nuova alleanza sancita dal nuovo governo rappresenterebbe la riscossa del popolo. Costoro considerano i grillini come “compagni che sbagliano” o meglio, come compagni che hanno sbagliato e pensano che in fondo ciò che ha contaminato i buoni propositi pentastellati sia riconducibile agli interessi privati di Casaleggio: superato questo ostacolo, si potrebbero finalmente integrare i due populismi, quello comunista e quello grillino. No. L’alternativa al neo-populismo non può che nascere dai paradigmi della nuova epoca, non può che nascere oltre lo schema destra/sinistra. Occorre un grande sforzo elaborativo e generativo, lontano dai vecchi e polverosi steccati novecenteschi.

Il Conte bis nasce, si sa, grazie alla presa di posizione di Matteo Renzi. Egli ha forse proposto un’alleanza politica tra PD, 5 Stelle e LEU? Non ha forse sempre parlato di Governo Istituzionale? Il fatto che si sia giunti a un governo così fortemente caratterizzato da un’alleanza politica, è, semmai, responsabilità della miopia di Forza Italia e anche di Più Europa che hanno, di fatto, rinunciato a giocare un qualunque ruolo e finiscono per rintanarsi in un anonimato irrilevante.

Sta di fatto che la reiterata miopia di Forza Italia e le ennesime illusioni della sinistra, ampliano ulteriormente lo spazio politico per una forza autenticamente alternativa al grillismo e, in generale, al neo-populismo. Chi può più realisticamente occupare questo spazio? La flebile illusione di Più Europa è durata ben poco, Matteo Renzi è oggi l’unico leader che può svolgere questo storico ruolo. Per questo ho scelto di aderire al Movimento dei Comitati di Azione Civile, costituendo il Comitato Umanisti 4.0. Lo scopo del Comitato è proprio quello di rafforzare nel mondo “renziano” la convinzione della necessità della nascita di una nuova forza politica e smorzare l’illusione che la via consista nel rafforzare la visibilità di Renzi all’interno del PD. Chi volesse mai darmi una mano, potrebbe farlo aderendo a Umanisti 4.0. L’incertezza e la confusione di questo attuale, squadernato scenario, potrebbero essere solo la premessa di una fase nuova ed entusiasmante.

Governo sì, Governo no.

Oggi il cosiddetto popolo grillino è chiamato a una scelta: Governo sì, Governo no. Tutti col fiato sospeso ad attendere i risultati. Ciò è certamente emblematico di questo momento politico così difficile da decifrare.

Attendo l’esito di tutta la vicenda (non solo l’esito di Rousseau) prima di condividere compiutamente il mio pensiero e di illustrare le ragioni per le quali ritengo che quella di Renzi possa rivelarsi una mossa decisiva per il necessario squadernamento e per la altrettanto necessaria ridefinizione del quadro politico italiano.

Desidero però non associarmi al coro degli scandalizzati dalla consultazione interna al mondo grillino. Ma perché mai sarebbe uno scandalo? Un partito non può consultare la sua base? Dipende da “come” lo fa? C’è una regola fissa? C’è una legge che fissa le modalità? Si, ma non è ipersicura e ipercontrollata, si dice. Ma perché, quando il PD, ad esempio, consulta la sua base tramite i suoi circoli, ci sono sciami di inferociti notai a controllare? Ma di cosa parliamo? Si, ma la piattaforma è controllata da una SRL, si dice ancora. Ma menomale! Se invece fosse controllata dal gruppo degli amici del segretario, andrebbe bene? Si, ma la SRL é una società privata, si continua. E allora? E i partiti non sono forse associazioni provate? Si, ma la Costituzione di ce che decide il Parlamento, non una SRL, si continua imperterriti. Ma perché, c’è qualcuno che sostiene che la consultazione interna al M5S orienta il Parlamento e non  il Movimento stesso?

Fare antigrillismo con argomenti in stile grillino, è, questa sì, una deriva pericolosa.

Litigi in famiglia

In famiglia si discute, si sa, talora si litiga, per certi periodi ci si tiene il muso. E’ quello che succede a Di Maio e Salvini: litigi in famiglia. Litigano perché possono permetterselo, litigano perché non sentono il fiato sul collo di un’alternativa che cresce, litigano perché, non vedendo all’orizzonte affermarsi visioni davvero diverse dalla loro, vedono solo agitarsi i soliti smacchiatori di giaguari, si sentono loro stessi antagonisti l’uno dell’altro.

