Nuovo bipolarismo? La guerra accelera il processo.

Da tempo si dibatte su come lo schema destra/sinistra sia divenuto inadatto a leggere la realtà. Questa considerazione è apparsa fino ad oggi come qualcosa di astratto, di filosofico, roba per politologi insomma.

Ci voleva una guerra per sbatterci in faccia che non è così, che il superamento dello schema destra/sinistra non è un’intuizione futuristica, è al contrario ormai nei fatti.

La vicenda ucraina ci propone, di fatto, un nuovo bipolarismo, la cui rappresentazione sta tutta nell’atteggiamento dei parlamentari italiani in occasione dell’intervento del leader ucraino Zelensky. 

Una quota di italiani si sente rappresentata dai parlamentari assenti o “insinceramente presenti”, putiniani di destra e di sinistra; un’altra quota di italiani si sente invece rappresentata dai parlamentari che hanno convintamente applaudito gli interventi di Zelensky e di Draghi, liberali di destra e di sinistra. In questa divaricazione si dipana il nuovo bipolarismo.

Si tratta di una divaricazione trasversale a tutte le principali forze politiche. Ognuna, in modo più o meno plateale, vive infatti una contraddizione. Vediamole in sintesi.

Partiamo dal PD. Il PD è guidato dal leader, Enrico Letta, che più di ogni altro si è battuto per confermare la vocazione atlantista ed europeista del Paese, attraverso il sostegno al popolo Ucraino. Bene, è lo stesso PD che fino a tutt’oggi incentra la sua strategia sull’asse strategico con i 5 Stelle, è lo stesso PD che solo pochi mesi fa si batteva per Giuseppe Conte, certamente l’uomo politico più compromesso con Mosca, come unica possibile guida del governo del Paese. 

Vediamo la Lega. Da anni ci siamo abituati alle dichiarazioni d’amore da parte di Salvini nei confronti di Putin. L’allergia alle armi di cui ci parla l’uomo che da Ministro dell’Interno ha vestito tutte le uniformi militari disponibili, non è evidentemente credibile. Altrettanto si dica per l’ispirazione pacifista da parte di chi fino a ieri si è battuto (secondo me giustamente) per un ampliamento della legittima difesa della propria proprietà. Eppure la Lega nasce come movimento atlantista ed europeista, oltre che federalista. La Lega originaria, quella di Bossi, Miglio, Formentini, Pagliarini, ha nulla a che spartire con la nuova identità voluta da Salvini. 

Anche Fratelli di Italia tiene insieme due anime molto diverse, quella fascistoide che, propugnando la retorica dell’uomo forte, subisce la fascinazione di Putin e quella più rigorosa e istituzionale, che ha evidentemente prevalso in occasione della vicenda ucraina. 

Per quanto attiene il Movimento 5 Stelle, la lacerazione è di un’evidenza lampante ed è rappresentata dalla dicotomia tra Conte che cerca di tenere insieme i pezzi del peggior populismo della storia d’Italia e Di Maio che non perde occasione per smarcarsi in modo sempre più netto. 

Forza Italia si produce in un equilibrismo decisamente instabile nel perseguire ideali liberali, democratici ed europeisti riconoscendo al contempo Salvini come leader dell’alleanza che dovrebbe garantirli.

Tutte le forze politiche contano, sia pure con quote diverse, sul sostegno di elettori di ispirazione atlantista, liberale ed europeista, ma nessuna di queste forze ne ha l’esclusiva.

Per questa ragione, è oggi indispensabile mettere in campo una proposta politica rivolta a TUTTI questi elettori, indipendentemente dal voto che hanno espresso fino ad oggi. Va da sé che una proposta di questo genere squadernerebbe il quadro politico proprio perché si posizionerebbe oltre i vecchi steccati. 

I tempi, forse, sono finalmente maturati. Chi in questo quadro continuasse a proporre il campo largo progressista o l’alleanza di centro-destra, si porrebbe fuori dalla storia e dalla realtà.

Il ribelle garantito, archetipo dell’arci-italiano

Ribelle garantito? Non è forse una contraddizione in termini? Non è, come è diventato di gran moda dire, un ossimoro?

No. Quello del ribelle garantito è un atteggiamento diffuso, tipicamente italiano che viene da molto lontano.

