Matteo Renzi ama l’espressione “cambio di passo”. Lo ha più volte chiesto ad altri, Ora tocca a lui.

La vicenda Palamara ripropone ancora una volta il tema dell’equilibrio dei poteri dello Stato. Il fatto che pezzi non trascurabili di Magistratura, influiscano pesantemente sugli scenari e sulle scelte politiche, decidendo chi incriminare e solo dopo di cosa incriminarlo, è ormai un dato ampiamente acclarato.

La politica si è arresa da tempo. La giustificazione della resa è contenuta nell’assioma “ci si difende nei processi, non dai processi”. In questa puttanata retorica, spacciata per nobile principio, è contenuta la ragione per cui l’autorizzazione a procedere va concessa sempre e comunque, in ogni caso, qualunque siano l’imputazione e lo scenario giuridico, perché, appunto, ci si difende nei processi e non dai processi. No, se del caso, e quello era il caso, ci si difende anche “dai processi”. L’evidenza di questa resa è ormai tale, da far pensare che la negazione dell’autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi nel ’93, fu l’ultimo sussulto di dignità della politica di fronte allo strapotere giudiziario.

Il salto di qualità di questo stravolgimento dei poteri dello Stato, si è avuto qualche mese fa con la vicenda Salvini-Diciotti-Gregoretti: la Magistratura non si accontenta più di influire sul potere legislativo attraverso la persecuzione di questo o quel parlamentare, ma sceglie di influire anche sul potere esecutivo, riscontrando reati comuni in atti di Governo. Anche di fronte a questo salto di qualità, la politica si è messa nella posizione che abitualmente assume di fronte alla prepotenza giudiziaria: prona.

Al tempo del caso Gregoretti (successivo al caso Diciotti), era da poco nata Italia Viva. Confidavo in una presa di posizione. No, anche Italia Viva si è unita al coro: ci si difende nei processi, non dai processi. Il fatto poi che, a rafforzare la decisione di mandare a processo Salvini, si sia ripetuto ossessivamente “trattiamo il caso Gregoretti come abbiamo trattato il caso Diciotti”, rivendicando continuità con le politiche e le scelte di “quando si era nel PD”, peggiora pesantemente il quadro. D’altro canto, anche in occasione della questione della prescrizione, Italia Viva, per giustificare e rafforzare la sua sacrosanta avversione al provvedimento, rivendicò orgogliosa la sua continuità con le scelte passate del PD, come a dire “il vero PD siamo noi”. Miopia sconcertante.

Il tragico simbolo vivente della resa alla Magistratura da parte della Politica, è il Ministro Bonafede. La mozione di sfiducia nei suoi confronti è stata respinta, anche grazie al voto dei Renziani. D’altro canto Italia Viva si muove nel ristrettissimo spazio tra il sostegno a un Governo pessimo e la mancanza delle condizioni politiche per un Governo alternativo. Si tratta di uno spazio così angusto che solo un gigante di tattica come Matteo Renzi, riesce a muovercisi con disinvoltura e addirittura con successo.

Domanda: cosa fare per determinare le condizioni politiche di un Governo diverso? Risposta: mettere mano alla costruzione di una reale alternativa al neo-populismo (tanto quello assistenzialista, statalista e giustizialista, quanto a quello sovranista, razzista e nazionalista).

Chi può rendersi protagonista di tale costruzione alternativa? Continuo a pensare che Italia Viva sia l’unico soggetto con qualche chance in tal senso, a condizione che si liberi del complesso della sinistra, si smarchi dall’idea di rappresentare i piddini delusi e abbracci una visione davvero trasversale rispetto allo schema destra/sinistra. E’ già così? No, se penso a quanti in Italia Viva hanno salutato con entusiasmo l’avvento delle Sardine, ne ho fulgida evidenza. Matteo Renzi ama l’espressione “cambio di passo”. Lo ha spesso chiesto agli altri, ora tocca a lui.

Alternativa al neo-populismo, roba difficile? No, difficilissima. Eppure c’è chi dice che in fondo basterebbe unire le forze liberali in un unico fronte e il gioco sarebbe fatto. Quali sarebbero queste forze liberali? Un logo, quello di Calenda, un accocchio che federa partiti e associazioni egemonizzate da radicali massimalisti e fighetti ultraliberali, Più Europa e, appunto, Italia Viva. Ma si dai, facciamo il fronte delle anime belle del 5%.

No, ci vuole altro, occorre dare vita a un grande movimento che sappia coinvolgere indistintamente elettori “di destra” e “di sinistra”, come in fondo fu originariamente Forza Italia, fondato su una narrazione strutturata, alternativa a quella neo-popuilsta e, come quella neo-populista, appunto trasversale rispetto allo schema destra/sinistra.

La partita non si gioca contrapponendo i competenti agli incompetenti, come pensa Calenda, né contrapponendo la politica al populismo, come pensa Renzi. Il neo-populismo è politica, eccome se è politica ed è una politica fondata su una precisa narrazione della realtà. Non basta dire che quella narrazione è sbagliata, non basta dire che è frutto di incompetenza, non basta dire che “non è politica”, ci vuole una narrazione alternativa, altrettanto potente. E’ prima di tutto a questo che bisogna mettere mano. O si parte da qui, o ci teniamo il falso bipolarismo destra/sinistra che in realtà ci obbliga a una scelta tra diverse forme di populismo.

Quali leader potrebbero guidare questo processo? Io non sono un appassionato di quote rosa, ma guardo da tempo a una possibilità, quella di creare il tandem Boschi-Carfagna. Per me sarebbe fighissimo.

L’essenza del neo-populismo e l’assenza di un’alternativa

Da mesi il Covid-19 monopolizza l’attenzione dell’opinione pubblica. Si sono succeduti però in questi ultimi giorni alcuni fatti di cronaca che hanno fortunatamente attenuato l’ossessione da Coronavirus. Alludo in particolare alla liberazione (e conversione) di Silvia Romano, alla battaglia della Ministra Bellanova e, infine, fatto di minore rilevanza, ma comunque evocativo, l’intervento alla Camera dell’Onorevole Sara Cunial. Si tratta di tre eventi scollegati tra loro, ma ci forniscono comunque una chiave di lettura del confronto politico, quello reale, quello fondato sui paradigmi determinati dall’insorgere della nuova epoca, non quello apparentemente nobile, ma antistorico, tra destra e sinistra.

Il confronto sulle prime due vicende, ovviamente più rilevanti, la liberazione di una convertita Silvia Romano e la misura per la regolarizzazione dei migranti voluta da Teresa Bellanova, mette in evidenza un elemento che rappresenta un discrimine particolarmente significativo tra diverse visioni del mondo. Esso è rappresentabile in questo modo: da un lato chi ragiona con mente “o, o”, dall’altro chi ragiona con mente “e, e”.

Chi ragiona con mente “o, o” si pone più o meno così: “Quanti soldi sono stati spesi per la liberazione di Silvia Romano, quando INVECE si sarebbero potuti spendere per …!” Quante energie spese per regolarizzare i migranti, INVECE che spenderle per …!” “Quante lacrime spese per gli stranieri, INVECE che spenderle per gli italiani!”. In questo modo si propone la concezione di un mondo fatto di scatole chiuse, bivi e scelte obbligate che facilita l’individuazione dei “buoni” e dei “cattivi”, rappresentazione che costituisce, da un punto di vista esistenziale, il valore fondante del neo-populismo.

Chi ragiona con mente “e, e”, guarda alla complessità di un mondo interconnesso dove ogni scelta impatta sul tutto. Questo sguardo, da un punto di vista esistenziale, deriva dalla consapevolezza di come l’imperfezione del mondo sia specchio dell’imperfezione degli individui e la contraddittorietà rappresenti lo stato naturale delle cose. Così si può essere “e” dalla parte degli operai “e” dalla parte degli imprenditori, “e” con gli italiani in difficoltà “e” con gli immigrati sfruttati, “e” per il riconoscimento del merito “e” per tendere una mano chi resta indietro. Per fare facili esempi.

