Il giorno del ricordo sia l’inizio del nostro futuro

Scrivo nella ricorrenza del Giorno del Ricordo, ricorrenza che celebra la tragedia dell’esodo istriano, dalmata e giuliano. Anche quest’anno, come ogni anno, spuntano quelli del “si, ma” e del “si, però”, quelli che non riescono proprio a condannare senza tentennamenti e senza riserve, quelli che non esitano a considerare “fascista” chiunque renda omaggio alle vittime delle foibe. Essi sono prigionieri di vecchi steccati oggi privi di senso. Non riescono a superare quella cultura dell’anti e del contro che ha impedito un’autentica emancipazione della democrazia italiana.

Mio nonno paterno si diceva socialista e quando, agli albori del ventennio fascista, pochi giorni dopo l’assassinio di Matteotti, nacque uno dei suoi figli (mio padre), scelse di chiamarlo Giacomo di primo nome e Matteotti di secondo. Non fu possibile: gli impiegati municipali, per paura, si rifiutarono e il secondo nome fu tramutato in Matteo. La sua storia ha certamente influito sulla vita del figlio Giacomo Matteo che, diciott’anni dopo, avrebbe aderito alla Resistenza. Dopo la Liberazione, mio papà aderì all’ANPI, l’Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia, ma non si riconobbe in quel pensiero unico secondo il quale la Resistenza sarebbe stata condotta in modo preminente da partigiani comunisti. Cercò di spiegare come, secondo la sua esperienza, si fosse trattato invece di un movimento spontaneo e, in fondo, semi-consapevole. Fu cacciato dall’ANPI con l’epiteto di social-fascista.

Il nonno materno fu uomo riservato, non l’ho mai sentito lamentarsi di alcunché, meno che meno l’ho sentito recriminare contro qualcosa o qualcuno. Per mio nonno e la sua famiglia, la fine della seconda guerra mondiale corrispose a un tragico esodo, l’esodo istriano. In effetti, l’Italia uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale, cedette alla Yugoslavia quella bellissima e bianca penisola chiamata appunto Istria. I partigiani comunisti del Maresciallo Tito, infierirono nei confronti della popolazione italiana: solo chi si dichiarava comunista e disposto a diventare slavo, veniva risparmiato, chi rivendicava, anche ingenuamente e innocuamente, la sua identità italiana, veniva gettato nelle foibe, profonde cavità rocciose aperte a ridosso della scogliera. Bastava gettare uno degli sventurati e tutti gli altri, legati insieme col filo spinato, lo seguivano a catena nella caduta. Alcuni si sono salvati da questo orribile destino e sono fuggiti abbandonando ogni cosa e migrando in altre parti di Italia. Mio nonno scelse per il suo nuovo approdo un’altra città di mare, Genova, dove sua figlia mi diede successivamente alla luce.

In effetti, la tragedia del popolo istriano non si limitò all’esodo; ci fu una sofferenza morale aggiuntiva data dal fatto che nessuno si occupò di loro e che, anzi, i più li guardarono con diffidenza. Il Partito Comunista di allora, infatti, non esitò a gettare fango sulla tragedia di questi connazionali. Mio nonno, uomo di sicura fede democratica e riformista, fu spesso etichettato, in quanto profugo istriano, come “fascista”. Fa molta impressione leggere quanto scrisse L’Unità nel novembre del 1946 a proposito dei profughi istriani: “Ancora si parla di ‘profughi’: altre le persone, altri i termini del dramma. Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi.” Insomma le parole del PCI di ieri, assomigliano alle parole di Casa Pound di oggi.

L’emarginazione dei profughi istriani, fu una delle concessioni che, nell’ambito della ricostruzione nazionale post fascista, furono fatte al Partito Comunista ad opera delle forze politiche dell’arco costituzionale e segnatamente della DC. Si tratta di una vergogna che pesa nel già pesante zaino comunista, ma anche sulla coscienza dell’intero Paese.

I miei due nonni rappresentano dunque due storie diverse, certo, ma entrambe raccontano di uomini che hanno vissuto il loro tempo, di vittime che hanno saputo affermare la loro identità e provare a proteggere le loro famiglie, al di la di ogni tentativo di sopraffazione. Ha senso, oggi, distinguere queste vicende umane col criterio della destra e della sinistra? Ha senso, oggi, attribuire una maggiore positività valoriale all’una o all’altra vicenda, utilizzando lo schema destra-sinistra?

Credo che per far evolvere la qualità della politica italiana e della nostra stessa democrazia, occorra un ripensamento radicale e trasversale e che il compito di rompere col passato tocchi alle persone autenticamente animate da spirito laico e onestà intellettuale, indipendentemente dalla loro appartenenza politica. Occorre immaginare un nuovo paradigma che ci aiuti a leggere la realtà al di là dei vecchi steccati, delle facili etichette, di consunti stereotipi.

Chiunque ambisca a costruire l’alternativa al pentaleghismo, esso stesso intriso di un mix di cultura politica fascista e comunista, scavalchi i vecchi steccati e superi la cultura del contro.

Non ce la fate? Proprio ci tenete a definirvi anti? Bene, almeno sappiatevi definire tanto antifascisti quanto anticomunisti.

Nessun reduce, di nessuna parte, può essere protagonista del futuro.

Lettera aperta a Benedetto Della Vedova.

