Il successo di Italia Viva? Questione di identità.

Nel mio precedente articolo, ho espresso una certa contrarietà rispetto all’annunciato voto favorevole da parte di Italia Viva per l’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex Ministro Salvini.

Ho cercato di mettere in evidenza la differenza sostanziale tra l’ipotesi di un reato compiuto per vantaggio personale o partitico e l’ipotesi di un reato riscontrato in un atto di Governo. Il secondo caso é per me eccezionalmente più delicato e di ciò mi pare non si tenga sufficientemente conto.

Voglio fare le barricate su questo? No, non condivido la posizione assunta da Italia Viva, ma credo di capirne il senso. Posso sostenere un partito che assume questa posizione? Sí, benché io non la condivida, sì.

La questione sulla quale invece non sono disposto a transigere, riguarda la motivazione che si adduce a sostegno della decisione. Sostanzialmente si dice: il caso Diciotti e il caso Gregoretti sono identici e siccome noi abbiamo votato sì in occasione del caso Diciotti, allora voteremo sì anche sul caso Gregoretti.

Ineccepibile! Che coerenza! Peccato che quando si votò sul caso Diciotti, Italia Viva ancora non esisteva. La motivazione sembra dunque suonare così: siccome abbiamo votato sì quando eravamo PD, votiamo sì ora che siamo Italia Viva.

Ma non doveva essere tutta un’altra storia? Non doveva essere un partito completamente diverso?

Attenzione: non sto dicendo che per dimostrarsi davvero nuovi bisogna votare no, sto dicendo che per dimostrarsi davvero nuovi non si deve rivendicare a giustificazione delle proprie scelte, il proprio passato nel PD.

Questione di lana caprina? No, questione politica di fondo: Italia Viva può darsi la prospettiva di ritagliarsi uno spazio nel centrosinistra oppure di generare l’alternativa al neo-populismo (grillino e leghista). Nel primo caso, rivendicare il proprio passato piddino, va benissimo; nel secondo caso, va malissimo.

Dice, si vabbè ma i parlamentari Vivaci sono quasi totalmente ex-PD. Vero, e questo rappresenta un formidabile punto di debolezza del progetto renziano se davvero si aspira a essere il generatore dell’alternativa e non “il PD dei giusti” o, come ebbe a dire Roberto Giachetti, “il PD che ce l’ha fatta”. Se Italia Viva aspira ad essere il generatore dell’alternativa, allora i suoi parlamentari devono iniziare a porsi come se non fossero unicamente provenienti dal PD e come se fossero già rappresentativi di un campo elettorale ben più ampio di quello del centrosinistra. Difficile? Forse, ma imprescindibile.

Questa vicenda altro non é che la cartina tornasole di una questione di identità politica non ancora pienamente risolta. In Italia Viva convivono oggi, quantomeno tra i suoi sostenitori, le due visioni che più sopra sintetizzavo: c’è chi vuole il PD dei giusti che finalmente interpreta una sinistra moderna per poter battere le destre; c’è chi vuole un partito nuovo, anche nella sua narrazione, distante dai vecchi arnesi ideologici novecenteschi, finalizzato a costruire un’alternativa al neo-populismo, oltre lo schema destra/sinistra.

Si tratta di visioni simili? No, si tratta di visioni incompatibili. Credo che sia venuto il momento di fare chiarezza. Italia Viva lo deve a se stessa e ai suoi sostenitori.

Le questioni dirimenti, rispetto alle quali assumere una posizione inequivocabile, sono sostanzialmente le seguenti:

Il centrosinistra é il “campo naturale” di Italia Viva?

    Sì, vogliamo cambiare e rendere più moderno il centrosinistra.

    No, la nuova epoca ci chiama a una narrazione trasversale.

Il principale avversario di Italia Viva é la destra?

    Sì, le destre continuano a essere il principale avversario.

    No, il principale avversario é il neo-populismo, trasversale rispetto a destra/sinistra.

Inutile dire che entrambe le posizioni sono legittime. Non raccontiamoci però che sono compatibili. Bisogna fare una scelta. É una questione di identità.