Questo discrimine che ho cercato di descrivere così sinteticamente tra “o, o” e “e, e”, è in fondo sovrapponibile al discrimine tra “destra” e “sinistra”? Assolutamente NO. Si tratta di un discrimine certamente trasversale rispetto allo schema destra/sinistra. Magari cambiano i “cattivi”, per gli uni sono gli invasori (tutti gli africani), per gli altri gli evasori (tutti gli imprenditori), per fare un esempio, ma la cultura del nemico (derivante dall’atteggiamento esistenziale “o, o”) appartiene tanto alla destra quanto alla sinistra. Più all’una o più all’altra? Non che il tema posto da questa domanda sia appassionante, ma certamente la sinistra ha usato a mani basse la cultura del nemico, anche rivolgendola a singoli individui come fu per Craxi, poi per Berlusconi, poi per Renzi. Questa abitudine deriva in buona parte dalla teoria del “nemico di classe” su cui si fonda l’ispirazione marxista.

Detto ciò, a mio avviso, continuare a leggere la realtà con gli “occhiali” destra/sinistra, non può che determinare una percezione fortemente distorta della realtà stessa e l’adozione, di fatto, di un atteggiamento da nostalgici della vecchia epoca, da reduci dei vecchi paradigmi, da persone incapaci di vivere autenticamente nel qui e ora.  

La vicenda dell’onorevole Sara Cunial, da questo punto di vista, è potentemente evocativa. Le parole che fa risuonare alla Camera, sono in  questo senso preziose, rappresentano infatti l’essenza della narrazione neo-populista, incentrata sul nemico e sul “o, o”. Ecco l’essenza della narrazione neo-populista per come emerge dall’intervento dell’onorevole Cunial:

  • Il “popolo” è per definizione e inevitabilmente buono, mentre il “potere” è per definizione e inevitabilmente cattivo.
  • Se i “buoni” prendessero davvero il potere, non rappresenterebbero un potere nuovo, ma, semmai, la rivalsa del popolo nei confronti degli sporchi interessi dei poteri forti. 
  • I mancati successi degli individui non derivano dalle scelte degli stessi individui, ma, sostanzialmente, da complotti ordini ai loro danni da chi esercita il potere.
  • Qualunque governo che non si autodefinisca “del popolo” (la variante grillina è “dei cittadini”), è equiparabile a un regime.
  • I “nemici del popolo”, asseconderebbero “gli appetiti del capitalismo finanziario” a danno dei “cittadini” e Bill Gates (Soros è un po’ passato di moda) ne sarebbe il capofila in quanto impegnato – cito testualmente dall’intervento dell’Onorevole – nello sviluppo di piani di depopolamento e controllo dittatoriale sulla politica globale, puntando ad ottenere il primato su agricoltura, tecnologia ed energia. 
  • Tra i nemici del popolo (o dei cittadini, fate voi) vengono annoverati gli uomini di scienza che mettono in discussione le tesi complottiste, così essi diventano “professoroni” ed anche i protagonisti dei processi di integrazione (una bestemmia per i “o, o”) che, ad esempio alludendo all’integrazione europea, diventano “i burocrati e i banchieri di Bruxelles”.

Andate a leggere i commenti che sui social vengono riservati all’intervento dell’Onorevole Cunial. Scoprirete che sono il larga misura favorevoli, ma soprattutto scoprirete che i sostenitori sono riconoscibili come “orientati a destra”, ma in maggioranza come “orientati a sinistra”. In effetti, non è certo difficile cogliere le affinità con un certo pensiero riconducibile alla cultura politica della sinistra: la retorica del popolo, del potere, del nemico. Perché? Perché la narrazione neo-populista parla a tutti, è trasversale, non nasce (come qualcuno continua pervicacemente ad asserire) da una pulsione o da un interesse o da un complotto della “destra”, nasce da un’esigenza esistenziale (derivata dall’insorgere della nuova epoca) volta a difendersi dalle sfide che l’epoca 4.0 porta con sé. C’entra NIENTE con destra e sinistra.

Questa è dunque l’essenza del neo-populismo. E dall’altra parte? A questa essenza, passatemi il gioco di parole, si risponde con l’assenza di una visione alternativa. Fino a quando l’alternativa sarà ricercata dentro lo schema destra/sinistra e si riterrà, commettendo errore madornale e imperdonabile, che debba essere in qualche modo generata e guidata dal campo della sinistra (o centrosinistra come impropriamente si usa dire), l’alternativa continuerà semplicemente a non esistere. Essenza contro assenza, appunto. La nuova epoca ci chiama all’adozione di un nuovo atteggiamento incentrato sul talento individuale, sulla responsabilità individuale, sulla fiducia nella capacità degli individui, ci chiama a una visione profondamente umanistica, centrata su una visione ottimistica della natura umana. Ripeto, c’entra NIENTE con destra e sinistra.

Lo so, è difficile abbandonare il protettivo calore dei vecchi paradigmi e aprirsi al nuovo, ma chi intende dare vita almeno a un embrione di alternativa, è chiamato a farlo. Eppure, anche, ad esempio, in Italia Viva, questa cosa non è affatto scontata. Anzi. Così non appena un evento può far riemergere antiche pulsioni, si risveglia l’affetto verso i vecchi paradigmi. E’ il caso della vicenda Bellanova che viene accolta e commentata con l’entusiasmo di chi pensa, anche se non confessa, “finalmente una cosa di sinistra”. No. la regolarizzazione dei migranti non è “di sinistra”, come non lo sono le riforme del Governo Renzi sui diritti civili e sul lavoro. Ma davvero qualcuno pensa che i valori della legalità, della correttezza, dell’integrazione, della flessibilità, dell’emancipazione siano appannaggio esclusivo di una visione “socialista” del mondo e vietati a una visione “liberale”? Merkel e Macron (che sono etichettatili in ogni modo, tranne che “di sinistra”) sono forse abietti oppressori di migranti e portatori di valori contrari all’emancipazione individuale? Di che cazzo stiamo parlando?

Da questo punto di vista, anche l’opzione, pervicacemente portata avanti da Linkiesta di Christian Rocca, di un “polo liberale” costituito da Italia Viva, Azione e Più Europa, appare debole, per me, voglio essere sincero, ridicola. Mettere insieme un partitino ancora afflitto dal “complesso della sinistra” (Italia Viva) con il logo di proprietà di un ex-Ministro privo di visione (Azione) con una federazione di partitini e associazioni in perenne conflitto tra loro, egemonizzata da una parte di Radicali in conflitto con quella rimasta fuori (Più Europa), questa sarebbe la grande trovata, la grande novità, la via. Auguri.

La vera novità sarebbe costituita dalla creazione di un asse tra Italia Viva e Forza Italia, ben sapendo che entrambe le forze dovrebbero in questo caso essere disposte a perdere un pezzo di sé, ma, insieme, rappresenterebbero, finalmente, almeno l’embrione di qualcosa di grande e soprattutto utile per il sistema democratico italiano. Vediamo, forse questa situazione così incerta e difficile indotta dall’emergenza sanitaria, può accelerare i processi politici. Seguo facendo il tifo (dalla finestra) per questa opzione. Se si verificherà, allora scenderò le scale e, per quel poco che può interessare, sarò attivamente della partita.

Maria Elena e Mara, datevi da fare ragazze

L’intervento al Senato di Matteo Renzi, ha segnato, nella giornata di ieri, la prossima fine dell’attuale Governo. Certo, non si aprirà proprio subito la crisi, Renzi lo ha detto fin dal primo giorno, niente crisi durante l’emergenza. Se però, come ovviamente ci si augura, con la graduale riapertura non riesplodesse l’emergenza ospedaliera, allora certamente si procederebbe al tentativo di costruire un nuovo Governo che guidi più autorevolmente la rinascita.

Come? Da tempo si parla di Governo di Unità Nazionale. Può essere una prospettiva e magari si partirà proprio da lì nella ricerca di una soluzione, ma ben difficilmente Salvini e Meloni rinuncerebbero alla possibilità di sparare a zero da fuori, gridando all’inciucio. Non mi sembra realistico.

Per Forza Italia è molto diverso, infatti si fa un gran parlare della possibilità di una maggioranza che la veda partecipe, di fatto, di una maggioranza allargata. Certo, non può certo accettare di entrare a far parte dell’attuale maggioranza così, tout-court, ma se, da una ricerca allargata finalizzata a un Governo di Unità Nazionale, alla fine derivasse una maggioranza di questo tipo, la partita sarebbe diversa. Forse non è fantapolitica.