Caro Benedetto,
con il congresso costitutivo di Più Europa e la tua elezione a Segretario, inizia certamente una fase nuova della storia di questa organizzazione che hai ispirato e così fortemente voluto. La mia speranza è che, grazie all’avvento di questo neonato soggetto politico, possa iniziare una fase nuova anche per la democrazia italiana.
La democrazia italiana versa infatti in uno stato di pericolosa debolezza in ragione del nuovo bipolarismo che si è, nei fatti, generato: da una parte il polo pentaleghista, dall’altra il “polo che non c’è”. Le forze politiche novecentesche, il PD e la stessa Forza Italia, ancora prigioniere del vecchio paradigma politico incentrato sullo schema destra/sinistra, non sono in grado di leggere questo nuovo bipolarismo e men che meno di offrire risposte.

E’ quindi imprescindibile che una nuova forza prenda sulle sue spalle questo compito che non esito a definire storico: costruire l’alternativa al populismo penta-leghista. Ciò presuppone resistere a ogni tentazione di ritorno al passato, alle sirene che propongono l’ennesimo “cartello contro”. Costoro vedono nuovi “giaguari da smacchiare” e non comprendono che l’alternativa non si costruisce denigrando la narrazione altrui, ma proponendone una propria, migliore e altrettanto attraente. Nell’ennesimo cartello contro, Più Europa potrebbe ricavarsi, nella migliore delle ipotesi, il ruolo di ulivo bonsai delle anime belle del centro-sinistra: una ben triste prospettiva.

Occorre invece mettersi al lavoro per elaborare una nuova narrazione, che vada al di là della semplice comprensione delle paure generate dall’epoca 4.0, ma sappia mettere in luce la bellezza della nuova epoca, un’epoca che, lungi dall’essere aridamente tecnicistica, è invece profondamente umanistica, in quanto incentrata sulla responsabilizzazione degli individui, sulla loro capacità di scegliere il proprio percorso di vita e di discernere tra la montagna di informazioni disponibili a ciascuno. Insomma, guai a contrapporre la comprensione della paura, all’istigazione della paura: all’istigazione della paura, occorre contrapporre la speranza e la fiducia. E’ possibile. E’ anche meno difficile di quanto sembri. Bisogna mettersi al lavoro in tal senso.

Solo una narrazione alternativa a quella populista consentirà a Più Europa di proporsi con una comunicazione “per” e non solo “contro”, fattore decisivo per affermare le ragioni dell’alternativa. Si, chiamiamola alternativa, dimentichiamo il polveroso termine “opposizione”. A proposito di comunicazione, occorre anche tenere presente come il terreno della piazza non sia mai stato favorevole agli innovatori: come ben sappiamo, la piazza tende a prediligere i Barabba. La nuova piazza è quella virtuale, quella dei social. Lì gli innovatori perdono la partita. Bisogna comunque esserci? Probabilmente si, ma senza l’illusione che quello sia il terreno su cui giocare la partita. Occorre trovarne altri. Non alludo alla retorica dei “territori”, alludo alla testimonianza (uso volentieri questa parola) nelle diverse comunità che abitiamo, da quelle professionali a quelle sociali. Un modello di partito efficace deve tenere ben in conto questo aspetto.

Oggi opporsi equivale ad apparire quelli dello status quo. Più Europa non è chiamata ad opporsi, è chiamata a proporre una visione entusiasmante e al contempo possibile del futuro del mondo e degli individui. Tale visione va elaborata in racconto: la diversità di anime e storie che convivono in Più Europa (sono più di quelle rappresentate dai soggetti fondatori, Forza Europa, Radicali e Centro Democratico) rappresenta da questo punto di vista un inestimabile valore aggiunto. A condizione che non si pensi di fare di Più Europa un “salva con nome” di una delle sue anime e a condizione che non ci si produca in un compromesso continuo per farle convivere, sforzo che si rivelerebbe inevitabilmente estenuante: occorre appunto una sintesi più alta e innovativa, che vada oltre le passate e ormai vecchie identità, una sintesi più alta nella quale chiunque si possa individualmente riconoscere. Sottolineo, individualmente.

Gli stessi temi cosiddetti etici, riferiti ai diritti civili, possono trovare una sintesi più alta. La mia opinione è che oggi, sui temi etici, il discrimine non sia tra le posizioni diverse, ma tra chi urla la propria posizione facendone una crociata (laica o religiosa poco importa, sempre crociata è) e chi ragiona e propone soluzioni fondate anche sull’ascolto dell’altro, senza perdere il seme del dubbio. Sostengo ciò, partendo dalla convinzione che i temi etici non chiamino a una scelta tra il bene e il male (facile), ma tra forme diverse di bene. Questo ragionamento ci chiama a superare anche la vecchia semplificazione secondo la quale lo spirito laico albergherebbe più naturalmente in un ateo piuttosto che in un religioso. Non è così. Conosco, anche in Più Europa, atei anticlericali che di laico non hanno alcunché ed esprimono posizioni pregiudizialmente condizionate dalla loro appartenenza; allo stesso modo, conosco persone ispirate da sentimento religioso, orientate all’ascolto delle ragioni dell’altro e molto meno condizionate dalla propria ispirazione che, non vivendola come “appartenenza”, si dimostrano molto più laiche. D’altro canto, caro Benedetto, conosci qualcosa di più laico della frase “date a Cesare quel che è di Cesare”? Forse si, qualcosa di ancora più laico c’è: l’esortazione a imparare dall’appartenente ad altra comunità, dal buon samaritano.

In conclusione e sintesi estrema, il pensiero che, abusando della tua amicizia, condivido con te è il seguente: occorre unire le diverse anime di Più Europa in una sintesi più alta, ma non bisogna temere il fatto che tale sintesi sia dirimente per qualcuno. Più Europa ha bisogno di ricchezza della diversità, non di “opposizione interna”. Tenere insieme surrettiziamente narrazioni diverse, farebbe di Più Europa un piccolo PD, un partito che appare alla permanete ricerca di un’identità. L’identità di Più Europa deve essere al contrario innovativa, inequivocabile, dirimente.