Si tratta di uno scenario drammatico che prefigura un nuovo bipolarismo tra populismo giustizialista e populismo autoritario. Cosa fare per impedire questa tragica deriva?

Tanto in Forza Italia quanto nel PD, in modi più o meno espliciti, si propone la tattica di forzare le divisioni nel fronte neo-populista, nell’illusione che la Lega rinsavisca dall’ubriacatura populista e torni a far parte, con Forza Italia, di un centro-destra rinnovato o che il M5S ritrovi i suoi valori costitutivi, riscopra la sua natura “di sinistra” e formi, col PD, il nuovo centro-sinistra. Si tratta di posizioni omologhe, speculari, entrambe fondate sul rifiuto di leggere la lampante realtà che è da anni sotto i nostri occhi: la contraddizione destra/sinistra è divenuta ampiamente secondaria e il nuovo confronto ideale è tra la visione neo-populista e una visione alternativa tutta da costruire.

Chi può farsi protagonista di questo processo generativo? Certamente non la destra tout-court o, men che meno, la sinistra tout-court: la visione alternativa deve rivolgersi a tutti gli elettori, nessuno escluso, e per qualunque elettore deve essere potenzialmente appetibile. L’alternativa al neo-populismo non può che essere equidistante da centro-destra e centro-sinistra, non certo in omaggio a una vocazione centrista/moderata, ma in quanto “oltre” il paradigma destra/sinistra.

Dunque chi? Sia pure in modo non certo fideistico e certamente non continuo, ho coltivato la speranza che questo ruolo potesse essere esercitato da Più Europa, il partito fondato da Benedetto Della Vedova, Emma Bonino e Bruno Tabacci, derivato dall’esperienza della lista elettorale che si presentò, alleata del PD, alle elezioni politiche del 2018. Nei giorni successivi all’esito elettorale (Più Europa non raggiunse la soglia del 3%), si pose il tema di trasformare la lista elettorale in partito politico. Rispetto a ciò, in qualità di membro della Direzione di Forza Europa (l’associazione fondata da Benedetto Della Vedova che generò l’idea di Più Europa), condussi una mia personale battaglia, fondata su due punti:

  • per trasformare la lista in partito, occorreva partire dalla definizione di un’identità inclusiva, ma dirimente, inequivocabilmente “oltre” lo schema destra/sinistra;
  • le forze che avessero condiviso tale identità si sarebbero dovute sciogliere nel nuovo partito.

Si scelse altrimenti e si optò, col mio unico voto contrario, alla costituzione di un “partito federale”, raccontandosi quella della “valorizzazione delle diversità” e illudendosi che una lista elettorale, comprensibilmente eterogenea, si potesse trasformare in partito unitario grazie alla formula (facile scorciatoia) del “partito federale”. Il risultato è che oggi in Più Europa convivono almeno tre visioni politiche di molto diverse:

  • una forza di ispirazione radicale, incentrata sui diritti civili e sui temi ambientali;
  • una forza che considera il tema europeo come un “meta-tema” che aggrega e distingue di per sé;
  • una piccola, ma significativa forza del centro-sinistra, in grado di negoziare ai tavoli che contano.

Senza un’identità forte, la leadership, anche quando esercitata da una persona di valore come Benedetto Della Vedova, inevitabilmente appare debole: se tieni la barra del timone sulle tue convinzioni, risulti divisivo, se cerchi di tenere tutto insieme, risulti poco incisivo. In sostanza, oggi, Più Europa, a causa del macroscopico errore iniziale, spiace dirlo, assomiglia molto a un’Armata Brancaleone.

E allora chi? Renzi? Figure femminili come la Boschi e la Carfagna (ne parlo qui)? Nuovi volti e nuove realtà, oggi non visibili? Non lo so. Cercherò però di dare il mio contributo. Ho intenzione infatti di costituire un movimento di opinione che, quantomeno, promuova la consapevolezza della necessità di un’alternativa oltre i vecchi steccati, necessità che argomento nel mio libro Le persone non sono il popolo. Non so come si chiamerà né come sarà strutturato, devo pensarci, ma di certo ne darò notizia.