Ma questo “allargamento” sarebbe cosa utile? Sono convinto di sì, per vari motivi. Li vado a specificare:

  1. Continuerebbe a garantire  un Governo al Paese e ci risparmierebbe il ricorso a elezioni anticipate, tanto più in un momento così difficile.
  2. Contaminerebbe positivamente con una visione liberale e “centrista”, la visione “populista di sinistra” che ha caratterizzato la politica governativa fino ad oggi.
  3. Rafforzerebbe un’area politica distante dai populismi di destra e di sinistra. Ciò naturalmente alla condizione che Italia Viva si liberi del “complesso della sinistra” e Forza Italia si presenti “carfagnizzata”.
  4. Favorirebbe un asse politico tra Italia Viva e Forza Italia che, finalmente, potrebbe generare l’embrione di un’alternativa trasversale all’altrettanto trasversale neo-populismo.

Qualcuno ipotizza l’ingresso nella maggioranza di Forza Italia contestualmente all’uscita di Italia Viva. Questo sarebbe, credo, lo scenario peggiore, ma, questa sì, mi pare fantapolitica.

Oltre un anno fa, scrivevo per la bella rivista Stradeonline, un articolo dal titolo CARE MARA E MARIA ELENA, L’ITALIA HA BISOGNO DI CORAGGIO: IL VOSTRO. Perdonate l’ineleganza di un’auto-citazione, ma ve ne propongo un passaggio:

Gentili Maria Elena e Mara, riscontro in Voi quel tipo di coraggio femminile, quel tipo di leadership silenziosa, ma dirompente, tipica di chi sa difendere la propria posizione senza ricorrere al vittimismo. È forse per questo che, entrambe, siete state oggetto del più vile sessismo, tanto da destra, quanto da sinistra. Quel sessismo figlio di culture politiche apparentemente antagoniste, ma in realtà facce della stessa medaglia totalitaria: la cultura politica della destra sociale e fascistoide e quella della sinistra moralista e comunistoide. In fondo, è proprio in queste culture che affondano le radici della stessa narrazione neo-populista.

Gentili Mara e Maria Elena, è tempo di passare all’azione. Voi due? Insieme? Sì, Voi due, insieme. Pensate davvero che, oggi, il principale piano del confronto politico si disveli attraverso le diverse sfumature delle Vostre rispettive posizioni? Non si disvela, invece, nel confronto tra Voi da un lato e il neo-populismo dall’altro? 

Per queste ragioni, cara Maria Elena e cara Mara, siete alleate di fatto, anche al di là della Vostra stessa volontà e per queste ragioni, potete rendervi protagoniste di un nuovo corso. 

Continuo a pensare che sia così, che Boschi e Carfagna potrebbero dare un formidabile contributo a mettere le loro rispettive forze politiche su questa via. Datevi da fare ragazze.

Imparare dall’emergenza: andare oltre i vecchi steccati

Come ho già avuto modo di scrivere su Strade, l’emergenza ospedaliera procurata dal Covid19, è stata vissuta, dal punto di vista esistenziale, come se, a causa del virus, l’uomo avesse perduto la sua immortalità.

La retorica della “guerra” e del “nemico invisibile” hanno concorso a questo mood, così, chiunque osasse pronunciare la frase “convivere col virus” veniva additato al pubblico ludibrio, al pari di chi osasse passeggiare su una spiaggia deserta.

Il Governo, principale artefice di questa visione, ha così potuto esimersi dall’elaborazione di programmi di uscita dall’emergenza e piani ricostruttivi. Si è limitato a bislacche e inconcludenti conferenze serali, segnate dai mantra obbligatori: state a casa, andrà tutto bene. Il fatto poi che, a dispetto di un sistema che fa acqua da tutte le parti come dimostrano ampiamente i numeri, il Presidente Conte ci spieghi come il modello italiano sia preso ad esempio dal resto del mondo, aggiunge qualcosa di grottesco.

Grottesco, d’accordo, ma non solo, c’è di peggio. In questa sfacciata menzogna che fa leva sul senso patrio degli Italiani, c’è tutta l’eredità della retorica fascista, eredità fatta propria soprattutto dalla sinistra (sembra strano, ma è così) secondo cui, in fondo, continuiamo a essere il paese più bello del mondo, con la Costituzione più bella del mondo e il sistema sanitario più bello del mondo.

In questo quadro, va a nozze un Governo incapace di assumersi responsabilità come è l’attuale. Eppure qualche responsabilità bisognerà pure assumersela. Niente paura, il modo per scaricarle su altri si è trovato, i grillini, si sa, difettano di competenza, ma non di creatività: le taske force. Sì, non bastava l’Europa matrigna, ci voleva un altro nemico su cui scaricare ogni colpa.

Così, di retorica in retorica, si è arrivati al top del moralismo da bar: la salute viene prima dell’economia. I campioni di questa formula retorica si trovano ancora una volta a sinistra. Essa è infatti figlia della diffidenza verso il mondo del business (per molti di costoro equivale a una parolaccia)  e dell’attrazione fatale nei confronti di ogni forma di assistenzialismo. Così si pensa che tutti coloro a cui si impone di “stare a casa” godano di un reddito di cittadinanza, di una pensione (magari anticipata grazie a Quota 100), di uno stipendio garantito dallo Stato. Non è così. Di certo, quando, a causa della mancata produzione di ricchezza da parte di chi non è garantito, non si avranno le risorse per pagare sussidi, pensioni e stipendi statali, chi oggi vive all’insegna della chiusura, scenderà in piazza coi forconi.

In fondo in fondo, se vai a grattare bene, alla base di tutto ciò trovi un’inconfessata convinzione: i governi dalla parte del popolo stampano tanti soldi, quelli dalla parte dei “poteri forti” si inventano ogni scusa per stamparne pochi.

Dopo decenni di retorica sulla più o meno presunta macelleria sociale, sui diritti dei lavoratori che sarebbero stati calpestati dalla riforma del lavoro del Governo Renzi, sull’imperante neo-liberismo (questa è la più bella di tutte), oggi questi qui se ne fottono di  chi davvero oggi non arriva alla fine del mese, di chi deve ricorrere suo malgrado allo strozzinaggio, di chi non gode di alcuna garanzia, cioè di lavoratori autonomi e commercianti. A costoro sono stati destinati 600 euro. Ebbene, i tenaci sostenitori della chiusura a tutti i costi, si scandalizzano per quei 600 euro e, lungi dal mettere in evidenza quanto rappresentino una goccia nell’oceano, mettono alla berlina chi ne godrebbe (secondo loro) immeritatamente. Ancora una volta, i principali protagonisti di questa indecorosa gogna, stanno a sinistra.

Se c’è una cosa positiva di questa emergenza, è come abbia messo in luce la disparità di trattamento tra cittadino e cittadino e il fatto che la cultura politica della sinistra rappresenti la vera e più pesante zavorra della società italiana.

Per fortuna si avvicina il 25 aprile, così si può esorcizzare tutto, cantando Bella ciao. Ogni qualvolta si avvicina il 25 aprile, qualcuno, teorizzando quanto l’evento sia divisivo, propone di trasformarlo nella ricorrenza “contro tutti i totalitarismi”. No, il 25 aprile del 1945 l’Italia non si è liberata da “tutti i totalitarismi”, si è liberata dal regime fascista. Eppure quando si dice che questa ricorrenza è divisiva, si dice qualcosa di vero. Troppo spesso infatti essa è vissuta come “ricorrenza contro”, con rabbia, volta più a recriminare che a festeggiare, troppo spesso è rivolta contro coloro che vengono a tutt’oggi additati come “fascisti”. 

Rispetto a ciò, c’è una cartina tornasole. Molti di coloro che il 25 aprile celebrano la caduta del regime fascista, ogni 10 novembre, ricorrenza della caduta del Muro di Berlino, teorizzando quanto essa sia divisiva, propongono di trasformare l’evento in ricorrenza “contro tutti i muri”. Ma è davvero così difficile festeggiare con gioia, nelle due ricorrenze, la liberazione dell’Italia dal regime fascista e la liberazione dell’Europa dai regimi comunisti?

Dico ciò perché, per porre fine allo scempio di questo governo privo di dignità e di visione, occorre dare spazio a un’area politica nuova, che sappia davvero porsi oltre i vecchi steccati e scardinare quei luoghi comuni e quei pregiudizi sui quali destra e sinistra sono fino ad oggi campato. L’emergenza ha messo in luce un “asse di fatto” tra Forza Italia e Italia Viva. Silvio Berlusconi e Matteo Renzi sono gli unici due leader che hanno mantenuto, senza tentazioni ondivaghe, fin dall’inizio dell’emergenza, una posizione propositiva, realistica e saggia. Su quest’asse di fatto, va rilanciata, riposizionandola, l’iniziativa politica di Italia Viva, anche rinunciando al consenso di chi continua a pensare al “PD dei giusti” o a un “partito catto-comunista moderato”. Diciamolo, bisogna anche pensare a nuovi volti: per Berlusconi si prospetta un ruolo da padre nobile, Renzi può ambire a prestigiosi incarichi istituzionali sul piano nazionale ed europeo.