Con amicizia, stima e pieno sostegno.
Alessandro

Il bacchettonismo, malattia senile della sinistra

Non c’è più religione, i ragazzi escono soli la sera, ai miei tempi la musica era diversa, i giovani d’oggi non conoscono la melodia, vuoi mettere gli artisti di un tempo, quelli veri?! Non c’è più rispetto per niente e per nessuno, dove andremo a finire!?!

Queste frasi risuonavano a cavallo tra gli anni sessanta e gli anni settanta, di fronte all’affermarsi dei fenomeni beat e hippy e di fronte a certe proposte della musica pop e rock. Visti oggi, quei vecchi ci appaiono come torvi bacchettoni, impauriti da ogni forma di innovazione. Essi rappresentavano la conservazione, la reazione a quella forza delle cose che proponeva un’emancipazione talora poco comprensibile, ma potente e inevitabile. Chi si apriva alla comprensione, oltre i pregiudizi e le facili etichette, rappresentava invece la ricerca dell’innovazione e della crescita.

Ma oggi i bacchettoni chi sono? Dove si annidano? La tragica vicenda della discoteca di Corinaldo li ha stanati. Così abbiamo sentito risuonare, invecchiati di una quarantina d’anni, quei vuoti luoghi comuni, carichi di ottusità e paura: dov’erano i genitori? ma avete letto i testi di queste orribili canzoni? 

Chi sono questi nuovi bacchettoni? Parrà ben strano, ma molti di costoro sono gli stessi che, al tempo ragazzi, negli anni ’60 e ’70 mitizzavano i concerti di Woodstock e dell’Isola di Whigt, perlopiù frequentati da giovani trasandati (all’epoca si chiamavano “capelloni”) e da ragazze con le tette al vento. Ma no dai, non è possibile che siano le stesse persone! Si, è possibile: costoro, un tempo ribelli, trovano oggi nel bacchettonismo le risposte alla loro ricerca di identità.

Nel 1920, Lenin, indispettito da chi lo criticava “da sinistra”, scrisse un saggio dal titolo emblematico: L’estremismo, malattia infantile del comunismo. Oggi, a distanza di un secolo, il saggio va riscritto giacché, dopo cento anni, non si può più parlare di malattie infantili, ma semmai senili: Il bacchettonismo, malattia senile della sinistra.

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Oltre l’opposizione, verso l’alternativa

Perché gli elettori hanno premiato e, a guardare i sondaggi, continuano a premiare il pentaleghismo?

Ho già dato una risposta nell’articolo Solo innovando si può sfidare la corrente: la proposta pentaleghista si fonda su un preciso impianto ideale, mentre la cosiddetta opposizione ne é priva.

In effetti le forze di opposizione sembrano più impegnate nella gestione delle loro dispute interne che nell’elaborazione di una proposta alternativa alla narrazione pentaleghista.

Le uniche elaborazioni politiche sembrano riguardare il polverosissimo dibattito intorno alla ricostruzione della sinistra e quello intorno all’improbabile progetto di costruzione di fronti più o meno repubblicani.

Ma davvero si pensa che la risposta alla narrazione pentaleghista possa limitarsi alla sua denigrazione? La cultura del nemico (ne ho scritto su Strade), del contro, dell’anti, permea da un secolo la politica italiana: essa, nei primi del novecento, ha generato il movimento fascista d’altronde nato al grido di “tanti nemici, tanto onore”; ha caratterizzato il confronto politico del dopoguerra, imperniato sull’antifascismo, sulla propaganda anticapitalista del PCI e sulla proposta di diga anticomunista della DC; a seguito della crisi delle ideologie, é proseguita con criminalizzazioni più personali, prima con l’anticraxismo, poi con l’antiberlusconismo, poi con l’antirenzismo.

Qualcuno pensa davvero che l’antisalvinismo sia sufficiente a battere il pentaleghismo? Qualcuno pensa davvero che per battere il pentaleghismo occorra mettere insieme l’ennesimo “cartello contro”? Qualcuno pensa davvero che la missione politica della cosiddetta opposizione consista nello smacchiare i nuovi giaguari? Purtroppo sì, c’è chi lo pensa. Costoro sono votati a una inevitabile sconfitta.

L’Italia non ha bisogno di opposizione, ha bisogno di alternativa.

Sono cose diverse: l’alternativa non si costruisce partecipando alla gara di chi urla i no più forti, ma di chi propone i si più convincenti.

Non si vince facendo opposizione, si vince proponendo una diversa e convincente narrazione.

Quale soggetto é oggi accreditabile a tale compito?

Qualcuno pensa al PD. Credo che sia giunto il momento di tentare una lettura storica della genesi del PD. Per quanto qualcuno tra i suoi fondatori potesse avere in mente una forza moderna, di stampo liberal-democratico, di fatto, quando nel 2007 il PD prende vita, nasce come integrazione delle ispirazioni politiche del cattolicesimo popolare e del comunismo berlingueriano. Nasce in sostanza dagli eredi di quelle forze, la DC e il PCI, che per decenni hanno tenuto bloccata la democrazia italiana, che proposero (in particolare il PCI) la strategia della Solidarietà Nazionale, passata alla storia come Compromesso Storico, finalizzata a istituzionalizzare il sistema della democrazia bloccata. Nasce come realizzazione, sia pure in piccolo e casalingo, di quella ben oscura visione.

Ciò ha fatto del PD, fin dalla sua nascita, un partito alla permanente ricerca di un’identità. Tale vana ricerca ha portato i dirigenti dem a pescare qua e là un po’ a casaccio qualcosa a cui aggrapparsi: prima il bacchettonismo giustizialista, ora l’iperscientismo, ma l’identità resta indefinita.