Neppure il mondo dell’impresa che per ragioni professionali frequento assiduamente, ne è immune. Lo argomento nel mio ultimo libro Verso un mondo nuovo. Perdonatemi l’auto-citazione, ecco cosa scrivo:

Capisco bene che le organizzazioni non si emancipino grazie ai cosiddetti yes man. Ma attenzione, non si emancipano neppure grazie ai ribelli di professione, ai contestatori per scelta, ai no man. Normalmente costoro contestano ogni scelta. Neppure di fronte a una scelta inequivocabilmente ragionevole, cedono al sì, men che meno a un sì potente, preferiscono, nel caso, trincerarsi dietro i sì, ma e i sì però. Nulla merita la loro piena adesione con l’eccezione della garanzia del proprio stipendio e del mantenimento dei propri privilegi. (…) Normalmente si considerano incompresi nel proprio talento e guardano con diffidenza ai successi altrui.

I ribelli garantiti, abitano ogni organizzazione, ma anche la società nel suo complesso. Così nei social, come nei salotti e nei talk show, sedimenta una fittizia cultura anti-sistema, spacciata per pensiero non allineato con il cosiddetto main stream, ma in realtà fortemente stereotipata.

 I ribelli garantiti sono i tifosi del pensiero contro, impegnati nel rivendicare un astratto mondo perfetto, ma specializzati nel lasciare quello reale così com’è. 

Dicono no a tutto tranne che ai propri privilegi.

Per il ribelle garantito, gli altri hanno il dovere di garantire il servizio perché lui ha il diritto di usufruirne.

L’atteggiamento del ribelle garantito, trova la sua sublimazione nella vicenda dell’invasione dell’Ucraina: gli stessi che blaterano di rivoluzione, che magari utilizzano l’immagine di Che Guevara come foto del proprio profilo social, che esortano i “pecoroni” alla rivolta contro “il sistema” al grido di “sveglia!”, proprio loro chiedono la resa incondizionata del popolo ucraino. 

Anche in questo caso, per il ribelle garantito, gli altri hanno il dovere perché lui ha il diritto: gli Ucraini hanno il dovere di arrendersi, perché lui ha il diritto di godersi la pace.

La partita del Quirinale: qualche infortunato esce in barella.

La partita del Quirinale si è conclusa lasciando sul campo qualche infortunato.

In cosa consisteva la partita? La partita vera, che i più hanno finto di non vedere, era la seguente: Draghi sì verso Draghi no. Draghi, un Presidente liberale, trasversale rispetto ai due campi (ricordiamo che iniziò la sua carriera nell’Unione Europea su nomina di Berlusconi), di ispirazione inequivocabilmente “centrista”.

Da questo punto di vista, ogni nome diverso da quello di Draghi, ha rappresentato una declinazione più o meno ipocrita dell’opzione Draghi no. Vediamone alcune.

D’Alema: nel draghismo vedo esplodere l’antipolitica. (13.01.22)

Bersani: Ma il giorno dopo però siamo sicuri di non destabilizzare l’azione del governo? Non possiamo mica andar per farfalle! In politica, quando si tira un filo vien giù il maglione. (19.01.22)

Fassina: Il campo progressista allargato deve puntare a rinforzare l’asse tra Pd e Movimento 5 Stelle. Ed è lì, con loro, che troveremo la convergenza per il successore di Sergio Mattarella. (15.11.21)

Conte: Il Movimento 5 Stelle dice sì a Draghi al Governo e auspica una Presidente della Repubblica donna. (26.01.22)

Salvini: Mi auguro che Draghi continui a fare il Presidente del Consiglio. (28.01.22)

Un fronte troppo ampio per pensare di arrivare a una conta. L’opzione Draghi sì ha perso senza neppure giocarsi la partita, ha perso a tavolino.

Così è diventata cruciale la partita successiva: perdere onorevolmente. L’unico modo consisteva nella ricostruzione dell’asse Draghi-Mattarella e questo è stato fatto fatto. Gli artefici? Per me, Renzi e, soprattutto, Berlusconi, ma questo non è così importante.

Chi resta infortunato sul terreno di gioco? Mi pare che Salvini e Conte, i due principali rappresentanti del populismo nelle sue “diverse” forme, vengano portati fuori in barella, con diagnosi piuttosto impietose.

Conte sta messo peggio perché nel suo partito (che fastidio i giornalisti che continuano a chiamarlo “il Movimento”) la resa dei conti si è aperta, grazie a Di Maio, piaccia o no, politico di razza. Nella Lega, la resa dei conti giace sotto la cenere, ma prima o poi si manifesterà.

Insomma, l’opzione Draghi sì ha perso la partita, ma l’ha persa più che onorevolmente.

Cosa resta di positivo? Lo squadernamento dei due “campi”.