Chi allora può oggi farsi portatore di questa nuova iniziativa politica? Esattamente un anno fa, scrivevo per Strade un articolo, allora considerato spregiudicatamente visionario, dal titolo Care Mara e Maria Elena, l’Italia ha bisogno di coraggio: il vostro. Continuo a pensarlo.

Ballare col virus

La nuova uscita di Renzi ha ancora una volta suscitato mille polemiche. C’è chi sostiene che ne inventi ogni giorno una nuova per restare sulla breccia della visibilità: dopo la sparata sul sindaco d’Italia, si inventa quella della riapertura. Può anche darsi che ci sia del vero, ma questa volta Renzi ha colpito nel segno, non solo in senso tattico, ma proprio nel senso della visione: col virus si dovrà convivere.

La cosiddetta quarantena è indispensabile per far fronte a un’emergenza sanitaria nel senso “ospedaliero” del termine: si sa, occorre portare il contagio a livelli sostenibili per il nostro sistema, è necessario rispondere all’emergenza riducendo il contagio e potenziando le strutture.
Ma allora nel frattempo che si fa? Si convive con l’esistenza del virus, come si convive con l’esistenza di tante altre patologie.
Ma allora avevano ragione Boris e Trump? In buona parte, sì. Trump aveva ragione quando ammoniva sul primato dell’economia, Boris aveva ragione quando preannunciava che bisognava prepararsi all’idea che qualcuno potesse perdere un caro.
Eppure nel Belpaese impera la retorica secondo cui la salute delle persone verrebbe prima dell’economia, come se un’economia solida non garantisse migliori standard di vita e di salute e migliori sistemi sanitari. Questa visione moralistica e in fondo complottista è figlia della cultura grillina che ha permeato buona parte della società civile e politica.
In fondo il grillismo ha sempre vagheggiato di un mondo senza lavoro e tanti soldi stampati. Il virus sta accelerando i tempi: tutti sul divano, le macchine producono, lo Stato stampa soldi e moduli di permesso. Così il sogno grillino si rivela per quello che è: un incubo, un agghiacciante comunismo 4.0.
L’atteggiamento con cui si affronta questa emergenza, segna un discrimine esistenziale prima che politico. Per questo, almeno in questo caso, la posizione politica di Renzi non appare tattica, ma ampiamente strategica e indica un atteggiamento generale prima che una prospettiva politica.
Il compianto Luigi De Marchi, autore tra l’altro della post-fazione al mio librino La leadership secondo Peter Pan (la prefazione era di Casaleggio senior), teorizza nel suo bellissimo libro Scimmietta ti amo come in fondo la transizione dalla scimmia umana verso l’Uomo non si sia ancora compiuta e come tale passaggio sarà compiuto solo quando l’uomo, stringendosi in un abbraccio solidaristico, interiorizzerà pienamente la consapevolezza della morte e cesserà di cercare una risposta in paradisi celesti (in generale le religioni) e in paradisi terreni (i totalitarismi).
Ecco, sembra che di fronte al Covid19 ci si comporti come se l’uomo, per colpa del virus, avesse perduto la sua immortalità. No, non è così: possiamo scegliere di guardare all’uomo finalmente compiuto, possiamo scegliere di sconfiggere il virus convivendoci, se possibile col sorriso sulle labbra.
In questo senso, mai come oggi suonano attuali le parole di Gandhi: la vita non consiste nell’attesa che passi la tempesta, ma nell’imparare a ballare sotto la pioggia.
Dobbiamo imparare a ballare sotto questa pioggia. Per questo “stare a casa per sconfiggere il virus” e “convivere col virus” esprimono posizioni esistenziali diverse, l’una fondata sull’illusione della felicità derivante dalla sconfitta del nemico di turno (oggi è il virus), l’altra fondata sulla consapevolezza della complessità e contraddittorietà della realtà e, in fondo, anche sulla consapevolezza che la morte non è il contrario della vita, è il contrario della nascita, giacché nascita e morte appartengono ad egual titolo alla vita.
Come si trasforma questa posizione esistenziale in prassi governativa? Con una politica che sappia al contempo garantire sostenibilità al sistema sanitario e garantire sostenibilità all’economia, ben sapendo che, tra l’altro, un’economia in pezzi non potrà certamente permettersi un sistema sanitario efficiente. In Italia, patria della piccola impresa, questo sforzo è particolarmente necessario e, diciamolo, urgente. Per anni abbiamo speso parole retoriche sul sistema delle piccole imprese, descrivendolo come la meravigliosa spina dorsale del sistema economico italiano, facendo poco o niente per agevolare la crescita dimensionale delle organizzazioni e oggi paghiamo pegno: questa spina dorsale è forse flessibile, ma debole e non potrà reggere a una situazione di stallo se non per pochi, pochissimi mesi.
Ricorrere al debito? Ma certo. Con la consapevolezza che il debito non è la meravigliosa panacea di tutti i mali di cui gli economisti grillini (anche in salsa sovranista) ci hanno sempre parlato, come se il governo dei buoni si distinguesse da quello dei cattivi in ragione della quantità di moneta stampata. I grillini in fondo si sono sempre sentiti come i “ribelli” della Casa di carta.
Chiedere aiuto alle Istituzioni Europee? Ma certo. Ben consapevoli dell’enorme sforzo che la BCE ha già compiuto acquistando 220 miliardi di euro di Titoli di Stato italiani, pari al 12% del PIL (sic!), una cifra gigantesca che, a dire delle stesse Istituzioni Europee, potrà essere ulteriormente ampliata. Ma si sa, quando si parla di Unione Europea, per un certo tipo di accattone ciò che si riceve è dovuto e, per pretendere di più, si “sbattono i pugni sul tavolo”.

Questa emergenza ci sta insegnando qualcosa, è vero, ma la sosta forzata non è salvifica, non salva il pianeta e non salva noi stessi, non è un segnale che la natura lancia all’uomo cattivo come se l’essere umano non fosse egli stesso parte della natura. Gli insegnamenti che possiamo trarne sono altri e riguardano ad esempio la possibilità di potenziare il lavoro e lo studio in remoto, ma anche la necessità di nuovi atteggiamenti che limitino il contagio in generale e non solo del Covid19, cambiamenti banali, ma non per questo insignificanti: il gusto di parlare con garbo e a voce bassa, la prudenza di starnutire sul fazzoletto o sul gomito; il buon gusto di non avere un atteggiamento invadente e tenersi a debita distanza, la consapevolezza di non dover per forza dimostrare quanto si è eroici nel recarsi al lavoro anche quando influenzati. Sì, un nuovo diffuso galateo.
Bisogna ripartire e ripartire può significare rinascere, rinascere oltre le vecchie abitudini, i vecchi vizi e i vecchi pregiudizi, mettendo in discussione i nostri tabù, scardinando i vecchi steccati.
Forse ne può nascere una nuova Italia e, forse un nuovo modello di homo italicus, di cittadino italiano.
Un cittadino che sappia mettere il suo senso di responsabilità individuale a disposizione della comunità non solo nell’emergenza. Che sappia guardare alle proprie aspirazioni, prima che ai propri bisogni. Che superi la tentazione di autoattribuirsi e attribuire etichette sociali totalizzanti e statiche, nella consapevolezza che siamo tutti in transizione e tutti precari, ma tutti in crescita e sperimentazione. Che sappia mantenere il dubbio e, specie sui temi etici, sia mosso più dalla comprensione dell’altro che non dalla volontà di proporre crociate, religiose o laiche che siano. Che guardi alla propria emancipazione come dovere verso se stesso e verso la comunità, facendosi così più protagonista del proprio percorso di vita. Che si assuma la responsabilità dei propri mancati successi, senza alibi, senza il bisogno di “nemici” su cui scaricare ogni colpa e mettendosi in discussione.
C’è un’altra storia da raccontare e c’è una rinascita da promuovere.

Affinché tutto ciò possa realizzarsi, non ci serve il Governo dei grillini e dei loro sodali comunistoidi, il governo dei moduli e dei divieti, il governo dei sostenitori della decrescita felice e dei novax. Ci vuole qualcos’altro, di molto diverso, che coinvolga trasversalmente le persone di buona volontà: il Governo della Rinascita. Bisogna lavorarci.