Così anche il PD ha finito per aderire a quella cultura del nemico che chiunque, anche privo di identità, può praticare. Da qui le campagne elettorali all’insegna di incommentabili slogan quali “smacchiamo il giaguaro”. I possibili futuri leader, Zingaretti e Martina, appartengono a pieno titolo a questa tradizione culturale, assolutamente ostativa a qualunque possibilità di rappresentare una credibile alternativa al pentaleghismo. No, il PD non é oggi un soggetto credibile per un compito così arduo.

E Renzi? Certo, negli ultimi anni Renzi ha cercato di dare al PD una diversa cultura politica. L’intento é stato anche apprezzabile, ma certamente si é rivelato velleitario. Gli stessi dirigenti territoriali “renziani” erano in gran parte ex comunisti ed ex democristiani, convertiti al renzismo per convenienza tattica, non per convinzione valoriale e strategica. Anche per questo la cultura del partito non é granché cambiata e nel momento della difficolta si é ritrovato solo.

Si parla di una sua volontà, da lui peraltro smentita, di dare vita a una nuova formazione politica. A me pare fuori tempo massimo. Egli ha fallito nel tentativo di trasformare la cultura politica del PD, non se ne é reso pienamente conto e ha diabolicamente perseverato e tuttora persevera in un intento oggi divenuto incomprensibile. Durante la sua esperienza di governo, ha cercato di recuperare gli scettici del suo partito, spiegando goffamente quanto fossero “di sinistra” le misure del suo governo, dimostrando di essere ancora prigioniero degli steccati di quel vecchio paradigma politico che gli stessi grillini hanno sgretolato. Ha cercato la sua consacrazione con un referendum “solo contro tutti”, scelta che, trattandosi di materia costituzionale, fu quantomeno discutibile, oltre che evidentemente fallimentare.

Matteo Renzi può rappresentare una risorsa preziosa per il sistema democratico italiano; un po’ di rispetto gli é anche dovuto per l’indecente violenza con cui é stato combattuto dai pentaleghisti oltre che da parte non irrilevante dei suoi stessi compagni di partito. Ma oggi é un leader debole che deve la sua debolezza alla miopia e al velleitarismo delle sue più importanti scelte politiche. Una sua nuova attiva partecipazione, un suo nuovo contributo, non può certo esprimersi con la leadership di un nuovo soggetto.

E allora chi? Chi può accreditarsi al compito di costruire l’alternativa al pentaleghismo? Forza Italia? Un partito tuttora prigioniero dei vecchi steccati? Così tanto ancorato al vecchio paradigma politico, da continuare a cullare l’illusione di ricostruire il Polo della Libertà insieme alla Lega? No, di certo no.

E allora chi? Quali sono gli altri soggetti in campo?

L’unico che oggi potrebbe generare una scintilla sembra essere +Europa, ma anche in questo caso nulla é scontato.

+Europa nasce su iniziativa di tre componenti: Radicali Italiani (Emma Bonino), Centro Democratico (Bruno Tabacci) e Forza Europa (Benedetto Della Vedova). Tra poco più di un mese avrà luogo il suo congresso fondativo ed evolverà da lista elettorale a partito vero e proprio. Potrà il partito di +Europa rappresentare l’embrione dell’alternativa al pentaleghismo? Si, se nel suo congresso fondativo si affermeranno alcune condizioni a mio giudizio discriminanti.

  • Volontà di elaborare una narrazione di società e di futuro alternativa a quella pentaleghista, appetibile indifferentemente a elettori che in passato si sono riconosciuti nel centrodestra o nel centrosinistra.
  • Consapevolezza che tale narrazione deve parlare il linguaggio del per e non del contro.
  • Collocazione politica “oltre” lo schema destra/sinistra.

Tutto ciò presuppone di andare ben oltre le identità dei singoli soggetti fondatori, inevitabilmente inadatte, vecchie e parziali, ma anche ben oltre l’integrazione delle diverse identità che genererebbe una sorta di “Ulivo bonsai” di cui la democrazia italiana non ha certo bisogno.

C’è una strategia da definire, ma c’è soprattutto un libro da scrivere, un libro che sappia raccontare la bellezza della nuova epoca e le straordinarie opportunità che essa contiene. Almeno i titoli dei capitoli bisogna iniziare a immaginarli.

+Europa, non deluderci.

Solo innovando si può sfidare la corrente

Tutti gli indici economici raccontano l’inefficacia dell’azione di governo, non c’è istituto nazionale o internazionale che non metta in evidenza la pericolosità della politica economica governativa, nel mentre l’Italia appare politicamente isolata sul piano europeo e sembra arretrare giorno dopo giorno sul piano sociale.

Ci si aspetterebbe che in questo scenario, le forze politiche governative, per di più coinvolte in diversi “scandali” (di partito o personali), vedessero il loro consenso in picchiata, ma i sondaggi ci dicono altrimenti. Perché? Che fare?

Forse perché il popolo italiano é sostanzialmente ignorante e incapace di leggere la realtà? Forse l’unica realistica risposta é rappresentata da un investimento sull’istruzione, ben sapendo che potrà, eventualmente, dare i suoi frutti entro qualche decennio? Per quanto il tema dell’istruzione rappresenti effettivamente un fattore critico italiano, per quanto sia divenuto ormai imprescindibile un poderoso investimento sul tema dell’istruzione che riduca il gap con gli altri paesi europei, la risposta al successo pentaleghista non può certo ridursi a questa snobistica lettura. Sbaglia chi pensa che, in fondo, il problema sia tutto qui, che un paese arretrato sul piano dell’istruzione non sia in grado di comprendere e interpretare la realtà, che, in questo scenario, il suffragio universale sia una sorta di iattura che porta a questo inevitabile risultato, che, stando così le cose, un’autentica e leale competizione politica non sia possibile.