La frattura tra Forza Italia e “Lega di Giorgetti” da un lato e “Lega di Salvini” e Fratelli d’Italia dall’altro (che comunque litigano anche tra loro), appare insanabile. Continuare a parlare di centrodestra fa sorridere, la Meloni lo afferma apertamente.

La spaccatura nel famoso “campo largo”, quello del centrosinistra, è forse meno appariscente, meno distinguibile, più equivoca e complessa. Di certo e in ogni caso, l’alleanza di ferro tra PD e 5Stelle ne esce molto male. Ma gli innamorati delusi non si rassegnano e si fanno guidare da alibi e illusioni. Così il PD potrebbe iniziare a fare il tifo per Di Maio, nuovo fortissimo punto di riferimento dei progressisti. Non tutti gli elettori del PD apprezzerebbero. Forse.

Questo scenario favorisce potentemente la generazione di un polo liberale, alternativo ai due populismi, oltre lo schema destra/sinistra. Questo polo potrebbe parlare a un popolo “non appartenente” che abbraccia un elettorato ampio che si dispiega da quello del PD a quello della Lega, passando evidentemente attraverso Italia Viva e Forza Italia.    

Certo, ci vuole un contenitore che scompagini i vecchi steccati, ma ci vuole soprattutto un leader che sappia trasformare questa idea in qualcosa che scaldi i cuori. 

Osserviamo attenti, aperti e curiosi.

I venditori di doppia morale

La morte di David Sassoli lascia un vuoto. Non si tratta tanto di un vuoto di contenuti politici, è piuttosto un vuoto di stile. Nel tempo degli slogan da stadio, delle polemiche urlate, delle voci che si sovrappongono l’una sull’altra, lo stile di un politico mai sopra le righe ci mancherà.

Speriamo almeno che sia di ispirazione, anche se le polemiche che sono seguite alla sua morte, particolarmente sulle foto nella camera ardente, non fanno ben sperare. 

Tra i tanti malanni generati dal grillismo, ce n’è uno particolarmente insidioso perché poco riconoscibile e dannatamente diffuso: la facile indignazione. Ci si indigna per qualunque cosa, non c’è situazione che non possa essere commentata con la parola più cara al mondo grillino: vergogna. Così assistiamo a una vera e propria gara a chi si indigna di più, dimostrando la propria presunta rettitudine.

Molti politici hanno reso omaggio alla salma di David Sassoli e taluni si sono fatti immortalare. A qualcuno può piacere, ad altri meno, ma davvero ci sono gli estremi per gridare alla vergogna? Si tratta di una prassi in uso da sempre, fin dai tempi dell’omaggio da parte di Almirante alla salma di Berlinguer. Ma con Sassoli no, con Sassoli non si può, così sui social non si è persa l’occasione e in particolare gli interpreti della “vera sinistra”, antenati dei grillini, hanno lanciato il loro grido: vergogna!

Ma siamo così sicuri che la stessa indignazione sarebbe stata procurata, per fare un esempio, dall’immagine di un Bersani contrito davanti alla salma? Io non credo. Non lo credo perché conosco bene il giochino della doppia morale. D’altronde, chiedete a un indignato se debba vergognarsi anche il Presidente Mattarella, la cui foto di fronte alla salma è stata pubblicata dall’account del Quirinale su tutti i social. La risposta sarà un grande classico: eh ma è diverso. Per costoro, venditori di doppia morale, è sempre “diverso”. Diverso un corno: o vale per tutti o per nessuno.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella rende omaggio alla camera ardente di David Sassoli (foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

A proposito di Presidenti, anche il tema dell’elezione del Presidente della Repubblica è segnato dall’indignazione. C’è pieno di indignati all’ipotesi della “candidatura” di Silvio Berlusconi, così sui social impazza l’hashtag Noquirisilvio che ricorda i giorni dei girotondini travaglisti e dei loro NoCavDay. Ci spiegano quanto sia importante un Presidente super partes e allo scopo si propongono come esemplari i nomi di Rosy Bindi, Emma Bonino e financo di Bersani. Eh sì, il mio nemico è sempre divisivo, il mio amico è sempre super partes. Io non credo che Berlusconi abbia possibilità concrete di aspirare alla carica di Presidente della Repubblica né auspico che le abbia. Certo che un Presidente come fu Napolitano, per me eccellente, aveva una storia politica divisiva almeno quanto quella di Berlusconi: non solo veniva dall’esperienza del Partito Comunista, ma fu protagonista della campagna comunista antieuropeista. Sì è vero, a destra ci furono dei malumori, ma non ci fu l’ossessiva campagna alla quale assistiamo oggi: a destra talora si soffre di un senso morale forse un po’ debole, ma almeno non doppio. Perché Berlusconi dovrebbe essere meno super partes di quanto non sia stato il Presidente Napolitano? Anche in questo caso la risposta è certa: Eh, ma è diverso.