Dopo, ci vedremo meglio?

L’emergenza del Coronavirus ci suggerisce di “cambiare occhiali”, per guardare con sguardo diverso la realtà che ci circonda. Grazie a questi nuovi occhiali, possiamo forse iniziare a sgretolare alcuni stereotipi e luoghi comuni che da diversi decenni bloccano lo sviluppo democratico del Paese. Provo ad elencarne alcuni.
Nel Paese con una pressione fiscale tra le più alte al mondo, si scopre che non abbiamo la realistica disponibilità finanziaria, anche sforando brutalmente i vincoli europei, per rispondere adeguatamente all’emergenza. In questa situazione, risulta evidente quanto malamente sia spesa la montagna di soldi che, grazie al fisco, entra annualmente nelle casse dello Stato. La vicenda degli ultimi ulteriori finanziamenti ad Alitalia proprio durante l’emergenza, ne è tragica ed emblematica evidenza. Eppure il leitmotiv sui social sembra essere la caccia all’evasore, abusando come d’abitudine della parola magica: vergogna!
Bisognerebbe aprire una lunga parentesi sui cosiddetti “evasori”. In realtà si tratta di una categoria molto difficile da delineare. E’ un evasore il muratore extra-comunitario che, operando “in regola”, sarebbe espulso dal mercato. E’ un evasore colui che, per benevolenza o convenienza, si affida a quel muratore. Sono evasori quegli artigiani, quei piccoli imprenditori, quei professionisti di servizi alle imprese, che, vessati da un sistema fiscale insostenibile (che li tassa anche su proventi che non hanno: IRAP e costi non deducibili), trovano qualche piccola scappatoia per sopravvivere. Sopravvivere, non prosperare. Poi, certo, ci sono anche i ricchi professionisti di servizi ai privati che evadono omettendo l’emissione della fattura. Non sono così tanti, sono molto facilmente individuabili e sempre più spesso contrastati.
Si, ma se non ci fosse evasione, tutti i problemi sarebbero risolti! No, se non ci fosse evasione, i soldi pubblici continuerebbero ad essere spesi alla cavolo.
Il problema italiano NON è l’evasione fiscale, è la qualità sfacciatamente scadente e iniqua della gestione della spesa pubblica. In questa situazione di emergenza, questo ci appare ancora più limpidamente. Chi continua ad agitare lo stereotipo degli “evasori” come “soluzione”, sceglie di non cambiare occhiali e continuare a guardare la realtà con ideologici occhiali deformanti, occhiali che indicano facili nemici da additare alla piazza, anziché realistiche soluzioni.
Nel Paese con “la sanità migliore del mondo”, si scopre che il nostro sistema va in tilt prima degli altri, si scopre che disponiamo di 5.000 respiratori in terapia intensiva contro i 25.000 della Germania (che si appresta a raddoppiarli nelle prossime settimane), si scopre che non ci sono manco le mascherine per il personale sanitario, si scopre che la mortalità da Coronavirus in Sud-Corea è un terzo di quella italiana e in Germania addirittura un decimo. Si scopre che sistemi sanitari non pubblici, è il caso di quello sud-coreano, stanno rispondendo molto meglio. Paghiamo decenni di retorica sulla “sanità gratuita”. Ma quale gratuita, ma basta! “Pubblico” non corrisponde a “gratuito”. Paghiamo decenni e decenni di facile retorica anti-americana, fondata sull’idea che in Italia la sanità è gratuita e negli USA devi avere la carta di credito. Basta una distratta ricerca, anche su Wikipedia eh, senza tanto impegno, per rendersi conto che NON E’ VERO. “Pubblico” significa che dai i tuoi soldi allo Stato anziché a una Compagnia privata (o a un consorzio di Compagnie regolamentate dallo Stato, come è in Corea del Sud). Siamo proprio certi che lo Stato li spenda meglio? Questi nuovi occhiali con cui possiamo scegliere di guardare la realtà, ci danno una risposta inequivocabile: no. Eppure, anche su questo, i più preferiscono la retorica dell’eroismo dei medici italiani (in buona parte reale), alla lettura dei dati di realtà. La sanità migliore del mondo dovrebbe funzionare anche senza eroi. O no?
Tra i nemici è stata additata anche quell’azienda bresciana messa in croce per aver venduto una partita di tamponi agli USA. Ma un’impresa non è forse libera di vendere i suoi prodotti a chi cavolo vuole? Non è forse libera di vendere i suoi prodotti a chi, non è il caso dello Stato italiano, paga bene e rapidamente? Non è forse anche con le tasse e le imposte di quell’azienda che si paga la meravigliosa sanità italiana?
C’è poi la Costituzione più bella del mondo. Come dimenticarlo? Quella Costituzione che, di fatto, obbliga i Governi, se vogliono governare, a vere e proprie sospensioni della democrazia. Ciò attraverso l’inevitabile abuso dei decreti legge. Così abbiamo “il nuovo Churchill”, uno di noi, si perché “uno vale uno”: il “fortissimo riferimento di tutti i progressisti” che legge, incespicando, i comunicati scritti da un ex partecipante al Grande Fratello, a quasi mezzanotte, in diretta Facebook. Ciò, baipassando i più elementari filtri democratici garantiti dall’interazione con gli organi di stampa. D’altronde il guru pentastellato lo aveva promesso quando rivolto ai giornalisti disse: vi mangerei solo per vomitarvi, faremo i conti! Ma ciò che è peggio, è che, in questo caso, si tratta di decreti-legge verbali, ancora tutti da scrivere.
La Costituzione Italiana va ampiamente rivista e non solo nella seconda parteDagli all’evasore! dagli al runner! viva gli eroi! viva il nuovo Churchill! Il tutto cantando dai balconi l’Inno nazionale. Retorica fondata sui nemici e sugli eroi. Roba da situazione pre-dittatoriale.
Si racconta che siamo in guerra e che, “chiudendo tutto”, possiamo “sconfiggere il virus”. Non è così, non si sconfigge proprio alcunché, si diluisce nel tempo il contagio, tutto qui, provando a evitare il collasso del nostro zoppicante sistema sanitario. Così si intrerrompono tutte le produzioni “non essenziali”, ma non si specifica quali sarebbero. Perché non si specifica? Perché è sostanzialmente impossibile identificarle. Il mercato non si divide in due categorie (produzioni essenziali e produzioni inessenziali), il mercato è una rete integrata di catene del valore, dove una produzione apparentemente “non essenziale”, è magari fondamentale per la produzione, l’imballaggio, la distribuzione o la manutenzione di produzioni “essenziali”. Ma questa è gente che parla di lavoro senza aver mai messo piede in un’azienda.
A proposito di lavoro, anche a ‘sto giro, chi soffre meno sono pensionati, dipendenti pubblici, dipendenti di grandi aziende. Gli altri? Pazienza. Piccoli imprenditori e lavoratori autonomi? Chissenefrega, sono evasori in pectore. Anche in questo caso, paghiamo anni di retorica: le pensioni e i diritti dei “lavoratori” non si toccano! L’importante è avere chiarezza sui nemici: evasori e runner.
Passerà, certo, anche se dubito che i nostri governanti si rendano conto che far collassare il Paese non è esattamente la soluzione più adeguata per non far collassare il sistema sanitario. Ma forse, nel Paese più bello del mondo, con la sanità migliore del mondo e la Costituzione più bella del mondo, siamo obbligati a correre questo rischio.
Certo, cantando Azzurro dal balcone.

Il tempo delle ideologie é finito, quello degli ideali no.

Nei giorni 1 e 2 febbraio ha avuto luogo a Roma una passerella mediatica di Italia Viva. Al di là del fantasioso nome che é stato attribuito alla kermesse, Assemblea Nazionale, essa ha avuto il merito di porre in modo inequivocabile e dirimente la questione dell’abolizione della prescrizione come frontiera invalicabile delle acrobazie necessarie a governare insieme ai grillini.

Per il resto, solite passerelle e solita scenografia di sfondo garantita dai volenterosi militanti.

C’è stato però un passaggio del discorso conclusivo di Matteo Renzi che vale la pena di essere sottolineato:

Italia Viva ha bisogno di tre cose: di tempo, di un ideale, di un buon governo.