Nel frattempo, tra i due litiganti, nessuno gode.

Le persone non sono il popolo

Ieri, a casa mia, dall’altra parte della strada rispetto alla villa dove nacque il Movimento 5 Stelle, ho presentato il libro Le persone non sono il popolo.

Con gli amici che hanno partecipato, abbiamo condiviso come il sistema democratico italiano abbia bisogno di:

L’elaborazione di una narrazione alternativa a quella neo-populista, una narrazione che consenta di leggere il presente e prospettare il futuro, senza ricorrere agli arnesi ideologici novecenteschi. Una narrazione equidistante da destra e sinistra, non in quanto centrista, ma in quanto “oltre” lo schema destra/sinistra.

L’affermazione di una leadership che si faccia portatrice di un’identità fondata su tale narrazione.

Lo so, é roba difficile, ma é necessario superare l’illusione che l’alternativa possa nascere da un più o meno rinnovato centro-sinistra (vogliamo rispolverare Quercia e Cespugli?) che sappia parlare ai grillini o da un centro-destra capace di “recuperare” la Lega.

Bisogna mettersi al lavoro in tal senso. Dare una casa al “popolo senza casa”.

Verso dove?

Lo scenario politico appare poco chiaro, difficile da interpretare, direi “provvisorio”. Si, provvisorio in quanto in mutamento, in transizione, meglio, in trasformazione.

Trasformazione verso dove? Il nuovo paradigma politico che l’epoca 4.0 ha portato con sé, prevede il superamento della contraddizione destra/sinistra, divenuta ampiamente secondaria rispetto alla contraddizione neo-populismo/alternativa-da-costruire. Eppure la gran parte delle proposte politiche in campo, sono ancora figlie del vecchio paradigma e, conseguentemente, dei vecchi posizionamenti. Non è così per la proposta neo-populista, ben definita nel nuovo paradigma e della quale ho già delineato in altro post l’identità.

Quali sono le proposte politiche alternative? Proviamo a semplificare utilizzando i nomi dei protagonisti.

Partiamo da Berlusconi. La sua proposta politica è espressa con grande chiarezza. Di questo bisogna rendergli merito. Egli sostiene che la Lega si sia temporaneamente grillizzata e che solo il suo smarcamento dai 5 Stelle potrebbe ricomporre il campo del centro-destra e garantire un governo non populista al Paese. Il sostanza, Berlusconi vede nel centro-destra l’alternativa al neo-populismo e nel recupero della Lega la via per realizzare tale alternativa. Si tratta, come ripeto, di una proposta chiara, ma condizionata dal vizio di fondo di essere prigioniera del vecchio paradigma e quindi, per me, poco lungimirante.

E Zingaretti? La sua proposta, concettualmente, non è molto diversa. Anch’essa è prigioniera del vecchio paradigma ed è in qualche modo speculare rispetto a quella di Berlusconi. Secondo Zingaretti, l’alternativa al neo-populismo sarebbe rappresentata dal centro-sinistra, un centro-sinistra capace di recuperare i voti grillini. Come si fa a recuperare i voti grillini? Per ora, non è dato saperlo.

Le recenti elezioni europee hanno sancito un ruolo da protagonista anche per Calenda. In cosa consiste la sua proposta? Anch’egli sostiene che occorra ampliare il campo del centro-sinistra. Anch’egli dunque, a mio avviso, si muove dentro al vecchio paradigma, ma propone una via diversa da quella zingarettiana: dare vita a un soggetto di centro, pregiudizialmente alleato col PD. La proposta di Calenda richiama sinistramente la formula della quercia (il PDS) e dei cespugli (i suoi alleati più o meno centristi). Chi come me ne ha viste un po’, ricorda. Lo spazio per una nuova forza c’è. Eccome se c’è. Essa deve però nascere ambiziosa, con uno spirito autonomo e maggioritario. Se l’idea è invece quella del cespuglio che già sa sotto quale quercia posizionarsi, non va.