Si dice che quando il saggio indica la luna, lo stolto si concentra sul dito. Spesso un eccessivo orientamento tattico a discapito di un orientamento strategico, corrisponde all’atteggiamento di chi si concentra sul dito. Occorre guardare alla luna. Ci vuole coraggio, mente libera, mani libere.

Si dica qual é la visione e si tenga dritta la barra del timone, senza troppi timori di rotte nuove e apparentemente sconvenienti. Poi, come si diceva da bambini al termine della conta, chi c’è c’è, chi non c’è non c’è.

Italia Viva ha deciso: sì al procedimento contro Salvini, no all’alternativa.

Il dibattito tra i sostenitori di Italia Viva è stato informale, ma vero e si è svolto soprattutto sui social. Fin da subito si è avuta l’impressione che l’orientamento al sì fosse maggioritario. Alla fine si è deciso: sì all’autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini.

Perché? Ha avuto un peso la paura di poter essere accusati di una sorta di scambio in vista di eventuali richieste nei confronti di Renzi; in effetti, il refrain in questo senso era già partito, specie da parte degli amici di sempre, quelli di sinistra, gli antropologicamente superiori. Ma c’è di più. L’ottimo Rosato, riporta il TGcom24, dice testualmente: i casi (Diciotti e Gregoretti) sono identici, noi ci comporteremo in modo identico, votando per l’autorizzazione al processo. Ci comporteremo in modo identico? In modo identico a cosa? A chi? Al tempo della Diciotti, Italia Viva ancora non esisteva. Ma allora “in modo identico” a chi? A cosa? Al PD di allora? E lo si dice con orgoglio? Come se la coerenza delle scelte di Italia Viva non andasse misurata rispetto alla sua identità valoriale, ma rispetto a ciò che fece il PD? A ciò che si fece quando si era PD? Ma davvero si pensa di poter dire a Mara Carfagna (ad esempio) che le porte di Italia Viva sono aperte e nello stesso giorno dirsi orgogliosi della propria continuità rispetto alle scelte del PD?

Italia Viva non si schioda dal 5% perché, a oggi, non attrae forze ed  energie esterne al campo del cosiddetto centrosinistra. Ma non attrae tali forze ed energie perché è percepita per ciò che in effetti, a oggi, continua ad essere: il PD dei giusti, il PD del 5%.

Ma la democrazia italiana non ha bisogno del PD dei giusti, ha bisogno di un’alternativa al neo-populismo grillino e leghista e per costruire tale alternativa, ci vuole mente libera, mani libere e il coraggio di scelte disruptive non solo da un punto di vista tattico (questo si fa), ma anche strategico e ideale. Italia Viva vuole generare l’alternativa al neo-populismo o vuole ritagliarsi uno spazio nel centrosinistra? Si scelga, si scelga davvero e ci si comporti in modo coerente.

Tutta la politica, chi più chi meno, è stata contaminata dal grillismo, da una visione complottista del mondo, moralistica della vita, totalitaria della politica. Complottismo, moralismo e totalitarismo, valori tenuti insieme dal collante del giustizialismo.

In questo quadro, Davigo Travaglio & C hanno fatto il bello e il cattivo tempo e l’equilibrio tra i poteri dello Stato è saltato da quel dì. Costoro sognano di vivere in un Paese dove i cittadini possono essere tenuti sotto processo a vita e dove i ministri possono essere incriminati per i loro atti di governo.

L’equilibrio tra i poteri dello Stato, e segnatamente tra il potere legislativo e quello giudiziario, non è solo garantito da terze parti, ad esempio dal ruolo del Capo dello Stato, è garantito anche dal rapporto tra i poteri stessi, rapporto che un tempo si sarebbe definito “dialettico”. Ma così non è: il potere legislativo, condizionato dalla potenza comunicativa della cultura grillina, si è da tempo genuflesso di fronte allo strapotere giudiziario.

Così si è passati dalle monetine a Craxi ai cinquanta procedimenti e cinquecento perquisizioni nei confronti di Berlusconi, al confezionamento di prove false nei confronti di Renzi e all’intimidazione dei suoi sostenitori. Un’escalation drammatica.