E’ vero, Napolitano mica faceva i festini con le ragazze. Su questa questione del bacchettonismo catto-comunista, la doppia morale tocca vette inarrivabili: al mondo LGBT deve essere concesso (giustamente) qualunque diritto, ma se a uno piace troppo la figa, allora deve andare in galera. Inclusivi a intermittenza. Eh, ma è diverso.

A proposito, volete riconoscere uno di questi inclusivi parolai? E’ facile, sono quelli che parlano di inclusività, ma in effetti senza un nemico vanno in crisi di identità. Sono quelli che parlano di ponti, ma innalzano muri. Impartiscono lezioni sulla bellezza della diversità, ma tolgono orgogliosamente l’amicizia ai novax. L’astio e la cattiveria con cui costoro guardano al mondo novax, mi ricorda il clima infame che si respirò al tempo di tangentopoli.

Eh, ma è diverso.

Neanche i manganelli smuovono i “riformisti”

Quest’anno la Leopolda renziana si è svolta in  un momento tutto speciale. Forse mai come oggi, infatti, Renzi è stato sottoposto a un attacco concentrico mediatico-giudiziario.

Si tratta di un metodo già visto in passato, prima con Craxi, poi con Berlusconi: taluni magistrati passano sottobanco la notizia dell’indagine, taluni giornalisti la trasformano in notizia di reato certo, taluni opinionisti costruiscono il mostro, taluni politici hanno finalmente un nemico che regala loro l’illusione di un’identità.

La destra contro la sinistra? La sinistra contro la destra? No, contro Craxi non si scagliò solo certa destra, anche e soprattutto certa sinistra; contro Berlusconi non si scagliò solo certa sinistra, anche il mondo grillino e leghista; anche contro Renzi si scagliano oggi un po’ tutti. Ancora una volta, il discrimine è tra chi vuole innovare e chi teme l’innovazione ed è un discrimine certamente trasversale rispetto allo schema destra-sinistra.

Niente di nuovo.

Si tratta di una modalità efficacissima. Basta andare a leggere i commenti su Twitter all’hashtag della Leopolda o i commenti su Facebook al video, pubblicato da Il Fatto Quotidiano, dell’intervento di Maria Elena Boschi, per rendersi conto della valanga di rancore che questo metodo è capace di generare.

Certo, questa situazione avrebbe potuto finalmente suggerire un definitivo e inequivocabile riposizionamento e l’adozione di un nuovo linguaggio da parte di Italia Viva. Invece no.

Il tema del linguaggio è centrale. La narrazione populista affonda le sue radici nella cultura della destra sociale, ma anche (soprattutto) della sinistra ed è quindi trasversale. Anche una narrazione alternativa, quindi, non può che essere trasversale. Per questa ragione, termini che fanno riferimento al paradigma destra-sinistra non servono più. È il caso di un polveroso termine come “riformista”, così anni ottanta: ma perché, il Reddito di Cittadinanza e Quota 100 non sono forse riforme? E la flat tax non sarebbe forse una riforma? Dov’è il discrimine? Una forza davvero alternativa al “bipopulismo” deve elaborare una narrazione trasversale utilizzando un linguaggio nuovo. 

Alla Leopolda 11 questo posizionamento e linguaggio nuovo non si sono visti né sentiti.

Da questo punto di vista, è del tutto emblematico il modo in cui Renzi ha presentato il Sindaco di Genova Marco Bucci, ospite della kermesse.

Cito testualmente.

Di un’altra famiglia politica”. Ah, quindi Italia Viva a quale famiglia politica appartiene? A quella del centro-sinistra? Bene, basta dirlo, basta saperlo.

Ha vinto contro i nostri”. Eh sì, Bucci vinse contro gli orgogliosamente comunisti Crivello e Doria. I nostri.

Ci ha sconfitti”. Nel 2017 Italia Viva non esisteva. Che senso ha dire “ci ha sconfitti”? Ah già, prima di essere di Italia Viva, ci si sente ex-PD.

Ma perché Bucci merita una presentazione così diversa rispetto a Sala, definito “storico amico”?

Perché sotto sotto, c’è poco da fare, Italia Viva continua a recitare la parte dell’anima critica del PD. 

Del resto, Ettore Rosato, tra gli applausi entusiasti degli astanti, lo ha detto a chiare lettere: abbiamo fondato il centro sinistra, siamo di centrosinistra, il vero centro-sinistra siamo noi.