E poi? Sta prendendo corpo una proposta coerente col nuovo paradigma e quindi prescindente dal posizionamento sull’asse destra/sinistra? Mah, poca roba. Riposi qualche speranza nel progetto di Più Europa, ma la sua identità appare ancora troppo contraddittoria e la sua proposta politica, conseguentemente, troppo sfumata. Qualcuno in Più Europa ha in mente il “partito dei diritti”, quindi un partito a vocazione tematica, non portatore di una proposta politica complessiva. Altri, credo, si fanno attrarre dalla logica calendiana, la logica dei cespugli, il partito delle anime belle del centro-sinistra. Altri ancora cercano di proporre una via nuova, ma, mi pare, afflitti da un purismo, da una sorta di “bacchettonismo radicaloide” che impedisce orizzonti più ampi. Staremo a vedere.

Occorre dare vita a una forza che scelga di rivolgersi a tutti gli elettori. Tutti. Nessuno escluso. Che proponga una narrazione di società e di futuro alternativa a quella neo-populista e non si limiti al “pensiero-contro”, equidistante da centro-destra e centro-sinistra, non in quanto forza “di centro”, ma in quanto forza posizionata oltre il vecchio paradigma. Potenzialmente potrebbero convergervi  protagonisti diversi tra loro se osservati con gli occhiali del vecchio paradigma, ma tutto sommato potenzialmente affini se osservati con nuovo sguardo: Mara Carfagna, Maria Elena Boschi, lo stesso Renzi, lo stesso Calenda, Gianfranco Rotondi, Pier Ferdinando Casini e molti altri. Certo, ci vuole un’identità inclusiva e al contempo dirimente e ci vuole un leader capace di raccontarla. Chi vivrà vedrà.

L’alternativa, questa sconosciuta

Nei giorni scorsi ho vissuto due esperienze su Twitter. Ve le racconto.

La prima. Ho dato vita a un sondaggio. Il tema riguardava l’alternativa al neo-populismo e poneva la questione di chi dovesse rappresentarne il fulcro: centro-destra, centro-sinistra o una nuova area? Il sondaggio è rimasto online nella settimana successiva al voto europeo e ha raccolto 661 risposte. Dal punto di vista quantitativo, si tratta di un campione non irrilevante; dal punto di vista qualitativo, ho cercato di renderlo equilibrato e significativo, divulgandolo in vari “ambienti”, differenti per vocazione e posizionamento. Ebbene, mi pare che l’esito sia piuttosto interessante: il 13% del campione ritiene che spetti al centro-destra il compito di organizzare l’alternativa al neo-populismo. Non è un dato scontato. Significa che l’identificazione tanto cara alla sinistra di populismo e “destre”, forse è, come penso io, del tutto arbitraria. C’è poi un 30% che ritiene invece che l’alternativa debba fondarsi sul centro-sinistra. A sinistra la cosa si dà per scontata, ma dal sondaggio non sembrerebbe così, sembrerebbe appunto che questa convinzione appartenga a una minoranza, corrispondente al 30% del campione. Il dato certamente più rilevante riguarda la terza opzione: il 57% del campione ritiene che l’alternativa debba nascere da una nuova “area” da costruire. Dal mio punto di vista, questo significa che la narrazione alternativa a quella neo-populista debba andare oltre i vecchi richiami ideali novecenteschi e debba porsi oltre lo schema destra/sinistra.Schermata 2019-06-04 alle 12.17.48

La seconda. Un mio commento a un post di Barbara Collevecchio ha scatenato un putiferio. Ella nel suo post sosteneva la tesi di D’Alema secondo la quale il mancato pieno successo del PD deriverebbe dall’incapacità di raccogliere il voto degli operai. Ho domandato, un po’ ingenuamente, perché mai fosse così rilevante il voto degli operai. Nei commenti successivi ho specificato che, mentre nel novecento il valore simbolico del voto operaio era di tutta evidenza, oggi esso ha perso peculiarità e non è più o meno rilevante del voto di altre categorie professionali. Non sia mai. Sono stato fatto oggetto di insulti di ogni genere ed anche di un attività extra-twitter da parte di diversi haters. Si è scomodato anche il filosofo del turbo-capitalismo Diego Fusaro che non ha mancato di distorcere il mio pensiero contribuendo all’attività degli odiatori di professione. La sinistra-sinistra è saldamente ancorata ai paradigmi del novecento e si rifiuta categoricamente di guardare all’epoca 4.0, figuriamoci quanto possa essere incline a coglierne la bellezza. E la sinistra più moderata? Si è distinta nel replicare a D’Alema con lo stantio argomento della barca a vela. Il populismo pauperista viene da lì, mettiamocelo bene in testa.