Ma il caso Salvini segna un ulteriore salto di qualità: dalla genuflessione si è passati a una posizione rassegnatamente prona. Non si sta infatti parlando di un’ipotesi di reato commesso al di fuori delle scelte di governo (un finanziamento irregolare, un festino, l’acquisto di una casa), no, in questo caso si mette in discussione la liceità di scelte di governo condivise con lo stesso Capo del Governo e con tutto l’Esecutivo. Siamo al “reato politico”.

Se l’autorizzazione a procedere sarà concessa (in fondo, non è detto), da quel momento qualunque giudice in cerca di un po’ di notorietà, potrà incriminare a piacimento questo o quel Ministro, intravedendo questo o quel reato in questa o quella scelta di governo.

Renzi ha testimoniato un sussulto di orgoglio della politica, col suo intervento al Senato del 13 dicembre scorso. Dal mio punto di vista, la scelta di concedere l’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini, è per nulla coerente con le parole che pronunciò in quell’occasione. Peccato, si è persa un’occasione per dimostrare il proprio coraggio, la propria mente libera, le proprie mani libere.

Si è persa l’occasione di mettere una bandierina fondamentale nella costruzione dell’alternativa.

Se l’autorizzazione a procedere sarà concessa, il già provato sistema democratico italiano pagherà un prezzo che potrebbe essere carissimo, prezzo del quale si avvantaggerà la narrazione neo-populista. Se davvero sarà così, non resterà che sperare che la Magistratura stessa ponga rimedio, sentenziando l’insussistenza del fatto. Ancora una volta la politica si metterà nelle sue mani.

Papa sì, Papa no, Papa forse.

Le parole dei papi sono state spesso apostrofate con questo commento: intollerabile ingerenza in questioni politiche nazionali da parte del capo di uno Stato straniero.

In altre occasioni, altre parole sono state commentate più o meno così: ispiriamoci alle illuminanti parole del Santo Padre.

Cosa c’è di strano? C’è di strano che questi opposti commenti provengono spesso dalle stesse persone, dagli stessi commentatori, dagli stessi politici. Si cambia atteggiamento alla bisogna.

L’esortazione a seguire “le parole del Santo Padre” prese inizio con l’epopea di Bertinotti. Egli, ritrovatosi a seguito del Muro di Berlino, orfano di un’ideologia, pescò qua e là e trovò in Papa Woytila un’utile sponda.

Per taluni le cose non sono cambiate: non avendo più un’impianto ideale politico al quale riferirsi, rinunciano a ogni tentativo di laicità e fanno del culto della personalità di Papa Bergoglio la loro litania. Lo stesso Maurizio Crozza, nella sua imitazione, lo ha convintamente dipinto come il leader della sinistra moderna.

Questo atteggiamento è in qualche modo agevolato dalle sceneggiate Salviniane, giacché viene contrabbandato come alternativo all’uso improprio dei rosari e alla sistematica avversione nei confronti di papa Bergoglio.

In realtà si tratta di due facce della stessa medaglia. Considerare le parole del Papa sempre e comunque sbagliate o sempre e comunque giuste, non è molto diverso e testimonia comunque un atteggiamento per nulla laico.

Rappresentare questo Papa come complice del complotto dei “poteri forti” volto ad ampliare le masse da sfruttare a vantaggio delle élite, è semplicemente ridicolo. Rappresentarlo come la voce alternativa a quella neo-populista, lo è altrettanto.

Si può dire, ad esempio, che quando il Papa commentò la tragica vicenda di Charlie Hebdo dicendo “la libertà di espressione ha un limite: non offendere nessuno. Se qualcuno dice una parolaccia contro la mia mamma, è normale che si aspetti un pugno“, disse una pericolosa puttanata? Si può dire, per altro esempio, che il gesto nei confronti della fedele che lo tira a sé, ha poco di misericordioso e che se fosse stato compiuto da un politico nei confronti di un militante, sarebbe stato messo in croce?

Chi si occupa di politica e intende competere col fronte neo-populista, ha un compito ben più impegnativo che ergersi a difesa pregiudiziale di questo o quel rappresentante di questa o quella dottrina religiosa. Ha il compito di immaginare una narrazione di società e una visione di futuro che faccia semmai sintesi tra diversi orientamenti religiosi e tra credenti e non credenti.