Non c’è mica niente di male eh, ognuno sceglie il posizionamento che ritiene. Per me questo posizionamento è sbagliato perché figlio di una lettura vecchia della realtà, inutile perché non funzionale ai bisogni del sistema democratico italiano, perdente perché risponde più ai bisogni esistenziali degli ex-PD delusi e incattiviti che non a quelli degli “elettori ibridi” che caratterizzano il nostro tempo.

Pensavo che in epoca di manganelli giudiziari, si sarebbe fatto uno sforzo maggiore, ma non è stato così.

Certo, il tema giudiziario è stato trattato con coraggio. Ma se oggi si dice (giustamente) che non spetta alla Magistratura decidere le forme della politica, ieri, e a maggior ragione, in occasione della richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini, si sarebbe dovuto dire che non spetta alla Magistratura decidere se una scelta di governo corrisponde a un reato ordinario (in quel caso sequestro di persona). E invece no, nella vicenda di Salvini, incriminato per una scelta politica del Governo di cui faceva parte, Renzi si lasciò andare alla più povera delle retoriche: ci si difende nei processi, non dai processi. No, ci si difende anche dai processi se, come nel caso di Salvini ieri e di Renzi oggi, appaiono persecutori. Se si avesse avuto più coraggio ieri, si avrebbe più credibilità oggi. E di quel coraggio ci sarebbe stato bisogno. L’autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini costituisce un precedente che sarebbe pericolosissimo se non fosse addirittura grottesco. Praticamente in qualunque scelta di governo si può riscontrare un’ipotesi di reato: rispetto a talune scelte sulla gestione della pandemia, non potrebbe qualche magistrato riscontrare l’ipotesi di omicidio colposo? Ogni tanto penso che l’ultimo sussulto di dignità della politica  nel rapporto con la Magistratura, si ebbe in occasione della (temporanea) negazione dell’autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi da parte del Parlamento.

In fondo, lo stesso atteggiamento Italia Viva lo paga rispetto alla vicenda del DDL Zan. Certo che la proposta formulata alla Leopolda di estensione della legge Mancino è valida, ma perché formularla solo oggi? Perché si è sostenuto e votato il DDL Zan? Perché si continua a dire che una legge imperfetta è meglio di niente? La legge perfetta sarebbe il DDL Zan, un’accozzaglia di slogan carichi d’odio spacciata per legge volta all’inclusione?

Anche su questo, un diverso atteggiamento di ieri, avrebbe dato più credibilità all’atteggiamento di oggi, ma Italia Viva arriva sempre dopo, perché non riesce a liberarsi del “siamo il vero centrosinistra riformista” e, infondo, “bisogna battere le destre”. 

Tra non molto, si giocherà la partita del Quirinale. In ogni caso la giocherà anche Draghi, anche quando se ne tirasse fuori. Vedremo se da lì si potrà intravedere qualcosa di nuovo. Non credo.

Campo largo e sovranismo non convincono gli “elettori ibridi”

Elezioni amministrative. Trionfa il centrosinistra, trionfa il PD. Si dice che questo esito confermi la bontà del progetto del “campo largo” di cui Letta sarebbe il federatore. Giorgia Meloni saluta il tracollo dei Cinque Stelle come un salutare ritorno al bipolarismo.

Mi pare che l’esito elettorale dica anche altro. Ci dice soprattutto che c’è un’area ampia di “elettori ibridi”, immuni alla disciplina di partito e di parte, che ha rinunciato a votare.

Come colmare questo spazio politico? Che risposta dare all’elettorato ibrido?

Mi pare che l’indicazione più convincente ci arrivi da Benevento. A Benevento, il Sindaco uscente Clemente Mastella ha vinto grazie a un’alleanza che ha messo insieme i riformisti di centrosinistra (compreso un pezzo di PD) con i liberali di Forza Italia del centrodestra e il mondo delle liste civiche.

Questo posizionamento è stato capace di raccogliere consensi nella cosiddetta società civile grazie all’appoggio di ben dieci liste civiche, di parte dell’elettorato di centrosinistra, di parte dell’elettorato di centrodestra. Questo nuovo posizionamento è stato capace di raccogliere anche parte dell’elettorato ibrido, quello che in generale ha rinunciato al voto. Sembra proprio così se é vero come é vero che Benevento ha registrato un’affluenza alle urne di ben dieci punti superiore alla media campana.

Non è forse un caso che può fare scuola? Non vale forse la pena di farci un ragionamento? Non rappresenta un’ipotesi politica meno vetusta del “campo largo” e meno velleitaria dei micropartitini federati nel cosiddetto fronte liberal-democratico?