La competizione é possibile, ma deve nascere da ben altra lettura della realtà: la proposta pentaleghista si fonda su un preciso impianto ideale, mentre la cosiddetta opposizione ne é priva.

Questa é la cruda realtà: il pentaleghismo può contare su una precisa narrazione, l’opposizione, orfana delle ideologie novecentesche, no.

Cosa intendo per “impianto ideale”? Intendo un “modello” che consenta di leggere e interpretare la realtà e di immaginare una visione del futuro, insomma intendo quello che oggi si chiama “narrazione”.

In una fase storica così straordinariamente particolare, caratterizzata da un cambiamento davvero epocale, foriero di così tante incertezze, gli individui hanno bisogno di una narrazione che non solo li aiuti a leggere la realtà, ma che, come é nel caso della narrazione populista, li aiuti ad alleviare il senso di frustrazione e paura.

In cosa consiste la narrazione populista? Innanzitutto sullo spostamento della “contraddizione principale” da un conflitto di classe verso un conflitto di potere, quello tra popolo e élite, per usare il linguaggio leghista e tra cittadini e establishment, per usare il linguaggio grillino. Tutto viene ricondotto a questo schema, secondo il quale i cittadini e il popolo sono sempre e necessariamente buoni e inascoltati, mentre le élite e l’establishment sono sempre e necessariamente intenti a ordire complotti in proprio favore. Secondo questo modello, finiscono nella colonna dei cattivi in quanto riconoscibili come élite o establishment, le banche, le grandi aziende, le multinazionali, i grandi industriali, in fondo le persone di successo, quindi i professionisti più affermati, le persone di cultura.

Il pentaleghismo, forte di questo modello, si rivolge a ogni singolo elettore dicendogli: non sei tu il responsabile dei tuoi mancati successi, i colpevoli vanno ricercati altrove, tra i rappresentanti dell’establishment.

Ma non basta, c’è di più, agli elettori vengono indicati anche colpevoli con una faccia e un nome: sul piano interno, i colpevoli dell’infelicita degli individui sarebbero stati ad esempio Matteo Renzi e Sergio Marchionne (si cerca il sostituto e Benetton é ben piazzato) a cui recentemente si aggiungono Tito Boeri e altri; sul piano internazionale, i colpevoli sarebbero principalmente Macron (la Merkel é caduta un po’ in disgrazia) e Junker. Su costoro si rovescia ogni genere di fake news e, come nel caso di Renzi, si corrompono addirittura pezzi di Istituzioni per costruire false accuse. Questi “nemici del popolo” avrebbero in comune di essere vicini alle élite e di far parte dell’establishment, l’accusa più immediata che si rivolge loro é quella di essere “amici delle banche”, così Macron diventa il “Presidente nominato dalle banche” e gli stessi componenti della Commissione europea diventano “burocrati nominati dalle banche”.

Per rispondere invece al sentimento di rabbia determinato dalla progressiva perdita di garanzie determinata dalla nuova epoca, ecco servito su un piatto d’argento un altro nemico, gli immigrati: africani ai quali si riserverebbero quelle garanzie (la pacchia) di cui gli italiani non godono più. Naturalmente, secondo l’impianto ideale populista, il fenomeno dell’immigrazione non sarebbe un processo indotto da molteplici e complesse concause, non deriverebbe anche dalla volontà di emancipazione degli stessi individui che se ne rendono protagonisti, no, anche il processo migratorio farebbe parte di un complotto internazionale finalizzato allo scientifico sfruttamento delle masse popolari, ordito e governato da Soros, eminenza grigia della finanza, nemico numero uno dei popoli.

Il governo del cambiamento é dunque il governo del riscatto, é il governo della vendetta dei ribelli contro le élite e l’establishment, il governo che restituisce sovranità al popolo e ai cittadini, il governo che restituisce loro il maltolto, che attraverso reddito di cittadinanza e pensionamenti anticipati, restituisce il malloppo ai veri titolari.

Questa é in buona parte, la narrazione populista che sostiene la proposta pentaleghista. Si tratta di una narrazione affascinante ed efficace, ancorché intellettualmente debole. Essa supera e mette in cantina, secondo me in modo definitivo, il paradigma destra/sinistra.

La domanda é: come si può sconfiggere questa narrazione? Alcuni, specie nel PD, propongono un populismo di serie B, sintetizzato con l’espressione “tornare tra le gente”. Altri si illudono pateticamente di spezzare il fronte populista facendo leva sull’ispirazione “di sinistra” dei Cinquestelle o sull’ispirazione “di destra” della Lega. Altri ancora propongono un’opposizione dura che metta in evidenza l’inefficacia dell’azione di governo e le contraddizioni degli esponenti pentaleghisti, magari facendo leva sulla retorica della competenza.

Occorre altro. Non si sfida la corrente spiegando quanto essa sia cattiva, si sfida la corrente generandone una alternativa. Il linguaggio del no, del contro, del nemico, del colpevole, del gossip che sostiene la narrazione populista, non può sostenere la narrazione degli innovatori: occorre adottare un atteggiamento diverso, fondato sul si, sul per, sulla fiducia.