La ricetta per l’alternativa al neo-populismo? Testa libera e mani libere.

Per provare a leggere l’attuale intricata e talora incomprensibile situazione politica, è necessario sgomberare il terreno da alcune diffuse credenze. Ecco le tre principali.

PRIMA CREDENZA

Il fenomeno del populismo/sovranismo è una diretta conseguenza dell’ignoranza e delle fake news: i populisti in realtà non hanno visione politica.

FALSO!

Il neo-populismo, al contrario, si fonda su una precisa e attraente narrazione. Eccone la sintesi.

L’epoca 4.0, caratterizzata dai processi di globalizzazione e digitalizzazione, è ricca di insidie. Essa conferisce un crescente potere alle élite e all’establishment e determina un progressivo impoverimento del popolo. Il conflitto sociale, quindi, non si dipana più attraverso un conflitto tra “classi”, ma tra TUTTI i “poteri forti” e TUTTO il popolo. Anche i processi migratori vanno letti in quest’ottica; sono funzionali infatti a estendere le masse da sfruttare a vantaggio delle élite. Occorre quindi difendersi dalla nuova epoca e restituire al popolo sovrano la possibilità di difendere i propri interessi. I neo-populisti sono i paladini del popolo e gli restituiscono il maltolto: ecco il Reddito di Cittadinanza, ecco Quota 100!

Si tratta di una narrazione attraente che risponde a bisogni esistenziali degli individui che si sentono così sollevati dalle proprie responsabilità personali e possono scaricare ogni colpa sul nemico di turno: i burocrati dell’Unione Europea, i professoroni, i banchieri, gli africani, le persone di successo in genere.

Di fronte alla potenza della narrazione neo-populista, certamente non basta il continuo tentativo di denigrarla, occorre un pensiero alternativo, senza il quale l’alternativa appare come conservazione dello status quo.

SECONDA CREDENZA

Il neo-populismo corrisponde sostanzialmente alla destra: l’alternativa non può che derivare dalla sinistra.

FALSO!

Il neo-populismo affonda certamente le sue radici nel peggio della cultura politica della destra sociale, ma anche (e soprattutto) nella cultura politica della sinistra. La retorica del popolo sempre e comunque vittima del potere sempre e comunque cattivo, non appartiene forse alla storia politica della sinistra? Si, Avanti oh popolo alla riscossa recita l’inno Bandiera rossa. L’amato Fabrizio De Andrè, in Storia di un impiegato, il suo album più “politico”, canta certo bisogna farne di strada per diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni. Altrettanto vale per la diffidenza verso le persone di successo, verso gli industriali visti più come evasori in pectore che come costruttori di sviluppo, verso le banche: cos’è una rapina in banca in confronto alla rapina della banca? (Feuerbach).

Lo stesso giustizialismo grillino viene da lontano: dalle esultanze della sinistra per ogni avviso di garanzia ricevuto a suo tempo da Berlusconi, dall’esaltazione del Travaglio antiberlusconiano, dal bacchettonismo moralista messo in luce con la vicenda Ruby, in fondo, dalla questione morale di berlingueriana memoria, grazie alla quale Gianroberto Calsaleggio invitò il popolo grillino, in adunata oceanica a Bologna, a gridare entusiasti Ber-in-guer Ber-lin-guer.

La stessa avversione verso la Riforma Fornero non viene forse dal consunto slogan le pensioni non si toccano che la sinistra oppose agli intenti riformatori del Governo Berlusconi? E il Decreto Dignità, volto a “ridurre i danni prodotti dalla riforma del lavoro voluta dal Governo Renzi”, non è forse parente con quel sindacalismo di sinistra che portò tre milioni di persone al Circo Massimo, contro l’ipotesi dell’abolizione dell’articolo 18 proposta dal Governo Berlusconi? Lo stesso Reddito di Cittadinanza si fonda sull’idea cara alla sinistra secondo la quale il lavoro, prima di essere un fattore di affermazione dell’individuo, è una condizione che lo Stato deve garantire.