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Esperienze diverse che testimoniano, in modo diverso, la necessità di una narrazione alternativa a quella neo-populista. Non si tratta di un vezzo, si tratta di una necessità per la democrazia italiana. Chi può farsene protagonista? Chi può rappresentare la nuova area desiderata dal 57% del campione che ha partecipato al sondaggio? Più Europa? Beh, il suo mancato successo, dopo il precedente delle politiche, dice che Più europa, se davvero vuole farsi carico di questo compito storico, è chiamata a reinventarsi: identità meno sfumata, volti nuovi, organizzazione di qualità. Lo farà? Non credo. Come si dice, lo scopriremo solo vivendo. Nel frattempo, confidiamo in altre iniziative in tal senso.

Nel frattempo ho pubblicato la versione cartacea de Le persone non sono il popolo. Spero di concorrere in questo modo all’elaborazione della narrazione alternativa, quella dall’altra parte della strada. Non è solo importante, dopo le esternazioni di Conte che sembrano preludere alla possibilità di nuove elezioni politiche in tempi piuttosto ravvicinati, diventa probabilmente urgente.Schermata 2019-06-04 alle 12.43.15

Un voto per affermare (davvero) l’alternativa al neo-populismo

Manca poco più di una settimana al voto. Qual è la posta in palio? Sconfiggere i cosiddetti sovranisti? No. La posta in palio è affermare un nuovo sentire politico, dare voce a chi si sente prima europeista, e solo poi “di destra” o “di sinistra”. 

Le elezioni europee rappresentano un passaggio verso l’affermazione, sul piano europeo e sul piano nazionale, di una narrazione alternativa a quella neo-populista, oltre lo schema destra/sinistra.

Sul piano europeo, questo significa rafforzare l’area liberal-progressista-democratica, quella che fa riferimento a ALDE, un’area sinceramente europeista che non cede alla retorica “Europa si, ma non così”, ma rivendica quanto di buono abbia fatto l’Unione Europea fino ad oggi e quanto di buono possa fare in futuro. Ma anche l’Unione Europea, come tutte le cose del mondo, può migliorare? Ca va sans dir. Ma migliorare significa diventare più forte e più democratica, cioè incrementare la sua sovranità sugli stati membri.

Chi dice che proprio non va, che bisogna cambiarla completamente, chi parla di euro-burocrati e ridicolizza il ruolo dell’Unione Europea, non vuole cambiarla, vuole boicottarla, non vuole più Europa, vuole meno Europa.

Sul piano nazionale, affermare una narrazione alternativa a quella neo-populista, significa premiare chi si sforza di svincolarsi dallo schema destra/sinistra. Il neo-populismo affonda le sue radici culturali nel peggio della destra e, a mani basse, nel peggio della sinistra e in questo modo riesce a rivolgersi a tutti gli elettori, indipendentemente dalla loro “provenienza politica”. Per questa ragione, l’alternativa al neo-populismo non può essere rappresentata dalla destra tout court o dalla sinistra tout court. Le proposte politiche di chi è ancora prigioniero del vecchio paradigma, come lo sono tanto Berlusconi quanto Zingaretti, prefigurano un bipolarismo costituito da un centro-destra a guida salviniana e un centro-sinistra colluso col grillismo. Un incubo. No, spaccare il fronte neo-populista non procura nulla di buono. Anzi.

Occorre invece generare un’alternativa al penta-leghismo nel suo complesso.

L’area politica neo-populista è molto più unitaria di quanto non si pensi. Inoltre, è molto più a traino pentastellato di quanto non si ritenga: non è vero che i Cinque Stelle hanno abiurato di fronte alla Lega, è vero il contrario, è vero che la Lega ha rinnegato la sua storia appiattendosi sulla narrazione grillina ancorché vi abbia aggiunto un po’ di folklore fascistoide.

Chi non capisce che questo è lo stato delle cose, finisce, come fanno tanto il PD quanto Forza Italia, per strizzare l’occhio al fronte populista col fine di dividerlo e finisce, di fatto, col proporre una sorta di populismo di serie B, riconoscibile ad esempio nel linguaggio con cui il PD affronta questa scadenza europea: uno stipendio in più per 20 milioni di italiani.