Mi pare che queste poche parole dimostrino ancora una volta la lucidità che anima il leader di Italia Viva. É vero, Italia Viva ha bisogno di tempo, e il tempo le é garantito da un governo sufficientemente duraturo, un “buon governo” che si muova entro i limiti della salvaguardia della reputazione di chi lo sostiene, ma Italia Viva ha soprattutto bisogno di “un ideale”.

Si tratta di un tema centrale, saldamente collegato al tema dell’identità del partito renziano e del progetto politico che intende portare avanti.

Partiamo dal progetto politico.

Italia Viva si trova di fronte alla scelta tra due opzioni alternative e incompatibili:

  • Rafforzare l’area liberal-democratica e riformista del centrosinistra

  • Generare l’alternativa al neo-populismo (grillino e leghista)

Perché si tratta di opzioni incompatibili? Perché comportano differenti identità e differenti “ideali”.

La prima opzione, quella “riformista”, dal punto di vista ideale non é poi così impegnativa: é sufficiente pescare nel riformismo anni ottanta di Blair e Clinton, citare qualche frase più o meno evocativa di Obama e considerare come principale campo avverso la destra, o, come dicono gli intellettuali di sinistra, “le destre”.

La seconda opzione presuppone una narrazione nuova che, come quella neo-populista, sappia rivolgersi a tutti gli elettori, nessuno escluso, e sia quindi trasversale rispetto a tutti i vecchi steccati e alle vecchie categorie politiche.

Le due diverse opzioni impattano quindi sull’identità del partito, anche perché implicano differenti posizionamenti:

Nel primo caso, il centrosinistra rappresenterebbe il “campo naturale” di Italia Viva. Nel secondo caso, Italia Viva dovrebbe porsi in una posizione di equidistanza dal populismo giustizialista e da quello sovranista e di equidistanza dal PD al traino grillino e da Forza Italia al traino leghista.

Tale equidistanza non sarebbe giustificata da un’ispirazione centrista, ma da una visione trasversale, oltre lo schema destra/sinistra e dalla consapevolezza che le proposte e pratiche politiche neo-populiste affondano le loro radici anche (forse soprattutto) nella cultura politica della sinistra. L’idea che i 5Stelle siano sotto sotto “di sinistra” e la Lega sia tout-court “di destra” é falsa e antistorica. Di questo ho già scritto e, anche recentemente, ampiamente argomentato.

Ha dunque ragione Renzi quando sostiene che Italia Viva ha bisogno di un ideale, ma per fare cosa?

Prima di mettersi al lavoro su un’elaborazione ideale, é necessario compiere una scelta chiara e inequivocabile rispetto alle due opzioni di cui sopra: Italia Viva vuole essere “il PD dei giusti” o qualcosa di totalmente “oltre”?

Le ultime significative scelte parlamentari di Italia Viva riguardano l’autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini sul caso Gregoretti e l’opposizione all’abolizione della prescrizione. In entrambi i casi, la fondamentale ragione addotta a sostegno della scelta, fa riferimento alla coerenza rispetto all’atteggiamento che si ebbe quando si era PD. Si tratta di un’argomentazione debole che confessa la volontà di continuare a porsi come una sorta di “appendice sana del PD”, che fa trasparire l’incoffessata convinzione che, in fondo, Italia Viva rappresenti “il vero PD”, il partito che sa interpretare autenticamente lo spirito originario del PD.

Così si festeggia a ogni consigliere o amministratore o parlamentare del PD che si aggrega a Italia Viva, non rendendosi conto che con una mano bisognerebbe brindare, ma con l’altra bisognerebbe costruire le condizioni per essere attraenti al di fuori del mondo piddino, pena l’essere percepiti come il partito degli ex-PD, talora dei trombati o trombandi del PD, insomma una sorta di “PD 2 la vendetta”.

Non so quanto in Italia Viva ci sia piena consapevolezza rispetto alla necessità di una scelta in tal senso, non so neppure se vi sia sul tema un aperto dibattito interno, certo é che quando Luigi Marattin scrive che le attuali categorie politiche sono state spazzate via dagli eventi occorsi nel pianeta dell’ultimo quarto si secolo o sottolinea come alle elezioni politiche del 2018, più del 70% dei votanti ha premiato forze politiche che rifiutano la diarchia “destra sinistra“, prende posizione sul tema in modo piuttosto netto. Ho però l’impressione che la tesi di Marattin, che indegnamente argomento io stesso nel mio panphlet Le persone non sono il popolo, sia oggi ampiamente minoritaria. Dal mio punto di vista, va invece sostenuta apertamente.

Ma c’è uno spazio dove questi pensieri possono essere confrontati? Qual é il luogo di elaborazione politica e ideale di Italia Viva? Le kermesse non bastano e, alla lunga, stancano.

Fino a quando il nodo non verrà sciolto, Italia Viva non si schioderà dal modesto consenso che i sondaggi le attribuiscono.

Il sistema democratico italiano ha bisogno di una linfa ideale nuova, che proponga una narrazione trasversale rispetto ai vecchi steccati, alternativa a quella neo-populista. Non si sente invece il bisogno di una corrente del PD che si fa partito.

Torna il bipolarismo? Bene, c’è un nuovo giaguaro da smacchiare!

Dunque vince Bonaccini. Cosa ci racconta questo voto?

Innanzitutto che, forse, la sguaiatezza non paga più come un tempo, forse, non bastano gli slogan, forse, gli elettori iniziano a guardare anche con certo scetticismo chi indica e esaspera i problemi, ma non indica credibili soluzioni. Bene.

Il secondo dato riguarda i 5Stelle. In effetti, dopo questa tornata elettorale, è difficile immaginare qualcosa di diverso dal loro declino verso l’irrilevanza.

Questi due elementi ragionevolmente veri, generano però altrettanti equivoci. Vediamoli.

Primo equivoco.

La sguaiatezza non paga più come un tempo? Può darsi, ma attenzione:

questo non significa che alla sguaiata narrazione neo-populista sia sufficiente contrapporre l’esperienza e la competenza.

No, non è così. O, meglio, è così in situazioni straordinarie come quella della Regione Emilia Romagna dove il confronto era tra un amministratore competente che ha già dato dimostrazione delle sue capacità e una candidata in erba e priva di argomenti, oscurata da Salvini. Un confronto impari. Ma per quanto attiene il quadro nazionale, è totalmente illusorio e certamente insufficiente, contrapporre alla sguaiata ma potente narrazione neo-populista la competenza dei Calenda o dei Cottarelli di turno. Ci vuole altro, bisogna scaldare i cuori e rispondere a bisogni di tipo esistenziale.

Per competere con la potente narrazione neo-populista, occorre proporre una narrazione diversa, alternativa, altrettanto potente che stenta ad essere elaborata.

Perché non si mette mano all’elaborazione di una narrazione alternativa? In fondo non serve?

Ed ecco il secondo equivoco.

Un po’ tutti si affannano ad affermare che col drastico ridimensionamento del Movimento 5 Stelle, si ritorna al buon vecchio bipolarismo destra/sinistra. Se questo è vero, allora la narrazione neo-populista altro non è che una narrazione “di destra” e non occorre quindi affannarsi più di tanto all’elaborazione di una narrazione alternativa, basta fare ricorso ai “valori della sinistra”, magari un po’ rammodernati.

Non è così:

la narrazione neo-populista continua ad essere trasversale rispetto allo schema destra/sinistra e l’alternativa, per competere, lo deve essere altrettanto.

Molti, anzi i più, fanno fatica a sintonizzarsi con questo concetto. Eppure è forse sufficiente un po’ di onestà intellettuale per rendersi conto come Quota100, per fare un esempio, “profumi di sinistra”, per usare un’espressione di Nichi Vendola. No? Da sempre lo slogan “le pensioni non si toccano” con la variante “giù le mani dalle pensioni” appartiene alla sinistra, non certo alla destra. Fin dai tempi del primo Governo Berlusconi e dal grido d’allarme lanciato dall’allora Ministro Dini, la sinistra si è opposta a ogni riforma strutturale volta a garantire sostenibilità al sistema pensionistico. La battaglia contro la Legge Fornero per affermare soluzioni simili a Quota100, sono perfettamente in linea con la tradizione politica della sinistra.