La stessa cultura del nemico, così cara ai neo-populisti, è in fondo apparentata col sentimento e con la teoria del “nemico di classe” marxiana.

Il neo-populismo viene soprattutto dalla cultura politica della sinistra, mettiamocelo bene in testa, quindi l’idea che l’alternativa al neo-populismo debba incentrarsi sulla sinistra è del tutto bislacca.

Occorre mettere mano a una narrazione alternativa, trasversale rispetto allo schema destra/sinistra e attraente per qualunque elettore, nessuno escluso.

TERZA CREDENZA

L’idea di andare oltre lo schema destra/sinistra è infondata: destra e sinistra sono sempre esistite e sempre esisteranno.

FALSO

Le categorie politiche, contrariamente a quelle morali che appartengono a un piano del tutto diverso, hanno un ciclo di vita: Guelfi e Ghibellini non sono “sempre esistiti”, hanno avuto un ruolo in una precisa fase politica di un preciso contesto. Destra e sinistra nascono formalmente al tempo della Rivoluzione Francese (chi si siede alla destra e chi alla sinistra degli Stati Generali), ma trovano la loro sublimazione con la Rivoluzione Industriale e con la teoria del conflitto di classe che ne è derivata.

Oggi, di fronte all’insorgere di una nuova epoca, è del tutto normale che i vecchi paradigmi non aiutino più a leggere la realtà e debbano essere sostituiti. E’ in quest’ottica che va interpretato il superamento del paradigma destra/sinistra. Ogni volta che Matteo Renzi rivendicò quanto fossero “di sinistra” le misure del suo governo, apparve debole. Certo, doveva compiacere i suoi compagni di partito di allora, ma così facendo allontanava i suoi nuovi elettori, quelli del 42% delle Europee.

L’ansia di volersi dimostrare “di sinistra” è oggi priva di senso, in quanto inattuale e in fondo antistorica. Quando, per fare un esempio, l’ottima Teresa Bellanova, chiudendo la Leopolda, dice con grande enfasi che “il merito è di sinistra”, dice una cosa inutile, controproducente, ma soprattutto non vera.

Bisogna avere il coraggio, l’apertura mentale e l’onestà intellettuale di lasciarsi alle spalle gli arnesi della vecchia epoca, arnesi che assomigliano sempre più a fantasmi. Occorre leggere la realtà con nuovi paradigmi.

Quindi? Che fare? 

Innanzitutto bisogna mettersi bene in testa che non basta negare e denigrare la narrazione altrui, ma occorre proporne una propria, migliore. Essa va elaborata. La narrazione alternativa deve fondarsi su una visione positiva dell’epoca 4.0 e su una concezione ottimistica della natura umana. Essa deve ispirarsi a una visione profondamente umanistica, incentrata sulla fiducia nelle possibilità degli individui.

Chi può generare questo processo creativo?

Oggi l’unica forza che può aspirare a questo ruolo è Italia Viva.

Italia Viva è chiamata a scelte coraggiose, mosse da spirito innovatore e da profonda onestà intellettuale. Non è una sfida facile, anzi. Di certo essa disegna il discrimine tra due possibili esiti dell’iniziativa renziana: costruire l’alternativa al neo-populismo o ritagliarsi uno spazio nel campo del centro-sinistra.

Per costruire l’alternativa, occorre rivolgersi a tutti gli elettori, oltre le vecchie etichette, consapevoli che non c’è un “campo naturale” di appartenenza, ma c’è in compenso una missione storica da compiere.

Certo, in attesa che questo processo si compia, dobbiamo fare i conti con un quadro politico in transizione che ancora non distingue tra il polo neo-populista  e il polo neo-umanista (lavori in corso). Questo quadro impone inevitabilmente scelte contraddittorie e talora spregiudicate, come contraddittoria e spregiudicata è stata la scelta di dare vita all’attuale governo, fondato, Renzi lo ha detto e ridetto in tutte le salse, su un’alleanza anomala e temporanea che non definisce in modo pregiudiziale alcun “campo” di appartenenza e alcuna alleanza strategica.