Occorre generare una nuova corrente, fondata su una narrazione che non deresponsabilizzi gli individui di fronte alle incertezze della nuova epoca, ma anzi li incoraggi a trovare le tante luci che l’epoca 4.0 nasconde nelle sue apparenti ombre. Una narrazione positiva e sorridente che metta al centro i valori della responsabilità individuale e del talento, una narrazione profondamente umanistica, fondata sull’idea che ciascun individuo possieda le risorse e i talenti per promuovere la propria emancipazione. Una narrazione aperta che interpreti i processi di integrazione tra genti diverse come fattore di sviluppo economico e arricchimento culturale. Una narrazione che sappia muovere sentimenti positivi, che ad esempio proponga l’avanzamento dell’integrazione europea non solo attraverso la pur sacrosanta proposta di una difesa comune, ma, ad esempio, anche attraverso la proposta di una federazione sportiva comune che porti la squadra dell’Unione Europea ai prossimi giochi olimpici.

Occorre dunque innovare la politica e generare una nuova corrente che promuova una diversa narrazione, anch’essa ben oltre il consunto schema destra/sinistra, una narrazione che sappia essere attrattiva tanto per chi sostenne l’intento innovatore del primo Berlusconi, quanto per chi ha sostenuto l’intento innovatore di Matteo Renzi; una narrazione attrattiva tanto per personalità appartenenti al campo del centrosinistra, penso ad esempio a Sandro Gozi, quanto per personalità appartenenti al campo del centrodestra, penso ad esempio a Mara Carfagna, ma anche per figure super partes come Elsa Fornero e lo stesso Mario Monti.

Per sfidare la corrente populista, non basta spiegare quanto sia sbagliata, occorre generare una nuova corrente, e per generare una nuova corrente, occorre definire una nuova narrazione e proporla con un nuovo linguaggio. Questo é il compito degli innovatori del nostro tempo.

L’alternativa al populismo? Distante e distinta dal PD.

Le scelte vieppiù sciagurate del governo gialloverde, richiedono ormai urgentemente la costituzione di una credibile alternativa. Non sto parlando di “opposizione”, non credo che la gara a chi si dimostra più “contro” possa produrre qualcosa di buono, no, alludo all’elaborazione di una alternativa proposta su due piani: la formulazione di differenti soluzioni programmatiche, ma soprattutto una diversa e alternativa narrazione della realtà e della prospettiva futura.

L’assenza di una cultura politica effettivamente alternativa a quella pentaleghista, genera un crescente interesse intorno al dibattito sulle primarie del PD. Si, perché qualcuno, non io, ritiene che da lì, magari affermandosi questo o quel candidato, possa derivare l’alternativa alle proposte e alla narrazione gialloverde.

Zingaretti e Minniti sembrano essere i candidati con maggiori chance di successo. Entrambi dichiarano di voler costruire l’alternativa al pentaleghismo “rifondando la sinistra”, cosa che, in un mondo in cui la contraddizione destra/sinistra è via via divenuta sempre più secondaria, appare del tutto inadeguata e antica. Il vecchio che diventa vintage ha anche il suo fascino, ma in questo caso ci troviamo di fronte a qualcosa che sta invecchiando molto male.

Si dice che Zingaretti sia più incline al dialogo coi cinquestelle, ma egli nega. Mi pare che rappresenti quella voce del PD che esorta a “tornare tra la gente” abbandonando il “verticismo”. Si tratta di una risposta puerile alla narrazione pentaleghista: il “gentismo” di Zingaretti, non rappresenta un’alternativa al populismo, è, semmai, un populismo di serie B, un populismo privo di una narrazione attraente.

Minniti ha un linguaggio è un profilo più lineari e comprensibili. Egli rappresenta la continuità col pensiero della componente comunista del PD. La sua identità si dipana molto chiaramente ascoltando il suo intervento alla Festa Regionale del PD Emiliano del 2018. Il passaggio più emblematico riguarda il parallelismo tra l’attuale governo e l’esperienza di governo del cosiddetto penta-partito. Il penta-partito fu la formula di centro-sinistra, fondata sull’asse DC-PSI, arricchita dalle forze laiche minori, che consentì la governabilità dell’Italia negli anni ottanta. Quella formula portò al primo Governo Italiano del dopoguerra a guida non democristiana (Governo Spadolini) ed anche al primo Governo a guida socialista (Governo Craxi). Si tratta di un’esperienza di governo decennale che va inserita a pieno titolo in quella prospettiva politica del Centro-Sinistra che ha consentito al nostro Paese di traguardare obiettivi sociali avanzati, pur nel quadro di un’egemonia democristiana. In particolare il PSI lavorava affinché si creassero in Italia le condizioni di una democrazia dell’alternanza. Per fare ciò occorreva o un riequilibrio del rapporto di forza tra PSI e PCI, quella che Craxi Chiamava “onda lunga”, in linea con quanto accadeva nel resto d’Europa, oppure una trasformazione del PCI in senso socialdemocratico, cosa che Craxi non riteneva troppo realistica. Sta di fatto che il penta-partito garantì governabilità, progresso e un rilevante ruolo internazionale dell’Italia, ciò mentre il PCI proponeva sul piano interno la formula della “solidarietà nazionale”, passata alla storia come compromesso storico, cioè un’allenza tra DC e PCI che impedisse la transizione verso la democrazia dell’alternanza e sul piano internazionale la formula dell’eurocomunismo con i comunisti francesi e spagnoli. Riguardando quel tempo con sguardo “storico”, la posizione comunista appare a dir poco miope. Minniti allude all’esperienza di penta-partito, parlando dell’attuale Governo; ecco cosa dice: io temo che noi avremo una prosecuzione di una cosa che già nella prima repubblica c’era stata quando ci fu una lunga fase della vicenda politica italiana in cui dominò il cosiddetto penta-partito; il penta-partito era fatto da partiti che litigavano in continuazione e tuttavia si mettevano d’accordo sulla spartizione del potere; la sensazione che io ho è che noi abbiamo di fronte un penta-partito nazional-populista. Insomma sembra che Minniti, con il linguaggio che gli è abituale, quello dello zelante funzionario comunista, non solo non riconsideri le sue passate posizioni che la Storia ha ampiamente dimostrato inadeguate, ma le voglia riproporre oggi in salsa antipopulista. Si tratta di un’acrobazia intellettuale disgustosa, degna di chi, pur di rivendicare la sua appartenenza, è disposto a sostenere qualunque tesi.