E sul lavoro? L’ostracismo del passato Governo giallo-verde rispetto alla riforma del lavoro voluta dal Governo Renzi e alla stessa abolizione del famigerato articolo 18, non è forse riconducibile alla cultura politica della sinistra? Non ci si ricorda di quando Sergio Cofferati portò in piazza tre milioni di persone convinte che l’abolizione dell’articolo 18 (ipotizzata dall’allora Governo Berlusconi) “ledesse i diritti fondamentali dell’uomo” (sic!)? L’ostracismo che fu del Governo giallo-verde e che tuttora permea il neo-populismo, è figlio soprattutto di quella cultura politica di stampo sindacale.

E poi ci si interroga su come sia possibile che un elettore “di sinistra” voti per i neo-populisti? Se non si adotta un nuovo paradigma interpretativo, resta una sola risposta: gli elettori della Lega sono beceri ignoranti. Peccato che alcuni milioni di quei “beceri ignoranti”, alle elezioni Europee del 2014, parliamo di pochi anni fa, votarono il PD di Matteo Renzi. Erano beceri ignoranti anche allora?

La verità è che per un elettore “di sinistra” non è poi così contraddittorio scegliere il neo-populismo.

Si, ma su altri temi il confronto è riconducibile allo schema destra/sinistra. Davvero? Quali? La società aperta ed europeista e l’accoglienza? E qui viene proprio da ridere. Buona parte degli europeisti di oggi vengono dalla tradizione anti-europeista della sinistra: quando Bettino Craxi parlava di processo di integrazione europea (pur evidenziandone i rischi), Enrico Berlinguer parlava di euro-comunismo. Ma quale “società aperta”? Il principio della libera circolazione delle merci e delle persone è un principio liberale, non socialista, d’altronde i veri specialisti dei muri sono i regimi comunisti.

No, anche i temi della società aperta e dell’accoglienza sono trasversali rispetto allo schema destra/sinistra. Non sono un’esclusiva della sinistra. Per nulla.

Non parliamo poi del tema del giustizialismo. Qualcuno dimentica di quando il Travaglio anti-berlusconiano era un idolo della sinistra. Qualcuno dimentica le esultanze a ogni avviso di garanzia recapitato a Berlusconi. D’altronde, alcuni commenti sul ventennale della morte di Bettino Craxi (parliamo di pochi giorni fa) da parte di grillini, comunisti e comunistoidi, molti dei quali con hashtag facciamorete, sono di una violenza verbale non dissimile da quella fascista:

anche il giustizialismo populista deriva in gran parte dalla cultura politica della sinistra.

Pensare di contrapporre alla narrazione neo-populista i vecchi arnesi novecenteschi della sinistra, anche con il maquillage rivisitato, è del tutto sbagliato oltreché illusorio. Per questa ragione, chi si pone in alternativa al neo-populismo, ma al di fuori del PD, non deve cadere nella trappola:

la via per battere il neo-populismo, non consiste nel rafforzare il campo del centrosinistra, consiste nel creare un campo nuovo, trasversale, appetibile per qualunque elettore, fondato su una narrazione nuova, attraente, coerente con l’epoca 4.0.

Le forze politiche alternative al neo-populismo ma esterne al PD, sapranno evitare la trappola? Francamente non credo, non mi pare di poter rilevare segnali in tal senso: prevale la retorica del “battere le destre” come se non ci si fosse pienamente liberati dalla sindrome dei giaguari da smacchiare.

Eppure, ad esempio per Italia Viva, questo è il discrimine, questo è lo spartiacque:

  • porsi con coraggio, come l’embrione del polo umanistico, alternativo al neo-populismo, fondato su una narrazione trasversale rispetto allo schema destra/sinistra;
  • porsi come la componente “liberal” del centrosinistra, rivendicando la propria coerenza e continuità coi principi originari del PD.

Dalla scelta rispetto a queste opzioni diverse, alternative e incompatibili, deriva non solo il successo di Italia Viva, ma anche l’emancipazione del sistema democratico italiano. Talora ho l’impressione che si voglia invece rifondare il PD, fare il PD dei giusti, altre volte che ci si voglia prendere una rivincita, il PD 2 la vendetta, raramente che si voglia costruire davvero qualcosa di totalmente nuovo.

Nei prossimi giorni verranno indicati i Coordinatori territoriali e avrà luogo la prima Assemblea Nazionale di cui finalmente si conosceranno (spero) tutti i componenti. Vedremo se e come si scioglierà l’equivoco.

 

Muore Pansa, si ricorda Craxi.

È morto Gianpaolo Pansa. Proprio a pochi giorni del ventennale della morte di Bettino Craxi.

C’è qualcosa che accomuna questi due protagonisti della fine del novecento italiano? Si.

Pur non avendo avuto Pansa particolare simpatia nei confronti di Craxi, un collegamento tra i due c’è.

Pansa, uomo di sicura storia e fede democratica, a un certo punto del suo percorso giornalistico, decide di scrivere una serie libri sulle violenze compiute da partigiani nei confronti di fascisti durante e dopo la seconda guerra mondiale: Il sangue dei vinti (vincitore del Premio Cimitile 2005), Sconosciuto 1945, La Grande Bugia e I vinti non dimenticano (2010).

Le reazioni di gran parte della sinistra furono rabbiose:

Gianpaolo Pansa si permetteva di insinuare un dubbio, il dubbio che non bastasse dirsi antifascisti per essere immuni da tentazioni violente, antidemocratiche, autoritarie.

Analogo principio fu convintamente e reiteratamente espresso da Bettino Craxi, secondo il cui pensiero, ad esempio, lo scempio di Piazzale Loreto rappresenta una pagina buia della storia italiana.

Anche secondo il pensiero di Craxi, l’antifascismo non rappresenta di per sè un antidoto alla barbarie. È anche a partire da questa considerazione che ebbe il coraggio, negli anni ottanta, di definirsi “fieramente anticomunista”.

Nè Pansa né Craxi furono perdonati. Tanto Pansa quanto Craxi furono etichettati come fascisti o amici dei fascisti, Craxi in particolare, ad esempio, fu disegnato per anni e anni dal grande Forattini, vestito da gerarca fascista.

Dare del fascista a chi pensa che l’antifascismo non rappresenti di per se una patente di autentica democraticità, è un vecchio vizio, tuttora in uso, dei comunisti.

Ogni 25 aprile si festeggia la liberazione dell’Italia dall’oppressione fascista. Ogni 25 aprile qualcuno immancabilmente salta su e sostiene che il 25 aprile dovrebbe essere la giornata contro tutti i totalitarismi. Peccato che il 25 aprile del 1945 l’Italia si sia liberata dal fascismo, non da “tutti i totalitarismi”.

Allo stesso modo, ogni 9 novembre si festeggia la liberazione di parte dell’Europa dall’oppressione comunista. E allo stesso modo, ogni 9 novembre qualcuno immancabilmente salta su e sostiene che il 9 novembre dovrebbe essere la giornata contro tutti i muri. Peccato che il 9 novembre del 1989 sia caduto il muro di Berlino, non “tutti i muri”.

È così difficile festeggiare ogni 25 aprile la liberazione dell’Italia dal regime fascista e ogni 9 novembre la liberazione dell’Europa dai regimi comunisti?

Si, è così difficile. È ancora oggi così difficile. Anche per questo l’opera letteraria di Pansa e il pensiero politico di Craxi continuano, drammaticamente, ad essere attuali.

Alla ricerca dell’alternativa perduta

Condivido il testo di un articolo che ho pubblicato per Strade.

Salvini fa poco più che baciare i prosciutti e i sondaggi dicono che la Lega resta saldamente il primo partito. Com’é possibile? Molti sostengono, con fare snobisticamente rassegnato, che siamo un popolo di ignoranti. Per quanto ci sia del vero, non é questa la ragione del successo di Salvini. Il consenso della Lega ha ragioni politiche:

in Italia, a oggi, non esiste una reale alternativa al populismo, questa è la cruda realtà.

Provo ad argomentare questo mio convincimento, raccontando la mia esperienza personale sul tema, sperando che la mia “storia” (che di per sé non interessa ad alcuno) rappresenti in qualche modo il sentimento di chi si sente “alla ricerca dell’alternativa perduta”.

Parto da lontano. Fui in qualche modo testimone diretto della nascita del grillismo. Negli anni immediatamente precedenti alla sua nascita, infatti, collaborai amichevolmente con Beppe Grillo alla progettazione di un paio di suoi spettacoli. Assistetti in prima persona alla sua metamorfosi da tribuno del palco a tribuno del popolo, fino alla nascita, nel 2009, del Movimento 5 Stelle.