Certo, c’è chi, in nome di un’interpretazione tutta retorica della “coerenza”, preferisce non giocare la partita. E’ il caso di Azione (Calenda) e di Più Europa (Bonino & C). Quando comprenderanno che la partita va invece comunque giocata, le porte di Italia Viva saranno ben aperte al loro contributo. Ma oggi non si può giocare la partita insieme a chi non la vuole giocare: per questo è per me fuorviante pensare alla costruzione con costoro di un fronte liberal-democratico.

Italia Viva ha scelto di giocare la partita. Ha scelto di giocarla fino in fondo, quindi non solo sul piano del governo nazionale, ma anche sul piano regionale e locale. Ma attenzione: così come sono oggi necessarie scelte contraddittorie e spregiudicate (che nulla hanno a che fare con l’appartenenza a un campo) sul piano nazionale, anche sul piano regionale occorre adottare un atteggiamento “libero”: non ci sono “campi naturali” predeterminati.

Ci vuole coraggio. Esso si dimostra attraverso la capacità di operare scelte “disruptive”, non convenzionali, oltre i vecchi schemi e le vecchie abitudini oggi polverose e perdenti.

Occorre un nuovo atteggiamento: testa libera e mani libere.

Il sostegno a Bonaccini in Emilia Romagna è fuori discussione. Perché? Perché aèppartiene al “campo naturale”? No. Perché ha governato complessivamente bene, perché é un buon candidato, perché ha chance di vittoria.

Puglia é Liguria, ad esempio, rappresentano casi diversi. Essi vanno affrontati con testa libera e mani libere. Vanno affrontati anche con coerenza, certo. Coerenza verso il proprio “campo naturale”? No, verso la propria storica missione politica.

Solo con testa libera e mani libere, ci si può rivolgere con successo al popolo dei senza casa.

É un popolo nuovo e composito. É il popolo della nuova epoca politica, è un popolo di persone che vogliono sentirsi persone a tutto tondo e senza etichette. É un popolo di persone che hanno una visione umanistica della vita e, in fondo, una visione ottimistica della natura umana. Persone che desiderano affermarsi ed esprimersi, persone che di fronte ai propri mancati successi, non cercano alibi, ispirate dal valore della responsabilità individuale. É un popolo di persone non afflitte dal bisogno del nemico, sanno affermare se stesse anche senza vivere “contro”, preferiscono vivere “per”. Non odiano, preferiscono scovare il bello e dargli spazio. Non rivendicano il mondo perfetto, sono consapevoli della contraddittorietà della realtà. É un popolo di persone aperte e inclusive che non per questo si sentono obbligate a definirsi “di sinistra”; é un popolo di persone che sanno rispettare l’autorità, ma non per questo si sentono obbligate a definirsi “di destra”. Sono persone che vogliono sentirsi libere: possono votare SI al referendum costituzionale senza per questo sentirsi “renziani”; possono votare per il centrodestra senza per questo sentirsi “salviniani”; possono sentirsi un po’ liberali e un po’ socialiste senza per questo sentirsi incoerenti; possono ritenersi profondamente laiche e al contempo ispirate dal cristianesimo. É un popolo di persone che amano i buoni sentimenti e i sani principi, non cedono all’odio verso un nemico sul quale scaricare ogni colpa né verso una “classe” in cui incarnare ogni male.

In fondo si tratta del popolo dei “buonisti” e dei “globalisti”, termini che non assimilano a insulti. Sono i cani sciolti dell’innovazione.

É un popolo bellissimo, fino ad oggi senza casa. Bisogna dargliela. Bisogna costruirla. Bisogna mettersi al lavoro. Dev’essere una casa aperta, le cui salde fondamenta non possono poggiare su riedizioni di partiti o partitini della vecchia epoca.

Se Italia Viva avrà il coraggio e la forza di andare oltre i vecchi steccati, i vecchi paradigmi, i vecchi pregiudizi, potrà rivelarsi una casa accogliente per questo popolo e potrà assolvere a un compito di portata storica.

Vicenda OPEN: volete ucciderci, ci renderete immortali.

Hanno creato un clima infame. Bettino Craxi aveva tutte le ragioni quando, accerchiato dall’azione giudiziaria, dall’accanimento giornalistico e dal lancio delle monetine da parte del “popolo” (se preferite, “gente”), pronunciò queste parole.