Mastella, da politico consumato e capace qual è, lo ha capito bene. Lo ha capito così bene che ha subito rilanciato a Renzi e Calenda in un’intervista a Radio24 nella quale dice: Dopo la mia vittoria a Benevento, è il momento di costruire un centro a livello nazionale per le prossime elezioni politiche, magari con dentro Italia Viva e Azione di Calenda. Ora spero che anche loro facciano la loro parte.

Non mi risulta che Renzi abbia a oggi risposto. Calenda, così attento com’è al tema della competenza, avrebbe dovuto studiare Mastella prima di rispondergli. Ma invece non ha studiato e forse non ha pensato, così, dimostrando ancora una volta la sua ben scarsa lungimiranza politica, ha risposto con un laconico tweet: anche no.

Bene. Un’alleanza liberale, alternativa tanto al “campo largo” quanto al sovranismo, va costruita. Ne farà parte anche Calenda? Verrebbe da dire “anche no”, ma invece bisognerà essere inclusivi, molto inclusivi.

Le vecchie liturgie confessano l’assenza di visione

E così, alla vigilia dei ballottaggi, si rispolvera la polverosa liturgia del “cartello contro”. Sabato tutti i piazza contro il fascismo.

Cosa ci dicono le recenti manifestazioni e violenze di piazza che hanno generato questa scelta?

– Ci confermano per l’ennesima volta come la narrazione populista sia politicamente trasversale.

– Segnalano l’urgenza di elaborare una narrazione alternativa a quella populista, narrazione che, per competere, non può che essere anch’essa trasversale rispetto allo schema destra/sinistra.

– Confermano come il populismo non sia intrinsecamente “di destra” e affondi invece le sue radici anche e soprattutto nella cultura politica della sinistra: il popolo buono e il “potere” cattivo, il nemico (di classe) colpevole di ogni male, la mistica dello “scendere in piazza”.

– Evidenziano come l’alternativa al populismo non possa essere rappresentata dalla “sinistra” (più o meno configurata come nuove querce o nuovi ulivi) né derivare dalla sua cultura.

E allora? Che fare?

Da più parti si propone la creazione di un’area liberal-democratica che raccolga Più Europa, Italia Viva, Azione. Si ritiene evidentemente che se metti tre sigle in un posizionamento politico che vale il 3%, da quel giorno quel posizionamento varrà il 9%. No, continuerà a valere il 3.

Non è questione di sigle, è questione di posizionamento.

Il posizionamento del polo liberal-democratico alternativo a quello populista deve fondarsi sulle seguenti consapevolezze:

– Trasversale non vuole dire “di centro”, significa invece “oltre lo schema destra-sinistra”.

– Una visione liberale si fonda sulla promozione della libertà individuale e sul premio della responsabilità individuale su quella sociale.

Una visione liberale suggerisce ad esempio le seguenti considerazioni:

– Gli individui sono liberi di scegliere se assumere questo o quel farmaco, se vaccinarsi o no.

– Lo Stato può prevedere l’utilità che i luoghi pubblici siano frequentati da persone vaccinate o tamponate e può conseguentemente favorire (entrambe) queste scelte.

– Le forze politiche non vengono sciolte dal Parlamento, ma, se proprio necessario, dalla Magistratura.

– In qualunque Paese europeo, fatta eccezione per l’Italia, la mozione del cosiddetto centrodestra di condanna di tutte le forme di violenza derivanti da qualsivoglia ideologia totalitaria, sarebbe considerata scontata e liberale.

– Il posizionamento liberale non si esprime contro, ma per. Non è così importante che la Costituzione sia anti-monarchica, è importante che sia saldamente repubblicana; non è così importante che sia anti-fascista, è importante che sia saldamente democratica.

E ora tutti i liberali de noartri in piazza: contro il fascismo e contro i non vaccinati.

E se stavolta Grillo ci azzeccasse?

Il consenso è solo l’effetto delle vere cause, l’immagine che si proietta sullo specchio. Vanno affrontate le cause per risolvere l’effetto ossia i problemi politici (idee, progetti, visione) e i problemi organizzativi (merito, competenza, valori e rimanere movimento decentralizzato, ma efficiente).

E Conte non potrà risolverli perché non ha né visione politica, né capacità manageriali. Non ha esperienza di organizzazioni, né capacità di innovazione.

Con queste parole, Grillo risponde all’ultimatum di Conte.