Qual è oggi l’alternativa al fronte neo-populista? Non c’è. Si, non c’è. Il nuovo bipolarsimo vede da un lato il polo penta-leghista e dall’altro il polo che non c’è.

Ci sono però delle pulsioni, delle iniziative, c’è un popolo senza casa, il popolo del si alle infrastrutture, il popolo già da quel dì oltre lo schema destra/sinistra. Chi oggi gli dà voce? L’unica forza in campo è Più Europa e Più Europa va premiata per questo sforzo. Ciò significa che Più Europa rappresenti compiutamente l’alternativa? No, ma rappresenta un potenziale embrione dell’alternativa, motivo in più per sostenerla. Dopo le elezioni, anche in funzione del risultato che avrà conseguito, Più Europa (intesa come partito) dovrà ripensarsi, o forse, come penso io, reinventarsi. Ma Più Europa è l’unica forza che oggi ha raccolto la sfida. Chi premierà il PD, magari illudendosi un po’ pateticamente che questa o quella preferenza possa fare la differenza, come chi premierà Forza Italia, si renderà suo malgrado complice di una battuta d’arresto del processo che porta alla costruzione di una possibile alternativa.

Chi premierà Più Europa, darà invece una chance in più a chi si batte per l’elaborazione di una narrazione alternativa a quella neo-populista.

Molti elettori sono consapevoli e convinti della necessità di un’alternativa che vada oltre i vecchi paradigmi novecenteschi di cui sono tutt’ora prigionieri il PD e Forza Italia. A questi elettori mi rivolgo citando il bellissimo verso con cui Fabrizio De Andrè chiude la sua meravigliosa canzone Verranno a chiederti del nostro amore:

continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai?

Maria Elena e Mara, pensateci voi!

Da tempo teorizzo che il bipolarismo destra/sinistra sia stato messo in cantina dai fatti. Ma, ancora una volta i fatti anticipano le teorie, ma senza una teoria il cambiamento non si consolida, così il nuovo bipolarismo stenta a farsi strada.

Uno dei due poli c’è, quello neo-populista; l’altro è ancora da immaginare.

Qualcuno ha sperato in un PD rinnovato da Renzi, atri, prigionieri del vecchio paradigma, immaginano cartelli di sinistra o rinnovate alleanze di centro-destra.

In realtà occorre trovare nuove vie. E se la scintilla scoccasse da un’alleanza inattesa? Da un’alleanza tra chi appartiene a schieramenti alternativi del vecchio paradigma, ma del tutto complementari nel nuovo bipolarismo da costruire?

Ho immaginato un’alleanza tra due donne, tra Mara Carfagna e Maria Elena Boschi. Strano connubio? Forse no. A loro ho rivolto una lettera aperta che la rivista Strade on line ha voluto pubblicare.

TROVI QUI LA LETTERA APERTA A MARA CARFAGNA E MARIA ELENA BOSCHI

Cattolici e laicisti di fronte al Congresso Mondiale della Famiglia

Il Congresso di Verona ha per l’ennesima volta rispolverato la vecchia abitudine contestataria di finalizzare più energie nel criminalizzare le idee e iniziative altrui piuttosto che nel proporne di proprie.

Così si sono sprecati i commenti, le contestazioni, le ingiurie, fino a giungere alla consueta “contro-manifestazione”. Credo invece che sarebbe più utile impegnarsi nella produzione di un’idea umanistica e progressista del significato di famiglia nell’epoca 4.0, da proporre in alternativa a quella retrograda dei congressisti veronesi.

In questo coacervo di commenti, uno in particolare ha colpito la mia attenzione, quello che Elisa Serafini, già Assessora della Giunta Bucci di Genova, poi approdata a Più Europa, ha pubblicato sulla sua bacheca di Facebook. Ella scrive: Signori, ma di cosa vi stupite rispetto ai temi del Congresso delle Famiglie? I gay vanno all’inferno, le donne devono avere meno potere possibile, l’aborto andrebbe vietato: sono tutte posizioni ufficiali della Chiesa Cattolica. Non vi piacciono? Bene, allora dichiaratevi agnostici (come la sottoscritta), atei, o cambiate confessione (ce ne sono molte altre). Ma per favore, se vi ritenete Cattolici, non mostratevi indignati condividendo i video di questi signori. La Chiesa Cattolica HA QUESTE POSIZIONI. Punto. Chi non le condivide è ora che forse si faccia due domande, o finirà per dimostrarsi molto meno coerente e “superiore” degli stessi partecipanti che tanto vengono scherniti oggi sui social.