Zingaretti mi pare personaggio di certo folklore, ma sostanzialmente privo di contenuti, mentre Minniti altro non è che un lugubre figuro. Affidare a costoro l’elaborazione di una narrazione alternativa a quella pentaleghista, significa determinare lo scenario più sciagurato: il bipolarismo fittizio tra Lega e Cinque Stelle. Urge qualcosa di diverso, distinto e distante dal PD. Subito.

La vera alternativa al pensiero unico è nella cultura del per

La cultura del nemico appartiene da sempre alla prassi politica italiana. Essa affonda le sue radici in tempi lontani e ha progressivamente consolidato l’idea che il politico coraggioso e davvero dalla parte della gente, debba innanzitutto porsi “contro” i presunti responsabili del disagio sociale. La cultura del nemico ha conseguentemente determinato il linguaggio dell’anti: per essere credibili, bisogna innanzitutto essere anti-qualcosa o anti-qualcuno.
La stessa proposta fascista si impose con la cultura del contro e il linguaggio dell’anti. D’altro canto, anche la rinascita democratica si ispirò all’anti, in quel caso all’antifascismo. Poi venne il tempo della DC e della sua “diga anticomunista”, venne il tempo dell’anticraxismo, dell’antiberlusconismo, dell’antirenzismo. Chi é più contro, la sa più lunga: questo sembra animare la politica italiana e gli stessi elettori.

Così le campagne elettorali degli ultimi decenni si sono svolte all’insegna della demonizzazione dell’avversario: si é maggiormente indicato cosa di terribile sarebbe successo se avesse vinto l’avversario che non cosa di buono sarebbe successo se avesse prevalso la propria parte. Insomma si é pensato più a smacchiare i giaguari che non a formulare visioni innovative di società. Allo stesso modo, anche le forze politiche che sono uscite sconfitte dalla competizione elettorale, sono state poi valutate dai loro stessi elettori sula loro capacità di opporsi, di dimostrarsi davvero contro la parte uscita vincitrice, non di concorrere con spirito critico al progresso del Paese.
La cultura del contro non é certo un’esclusiva della destra, anzi é stata potentemente agevolata e “nobilitata” dalla stessa teoria marxista del nemico di classe, secondo la quale la sconfitta del nemico, di classe appunto, avrebbe dischiuso le porte niente meno che alla felicità degli individui.

Il polo pentaleghista é intriso di cultura del nemico. In diversi momenti, sono stati indicati come responsabili dell’infelicità degli individui, “i politici” (secondo tale cultura disonesti per definizione), i “burocrati” europei, i “poteri forti”, le banche, le multinazionali, gli immigrati, i giornalisti, ma anche singoli individui, figure come Marchionne e Renzi sul piano nazionale, come Soros e Macron su quello internazionale: il linguaggio dell’anti ha bisogno di dare anche una forma personale al nemico.
Il Governo Conte è la caricatura di questa cultura, è il Governo del No, è il Governo della Vendetta, esso legifera contro i parlamentari delle passate legislature, privandoli dei loro diritti acquisiti, contro i pensionati che si sono guadagnati una pensione importante, contro i “disonesti” consentendo allo Stato di tenere sotto processo un cittadino a vita, contro gli immigrati a cui si limita la possibilità di integrazione, contro le stesse imprese alle quali si limita l’utilizzo dei contratti a tempo determinato, in fondo contro i giovani, chiamati ad accollarsi l’ulteriore peso di nuovi pensionamenti che essi stessi devono “pagare”, contro i nostri partner europei.

La cultura del nemico non incattivisce solo la scena politica, avvelena anche la società nel suo complesso, in quanto diffonde a piene mani la cultura dell’alibi e della deresponsabilizzazione: i miei mancati successi non dipendono da me, ma dai malvagi che ci governano (oggi dai malvagi che boicottano l’azione di governo), dal “sistema” cattivo, dal capo, dall’azienda. Questo fa prevalere l’attesa del cambiamento derivato dalla sconfitta dei malvagi, sulla propria personale capacità di influire, sul proprio impegno nel fare bene e coscientemente le cose. Questo atteggiamento porta al progressivo disimpegno e determina un deterioramento diffuso della qualità delle relazioni, ma anche dei servizi.

La vera innovazione non consiste dunque nel cambiare governo e alleanze di turno, la vera innovazione politica é di tipo culturale: occorre affermare la cultura del per. Questo é il primo imperativo che ha di fronte a sé chi intende lavorare alla costruzione di una cultura politica alternativa a quella pentaleghista, questo é il primo, dirimente elemento di differenziazione, questo deve ispirare il linguaggio degli innovatori politici. Gli innovatori non hanno mai affermato le loro idee urlando più forte in piazza, oggi non le affermeranno urlando più forte nella piazza virtuale, il web. Chi lo pensa si illude e andrà incontro a una meritata sconfitta: su quel terreno di gioco, contro gli urlatori di professione, si perderebbe la partita e, inevitabilmente, la piazza sceglierebbe Barabba.
Non servono nuovi “cartelli contro”, occorre altro, non basta spiegare che la narrazione pentaleghista é sbagliata, occorre mettere mano a una narrazione alternativa, una narrazione coinvolgente, fondata sul valore della responsabilità individuale, che sappia scaldare i cuori e mettere in luce la bellezza di questo nostro tempo e delle opportunità che esso contiene. Questo é il terreno su cui va giocata la partita, solo su questo terreno gli innovatori possono avere la meglio sui restauratori travestiti da ribelli. Chi giocherà questa partita assolverà a un compito storico.