Si tratta di parole assolutamente condivisibili. Poi, si sa, Grillo dice e fa tutto e il contrario di tutto, ma queste parole restano perfette ed anche ispiranti per altre forze politiche.

Non solo i 5Stelle sono chiamati a interrogarsi sulle cause del proprio modesto consenso. Non solo i 5Stelle sono chiamati a interrogarsi sulle idee, progetti, visione che li caratterizzano. Quali idee forti e innovative ci raccontano? Quali progetti ci rendono visibili? Quale visione di futuro scalda i cuori di chi ci segue?

Domande cruciali per tanti.

Poi, certo, c’è il tema della leadership: chi è davvero in grado di convogliare energie verso un “futuro desiderato”? Nei 5Stelle, credo che Grillo abbia ragione, non è Conte. Egli ha avuto la sorte di guidare il governo durante la pandemia e, benché lo abbia fatto male, ciò gli ha conferito l’aurea di “capitano nella tempesta”, un capitano elegante e sobrio, affascinante per larga parte della popolazione. Si tratta di un fascino illusorio e di breve durata, ha ragione Grillo: nessuno riuscirebbe a indicare una sola idea, un solo progetto, una sola visione targata Conte.

E gli altri? Anche il tema della leadership non è esclusiva dei 5Stelle. Così in uno scenario caratterizzato da vuoto di visione, i tanti leader in pectore, anziché mettere mano a un’innovativa proposta di futuro, continuano ad agitare il fantasma delle “destre” e, di fatto, in modi più o meno differenti, replicano l’antico rito del “cartello contro”. 

E le idee forti? Siamo fermi alla sostituzione del vocabolario della lingua italiana col codice penale (Ddl Zan) e al sabato fascista (inginocchiamenti obbligati).

Se Grillo compirà il suo intento di immaginare una visione davvero innovativa, oltre lo schema destra-sinistra, che non peschi qua e là nel vecchio armamentario novecentesco come troppo spesso è stato in passato, sarà ben meglio di Conte, ma, forse, anche di costoro.

Landini, Le iene e la propaganda anti-impresa

L’altro giorno, era il primo giugno, prima di pranzo ho dato un’occhiata al telegiornale, per l’esattezza al TG3. Il tema dominante riguardava la cosiddetta ripartenza e il tema della proroga del blocco dei licenziamenti. La voce centrale era quella di Maurizio Landini, segretario generale della CGIL. Egli non si è lasciato sfuggire l’occasione di proporre l’ennesimo retorico slogan. Ecco le parole testuali: non c’è bisogno di sostenere le imprese, c’è bisogno di sostenere il lavoro.

Lo slogan suona bene e rimanda all’ascoltatore distratto l’idea che le risorse destinate al sostegno delle imprese siano impunemente sottratte a quelle da destinare al sostegno del lavoro. Insomma, si ripropone la polverosa idea che imprese e lavoro viaggino su binari diversi, quasi incompatibili, addirittura conflittuali. 

Qualcuno potrebbe sostenere che siano parole degne dell’operaismo degli anni ’70. Vero, e per questo fa ancora più impressione rileggere le parole così diverse che pronunciava Luciano Lama, all’ora segretario generale della CGIL, nel lontano 1978: Noi non possiamo più obbligare le aziende a trattenere alle loro dipendenze un numero di lavoratori che esorbita le loro possibilità produttive. Un sistema economico non sopporta variabili indipendenti. Noi siamo convinti che imporre alle aziende quote di manodopera eccedenti sia una politica suicida.

Landini impersonifica la sconfitta storica di Lama.

Dopo cena decido di dare un’occhiata alla puntata de Le iene. Ed ecco la conferma, in altra forma, del pensiero landiniano: un servizio sul licenziamento di un impiegato di Ferragamo. Il servizio è montato col chiarissimo intento di far apparire il dipendente come una sicura vittima e l’azienda come una sorta di associazione a delinquere. Da quello che ho capito, si tratta di un impiegato che fu assunto personalmente da Ferragamo venticinque anni fa, a cui fu assegnata un’abitazione per sé e per la propria famiglia. Da quanto ho capito, la relazione era improntata a una particolare benevolenza in ragione della storia di quel sudamericano in cerca di fortuna in Italia. Poi la sua abitazione va a fuoco e il dipendente pensa bene di rivolgersi a un avvocato per il rimborso dei danni in contenzioso con l’impresa. Ferragamo, immagino deluso, decide di interrompere il rapporto e chiede al suo responsabile HR di procedere in tal senso, facendo però in modo che il dipendente possa contare sul sussidio di disoccupazione.