Fondò il suo partito con Gianroberto Casaleggio che ebbi occasione di conoscere nei primi anni 2000: un manager potentemente innovativo. Portammo avanti un importante progetto di gestione delle risorse umane nella web technology. Si appassionò al mio approccio umanistico, tanto che volle scrivere la prefazione del libro La leadership di Peter Pan che pubblicai con Sperling & Kupfer proprio in quegli anni.

Fu chiaro fin da subito come il Movimento 5 Stelle si fondasse su un linguaggio sguaiatamente aggressivo e su una visione complottista del mondo, ancorché in parte edulcorata da quella visionaria di Casaleggio. Eppure un’intuizione c’era: per leggere il mondo nell’era della globalizzazione e della digitalizzazione, occorreva “indossare un nuovo paio di occhiali”, occorreva fare ricorso a nuovi paradigmi e accettare il superamento dei vecchi, occorreva, per quanto attiene l’elaborazione politica, andare oltre lo schema destra/sinistra, cosa che il M5S fece, con successo, fin da subito.

Mi convinsi che, con la nascita del Movimento 5 Stelle, si sarebbe progressivamente determinato un nuovo bipolarismo, non più fondato su destra/sinistra e sarebbe divenuto quindi necessario lavorare per un’alternativa a questa forma neo-populista, un’alternativa che non fosse prigioniera dei vecchi steccati novecenteschi.

Ben sapendo che l’alternativa non poteva certo essere rappresentata né generata da quella sinistra che, anzi, aveva potentemente concordo a generare la narrazione populista, mi parve che l’unico spiraglio di luce potesse provenire dalla Leopolda renziana, la cui prima edizione fu sostanzialmente contemporanea alla nascita del partito grillino.

Iniziai a seguire le gesta del giovanissimo Renzi, sia pure molto scettico intorno alla possibilità che l’alternativa al neo-populismo potesse derivare da un “nuovo PD”.

Quando nel 2012 Matteo Renzi fu sconfitto da Bersani alle primarie, ebbi con lui un più che simpatico carteggio. Mi contattò, ringraziandomi, per la copia del mio libro Il coraggio di essere te stesso che Feltrinelli, l’editore, gli fece avere in occasione del lancio che avvenne proprio in quei giorni. Ne approfittai per sottoporre alla sua attenzione i miei ragionamenti intorno alla necessità di una narrazione totalmente nuova e i miei dubbi intorno alla possibilità che tale narrazione potesse derivare dal PD. Mi colpì (e appezzai) la convinzione con cui argomentò il contrario e cioè come, secondo il suo punto di vista, il PD fosse il generatore naturale della nuova narrazione. Dopo brevissima frequentazione del mondo piddino, mi convinsi più che mai della mia idea. Certamente Matteo non ricorda di quel breve carteggio, ma io apprezzai molto la disponibilità che dimostrò nei miei confronti, per lui, un emerito sconosciuto.

Pur continuando a seguire con simpatia la battaglia contro i mulini a vento che Renzi portava avanti nel PD, restai per anni orfano di una sponda politica di riferimento: neppure la meteora politica di Mario Monti fornì un’adeguata risposta.

Verso la fine del 2017 conobbi Benedetto Della Vedova. Mi parlò dell’intento di far evolvere l’associazione politica che presiedeva, Forza Europa, in lista elettorale, coinvolgendo i Radicali di Emma Bonino.

L’idea poggiava le sue basi ideali sul convincimento di diversi intellettuali intorno al nuovo paradigma che si affacciava: non più destra/sinistra, ma apertura/chiusura. Potrebbe essere la volta buona, pensai. Così nacque Più Europa che nelle politiche del 2018, sfiorò il superamento dello sbarramento del 3%.

Nei giorni successivi all’esito elettorale, partecipai alla Direzione Nazionale di Forza Europa, per l’occasione aperta alla partecipazione di Emma Bonino. Sottolineai come, un po’ inevitabilmente, la proposta di Più Europa fosse stata percepita come appiattita sulla potente immagine pubblica di Emma Bonino e come tale appiattimento abilitasse a un agevole raggiungimento del 2,7% (il risultato che ottenne Più Europa) e al contempo ne impedisse il superamento. Argomentai che, conseguentemente con ciò, un’eventuale evoluzione della lista elettorale in partito strutturato, avrebbe dovuto prevedere lo scioglimento nella nuova formazione da parte dei partitini fondatori, pena un’alta conflittualità interna, una leadership debole o divisiva, un’identità sfumata o contraddittoria. Il mio argomento non ebbe successo e la stessa Emma Bonino, replicando al mio intervento, escluse questa possibilità. Così fui l’unico a esprimere voto contrario alla nascita di un partito con forma federale e mi allontanai progressivamente da quell’esperienza che a tutt’oggi, mi sembra, fatichi a decollare.

Così mi ritrovai nuovamente orfano, ma ecco un nuovo spiraglio di luce. A dire la verità, mi parve ben più di uno spiraglio: finalmente Matteo Renzi sceglie di portare avanti il suo progetto politico fuori dal PD. Nasce Italia Viva.

Aderisco senza tentennamenti. Sarà davvero la volta buona? Sarà davvero “tutta un’altra storia”?

Renzi, si sa, è un maestro di tattica, ma per lanciare un nuovo soggetto politico, la tattica non basta e non basta neanche un leader, occorre un’identità forte, non scontata, inequivocabile.

Questi primi mesi di vita del nuovo partito renziano mettono invece in luce un dilemma identitario: Italia Viva é davvero “tutta un’altra storia” o, come ebbe a dire Roberto Giachetti, è “ il PD che ce l’ha fatta”? Si colloca oltre lo schema destra/sinistra oppure considera il centrosinistra come suo “campo naturale”? Considera come principale avversario politico il neo-populismo (leghista e grillino) o “le destre”?

Se talune scelte sembrano ancorché timidamente indicare “tutta un’altra storia”, alludo ad esempio alle vicende della concessione di Autostrade e della abolizione della prescrizione, altre vanno a mio giudizio nella direzione contraria. In particolare trovo che rappresenti un’involontaria confessione di continuità col PD l’addotta ragione ufficiale del voto favorevole all’autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini, ragione reiterata dai principali esponenti di Italia Viva; cito testualmente dall’account Twitter di Italia Viva: “Se il caso Gregoretti è identico a quello della Diciotti, allora voteremo come sulla Diciotti”.

Se davvero si vuole testimoniare “tutta un’altra storia”, i parlamentari di Italia Viva non devono ragionare e muoversi come ex-PD, come il gruppo dei parlamentari “giusti” del PD, ma come se fossero stati eletti ex-novo dall’elettorato a cui Italia Viva si rivolge che non dovrebbe essere tout court quello del PD.

Cosa vuol dire “voteremo come sulla Diciotti” se al tempo del caso Diciotti, Italia Viva ancora non esisteva? Non è una questione di lana caprina, è al contrario un’illuminante (e preoccupante) cartina torna sole.

Così come si è rivelato illusorio (velleitario?) pensare di cambiare il PD, è forse altrettanto difficile costruire tutta un’altra storia se i suoi artefici sono tutti ex PD. Il rischio di costruire “il PD dei giusti” è alto. Sarà difficilissimo sfuggire a questa tentazione, talora ho l’impressione che molti sostenitori di Italia Viva ambiscano a una sorta di partito catto-comunista 4.0. Anche la scelta di partecipare alle elezioni regionali, da questo punto di vista, è rischiosa giacché “costringe” Italia Viva a confermare anche sul piano locale l’alleanza che sostiene il governo nazionale e comunque a competere come parte integrante del centrosinistra.

Questa strada può portare a ritagliarsi un consenso (5%?) da far pesare al tavolo del centrosinistra e nulla più.

Il sistema democratico italiano ha bisogno di ben altre risposte. Risposte che potrebbero forse essere abilitate generando un’unità di intenti con Voce Libera, l’associazione politica fondata da Mara Carfagna, associazione che, in questo senso, va sostenuta. D’altronde, già nell’aprile del 2019 caldeggiai su Strade qualcosa di simile, Care Mara e Maria Elena, l’Italia ha bisogno di coraggio: il vostro

Nell’ultima piacevole chiacchierata che ebbi con Benedetto Della Vedova, prima di disimpegnarmi da Più Europa, gli dissi che l’Italia non ha bisogno della punta di diamante di un’alternativa che ancora non c’è, ma dell’embrione generativo di un’alternativa tutta da costruire.

Valeva per Più Europa, vale per Italia Viva.