Il suo post ha suscitato molti commenti, taluni stizziti, soprattutto da parte di cattolici che si sono sentiti tirati in ballo e forse offesi. Essi hanno per lo più fatto riferimento al “vero messaggio evangelico” che nulla avrebbe a che fare coi contenuti del Congresso di Verona. Forse ciò è anche vero, ma c’entra nulla con quanto sostiene Elisa: ella non fa riferimento al “vero messaggio evangelico”, ma alle posizioni dottrinali della Chiesa Cattolica.

C’è poco da fare, quanto scrive Elisa può non piacere, ma sferra un pugno nello stomaco o, se preferite, getta un secchio d’acqua gelida in faccia e ripropone quanto sia tuttora equivoca la distinzione tra cattolicesimo e cristianesimo e quanto sia tuttora fuorviante il comune significato che si attribuisce al termine “laico”. Vediamo queste due questioni.

Cattolicesimo e Cristianesimo. Da oltre cinquecento anni, in larga parte del mondo, i due piani vengono chiaramente distinti. In quella parte del mondo, ad esempio, a nessuno verrebbe in mente di definirsi di religione cattolica: è ben chiaro a tutti che quella cattolica è una dottrina e non una religione e che, se si parla di religione, si parla di religione cristiana. In alcuni paesi Mediterranei e latino-americani, tra i quali l’Italia, questa distinzione è al contrario molto sfumata.

Se sei Cattolico non puoi non essere Cristiano, se sei Cristiano, puoi non essere Cattolico.

Mettiamocelo-bene-in-testa.

I Cattolici che contestano talune prese di posizione del Congresso di Verona, coerenti con la dottrina cattolica, dicendo “si però il messaggio evangelico…”, restino Cristiani e cambino dottrina.

Questo ragionamento vale anche per i sacerdoti alla Don Gallo (buon anima). Ti senti Cristiano, ma non condividi la dottrina cattolica? Resta Cristiano, adotta altra dottrina (anche squisitamente personale) e non rompere i coglioni.

Per sentirsi Cristiani, non è necessario aderire alla Chiesa Cattolica. Punto.

Altra questione è quella della laicità. Secondo alcuni, di fatto, il credente non potrebbe essere autenticamente laico e l’ateo sarebbe più abilitato alla laicità. Che triste e oscurantista visione della laicità!

Conoscete un’esortazione più laica di “date a Cesare quel che è di Cesare”? No? Invece c’è: l’esortazione a imparare dall’appartenente ad altra dottrina, dal buon samaritano.

In realtà la laicità, in quanto “non appartenenza”, è un’aspirazione, ma non una condizione realistica: il “non appartenente” appartiene comunque alla comunità dei non appartenenti.

La laicità non si esprime dunque attraverso la non appartenenza, ma attraverso la scelta di subordinare la propria appartenenza a un’appartenenza più ampia. Così il Cattolico al Governo, ad esempio, è chiamato a sospendere la sua appartenenza alla Chiesa Cattolica in ragione della sua appartenenza a una comunità più ampia, lo Stato.

Chi non fosse disponibile, inevitabilmente promuoverebbe una teocrazia. È il caso di diversi paesi islamici, è il caso del Tibet, da questo punto di vista assolutamente assimilabile all’Arabia Saudita.

Questo vale per l’adesione a chiese e dottrine. Vale anche per le ispirazioni religiose e ideali? No.

Si può governare laicamente, in coerenza con la propria ispirazione liberale e/o cristiana e/o socialista.

Mettiamocelo-bene-in-testa.

Da questo punto di vista, tanti (ma tanti) atei laicisti, sono molto meno laici di tanti credenti. Vale anche per molti radicali impegnati in quelle “crociate laiche”, molto più crociate che laiche.