In effetti, non conoscendo nel dettaglio la vicenda, non mi sento di prendere le ragioni di questo o quello, ma men che meno mi sento di aderire all’idea del servizio de Le iene secondo cui il dipendente è per definizione una povera vittima e l’azienda è per definizione un ente crudele. In tutto ciò, avendo avuto qualche tempo fa l’onore di conoscere personalmente la famiglia Ferragamo, mi sentirei di escludere comportamenti meno che corretti.

Se questi qui, i Landini e le iene varie, mettessero una volta davvero piede in un’azienda, si accorgerebbero che normalmente l’imprenditore spende il suo tempo e le sue energie a pensare a come sviluppare l’impresa e non a come licenziare i dipendenti.

Decenni di propaganda anti-impresa lasciano e lasceranno il segno. Il compito che i liberal-democratici hanno di fronte a sé, è soprattutto di tipo culturale: sgretolare con coraggio e senza pudore i tabù che le tante iene hanno fatto sedimentare.

Fedez e la deriva infinita della sinistra

Era la fine degli anni ottanta quando il crollo del Muro di Berlino segnò emblematicamente il fallimento dell’ideologia comunista.

Da allora si assiste a una rocambolesca ricerca di un palliativo, qualcosa che sostituisca il marxismo e continui a dare senso alla propria storia: i reduci non mollano facilmente la presa.

In un primo momento si è cercata una sponda nel moralismo e venne il tempo della cosiddetta questione morale e di uno sfrenato odio verso Craxi e tutto quanto a sinistra non fosse di estrazione comunista o catto-comunista.

Questo atteggiamento spianò la strada al giustizialismo e venne il tempo dell’ infatuazione nei confronti di Travaglio e dei festeggiamenti a ogni avviso di garanzia recapitato al nemico Berlusconi.

Non bastava, ci voleva qualcosa di più forte, così si colse al volo l’occasione offerta dal caso Ruby e all’odio verso il nemico e alla devozione verso i giudici si aggiunse un terzo ingrediente: il bacchettonismo. Così nella sinistra prese corpo una forma oscurantista di bacchettonismo catto-comunista. Essa ha permeato parte della società italiana, tanto da diffondere la malsana idea secondo la quale una ragazza di diciassette anni non sia libera di fare l’amore con chi cavolo vuole senza che qualcuno finisca in tribunale.

Non stupisce di certo che tutto ciò abbia spianato la strada all’insorgere del grillismo. Ma i grillini hanno finito per appropriarsi di questo armamentario moralista e giustizialista e la sinistra si è ritrovata nuovamente orfana di un appiglio “ideologico”.

L’assenza di un’identità, di un impianto ideale e di una conseguente narrazione, hanno determinato un atteggiamento passivo di fronte all’insorgere del fenomeno neo-populista: scientismo e richiamo alla competenza non bastano di certo, anzi portano alla conservativa difesa dello status quo.

Chi poteva togliere le castagne dal fuoco? Ci si è innamorati a caso di chiunque passasse, da Greta alle Sardine, ma la vera frontiera tardava a palesarsi. Poi, finalmente, la luce: Fedez. Dopo un comico, non poteva mancare un cantante.

Fedez, nuovo fortissimo punto di riferimento del campo progressista. Come mai? La vicenda, come si sa, si consuma in occasione del concerto del Primo Maggio. Fedez pretende di spacciare per arte la pubblica gogna nei confronti di rappresentanti leghisti, colpevoli di aver pronunciato frasi (oggettivamente) orribili. I rappresentanti dell’editore e del proprietario dei diritti televisivi hanno garbatamente cercato di spiegare a Fedez che quello non era il contesto adeguato per un’operazione del genere e che ridicolizzare una specifica parte politica (su una questione che oltretutto c’entra nulla col Primo Maggio) non era coerente con la linea editoriale di una TV pubblica che, nei limiti del possibile, è chiamata a rappresentare tutti.

Ma no! Col fare del liceale che occupa la scuola senza ascoltare ragioni, Fedez si scandalizza alle parole “contesto” e “linea editoriale” e, con Fedez, si scandalizza l’intera sinistra. Sì! Abbiamo il nuovo idolo! Il nuovo impianto ideale è bell’e pronto ed è sintetizzato in uno slogan memorabile: non c’è contesto che tenga, dico il cazzo che mi pare.

Un ultimo pensiero, partecipato e solidale, a quei sinceri liberal-democratici che ieri parteciparono alle manifestazioni delle Sardine e di Greta e oggi salutano il Primo Maggio di Fedez col pugno chiuso.

Ogni volta sembra l’ultima, ma no, è una deriva senza fine.