Tale compito può essere assolto dal PD o da Forza Italia, attuali forze di opposizione? Certamente non fino a quando resteranno barricate nei vecchi e angusti steccati del paradigma destra/sinistra così ampiamente superato dai fatti, non fino a quando si illuderanno di recuperare il M5S alla causa della “sinistra” o la Lega alla causa della “destra”. No, ci vuole altro.
C’è qualche soggetto che può assolvere a questo compito? La lista +Europa ha annunciato di voler evolvere in vera e propria forza politica, in partito a tutti gli effetti. Potrà essere l’embrione di un nascente polo alternativo a quello pentaleghista? Forse, a condizione che non prevalga la tentazione di costruire un accocchino federale di “componenti” interne, un Ulivo bonsai delle anime belle del centro-sinistra e prevalga invece la volontà di elaborare un impianto ideale coraggioso, oltre lo schema destra/sinistra, che sappia parlare il linguaggio della nuova epoca, che sappia cogliere la bellezza dei processi di globalizzazione e digitalizzazione, attrattivo per quella montagna di persone che hanno riposto speranze nell’intento innovatore del primo Berlusconi e dello stesso Renzi. Il congresso fondativo è annunciato per i primissimi mesi del 2019. Per ora l’intento va sostenuto. Staremo a vedere.

Reddito di cittadinanza? No, grazie.

Il reddito di cittadinanza, si sa, è la bandiera dei grillini, il loro irrinunciabile fiore all’occhiello, la loro più nobile battaglia. I sussidi di disoccupazione esistono in moltissimi paesi, anche il Italia è previsto ad esempio un aiuto consistente, ma temporaneo, per chi perde il lavoro.

Ma in questo caso, il sussidio si chiama reddito e la disoccupazione si chiama cittadinanza. Mi sono sempre domandato perché mai avessero scelto un nome così singolare. Ora che sono state chiarite le modalità erogative, ho capito la ragione: chi riceve un sussidio, lo considera un aiuto temporaneo da parte della collettività, condizionato all’impegno di rimettersi in gioco nel mondo del lavoro; chi riceve il reddito di cittadinanza deve invece considerarlo una sorta di dovuto rimborso da parte dello Stato per non aver ancora provveduto a trovargli un lavoro.

Gli effetti perversi del reddito di cittadinanza, non riguardano solo e tanto aspetti economici, ma piuttosto culturali. Per come è pensato, esso produrrà l’idea che gli individui non onorino se stessi mettendosi in gioco, impegnandosi per costruirsi la possibilità di un reddito proprio, sentendosi ulteriormente responsabilizzati dal sostegno da parte della comunità; no, la cultura del reddito di cittadinanza vuole che gli individui passino la vita pretendendo un reddito in quanto “cittadini” e deleghino allo Stato la creazione delle condizioni perché un reddito sia invece prodotto grazie a un lavoro. Sotto casa, ben inteso.

Nella cultura del reddito di cittadinanza si miscelano il più spinto veterosindacalismo col più perverso assistenzialismo, i diritti si trasformano in pretese e l’individuo non rappresenta una risorsa, ma una recriminante bocca da sfamare.

L’Italia che non ha paura

Il nome che il PD ha scelto per la sua manifestazione del prossimo trenta settembre, “per l’Italia che non ha paura”, ha suscitato le reprimende di Carlo Calenda. Secondo l’ex ministro, infatti, le paure degli italiani andrebbero comprese e la manifestazione dovrebbe accogliere proprio chi ha paura e fornirgli delle risposte. Certo, il ragionamento sembra filare, ma a me quel nome, invece, piace molto. Riprende, credo volontariamente, un verso di una delle più belle canzoni di Francesco De Gregori, Viva l’Italia: “l’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura, viva l’Italia, l’Italia che non ha paura”. Si, niente male.

Dal mio punto di vista, è necessario richiamare alla possibilità di non avere paura, al coraggio di esplorare il bello contenuto nel nuovo tempo e di dargli spazio. (…)

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Una nuova marcia dei 40.000 per dare voce alla forza delle cose

A giudicare da ciò che si legge sui social, sembrerebbe che la retorica pentaleghista abbia ormai conquistato gran parte dei favori, sembra un fiume in piena, un’inarrestabile valanga. Chi vi si oppone viene normalmente accerchiato da solerti adepti di quello che qualcuno definisce “pensiero unico”.

Ridurre le questione alla dinamica tra popolino ignorante e credulone vs élite colta e competente, è ingeneroso, snobistico e miope. La realtà è un’altra: il pentaleghismo propone un racconto di società e di futuro, mentre chi vi si oppone non propone una narrazione alternativa, ma solo i suoi strali, i suoi “argomenti contro”.

La stessa contestazione messa in atto contro l’incontro di Salvini con Orban ne è testimonianza: linguaggio del no, cultura del nemico, egemonia delle forze di sinistra, comprese quelle europeiste per convenienza, ma antieuropeiste per vocazione. Occorre mettere in campo un nuovo atteggiamento e una nuova sensibilità, occorre soprattutto saper cogliere quei segnali deboli che già indicano la strada, occorre iniziare a leggere la realtà con “pensiero laterale”, oltre i vecchi schemi.

Voglio fare un esempio.

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