Il Congresso di Verona e le polemiche che ne sono conseguite, hanno messo in evidenza, per l’ennesima volta, la necessità di fare chiarezza su questi equivoci, una chiarezza che darebbe straordinario impulso all’emancipazione culturale del Paese.

Greta e il grillismo wide world

Negli stessi giorni in cui gli studenti di tutto il mondo scioperano in nome di Greta per salvare l’ambiente, il Presidente Cinese Xi Jinping é in visita a Roma. C’è un nesso tra questi due eventi? In fondo, si.

Gli studenti denunciano la passività o la timidezza dei governi di fronte al tema ambientale. Giusto. Le scene si ripetono: i cortei, il capetto col megafono, gli slogan da stadio.

L’impegno politico dei giovani, per definizione, é collegato più alla denuncia che alla proposta. Va bene così, é giusto così.

Ma quei giovani un giorno saranno classe dirigente e si troveranno ad andare oltre la denuncia, dovranno fare i conti con le possibili soluzioni. Allora, inevitabilmente, si domanderanno, ad esempio, se la tanto vituperata energia nucleare non sia in fondo più “pulita” di quella prodotta da fonti non rinnovabili; si domanderanno anche se davvero le pale eoliche deturpano cosi tanto l’ambiente o rappresentano invece una fonte rinnovabile preziosissima; scopriranno in sostanza quanto sia più agevole agire sul piano della denuncia che non su quello della soluzione e faranno i conti anche con le accuse di tradimento che saranno mosse contro di loro.

In fondo, il movimento ispirato da Greta contrappone il popolo buono, sensibile all’ambiente, all’establishment rappresentato dai governi, mossi esclusivamente da loschi interessi. Grillismo wide world, appunto.

I grillini nostrani stanno sperimentando la differenza tra il piano della denuncia e il piano della soluzione. Ricordate quando denunciavano i presunti intrighi del Governo Renzi per aver, ad esempio, ridotto l’uso dei sacchetti di plastica nei supermercati rendendo obbligatori quelli biodegradabili? Oggi che il tema ambientale, anche grazie ai Greta Boys, ha così grande risalto, ci appare una contestazione grottesca.

Eppure i nuovi governanti non si scompongono, sorridono beffardi di fronte alle loro contraddizioni.

Possono permetterselo. Si, possono permetterselo perché per il cosiddetto popolo loro non sarebbero il nuovo establishment, no, loro sarebbero al potere per restituire al popolo buono il maltolto che le élite gli ha malevolmente sottratto. In fondo, addirittura nientemeno che la povertà non sarebbe il derivato della complessità e contraddittorietà del mondo, ma della malvagità dei governanti: i buoni finalmente possono “abolirla”. Per questo gli sono perdonate incapacità e incoerenza.

Allo stesso modo, per molti ambientalisti, la soluzione dei malanni del Pianeta non sarebbe di così grande complessità, basterebbe in fondo sostituire i cattivi con i buoni, o con i rappresentanti del popolo, buono per definizione.

Torniamo alla visita di Xi Jinping. Uno dei temi centrali della narrazione grillina fu, fin da tempi precedenti all’ingresso di Grillo nella scena politica, quando utilizzava, nei suoi spettacoli, la sua verve comica per sensibilizzare il pubblico, il tema del kilometro zero. Egli denunciava l’insensatezza del trasferimento delle merci da un paese o da un continente all’altro. In fondo proponeva una decrescita felice che riportasse gli individui a vivere delle proprie risorse in nuclei famigliari o piccole comunità. Gli Hamish de noartri. Anche l’ostracismo da sempre dimostrato nei confronti delle infrastrutture, dalla Gronda di Genova alla TAV Torino Lione, andava letto così: spostare le merci non ha senso.

Oggi Di Maio, capo politico del Movimento del kilometro zero, annuncia trionfante il primo cargo di arance siciliane verso la Cina. Ancora una volta, il sorriso beffardo ha la meglio sulla stridente contraddizione.

Viva Greta! Bene. Giusto. Chiedo ai Greta Boys, da vecchio quale sono, di non “scioperare”, di denunciare nel weekend e studiare di più durante la settimana. Quando saranno classe dirigente e saranno accusati di essere élite nemica del popolo, ci sarà bisogno della loro competenza, non di altri beffardi sorrisi.