Si trattava dello stesso clima infame che sarebbe stato creato dieci anni dopo, durante l’epopea di Silvio Berlusconi. Si tratta dello stesso clima infame con cui si sta cercando di ostacolare l’iniziativa politica di Matteo Renzi.

Craxi, Berlusconi, Renzi. C’è un fil rouge che lega queste vicende? C’è, eccome se c’è. So di non rendere un buon servizio a Renzi nell’accostare il suo nome a quelli di Craxi e Berlusconi, ma onestà intellettuale vuole che sia così.

Apriamo il capitolo Craxi.

Parliamo degli anni ’80. L’iniziativa politica di Bettino Craxi è mossa da un sicuro intento innovatore.

Egli si pone l’ambizioso obiettivo politico di rompere lo schema che attanaglia la democrazia italiana, uno schema che affida alla Democrazia Cristiana la guida del Governo e al Partito Comunista l’egemonia dell’opposizione, ognuno col suo spazio di potere. Il prezzo da pagare per mantenere quel sistema è davvero alto: l’Italia è l’unico paese al mondo governato da quarant’anni dalla stessa forza politica.

In altri termini, non esistono le condizioni per una normale democrazia dell’alternanza.

Ma alla DC va bene così e si capisce, ma anche al PCI va bene così, così tanto bene che Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista, teorizza la strategia della “solidarietà nazionale”, un sistema ancora più bloccato, che veda governare insieme DC e PCI, sotterrando definitivamente ogni aspirazione alla creazione di un sistema democratico fondato sulla possibilità dell’alternanza alla guida del governo.

Si alza una sola voce a spezzare questo abominio, quella di Bettino Craxi e questo non gli viene perdonato.

Così diventa il nemico numero uno, da demonizzare in ogni modo, il principale destinatario degli strali berlingueriani sulla famigerata “questione morale”, madre della retorica grillina dell’onestà. Pur di far fuori Craxi, si fa fuori, con tangentopoli,  un intero ceto politico.

Funzionò. Craxi fu umiliato e sconfitto. Scelse di morire da esule.

Quella strategia, fondata sulla complicità tra magistrati politicizzati e giornalisti conniventi, funzionò così bene che la si utilizzò anche per far fuori il nuovo avversario politico, Silvio Berlusconi. E così siamo agli anni ‘90.

Anche Berlusconi è mosso da un intento innovatore. Fatti fuori la DC e il PSI, un PCI rinnovato nel nome (PDS) ha ormai campo libero, in uno scenario nuovamente privo di una normale dinamica fondata su una possibile alternanza: il PDS è l’unico partito sopravvissuto alla tempesta di tangentopoli. Ancora una volta si alza una sola voce a squadernare la scena, questa volta è quella di Silvio Berlusconi.

La sua geniale iniziativa politica genera un nuovo bipolarismo e, di fatto, determina una normale dinamica democratica, dinamica dalla quale esce vittorioso, annichilendo la “gioiosa macchina da guerra” messa in piedi da Achille Occhetto, leader del PDS. Berlusconi diventa il nuovo nemico. Va fatto fuori ad ogni costo.

Si dà vita ad un pervicace accanimento giudiziario, accompagnato da una campagna d’odio di stampo moralistico. Berlusconi tiene duro. Forse non ci si aspettava un combattente così fiero.

Per riuscire a comminargli una condanna in ragione di una discutibile e, fatte le debite proporzioni, modesta elusione fiscale, si rendono necessari cinquanta procedimenti e cinquecento perquisizioni. Contrariamente a Craxi, Berlusconi non ne esce umiliato e sconfitto, ma certamente fortemente indebolito, ragione per cui ha progressivamente perduto la leadership del campo del centro-destra, successivamente occupato dalle più becere pulsioni autoritarie.

Così, e siamo ai giorni nostri, viene il tempo del terzo innovatore, Matteo Renzi. Siamo negli anni 2000. Egli si propone sulla scena politica con l’intento di rottamare quella cultura catto-comunista che impedisce la generazione di un polo politico moderno, di stampo liberale e democratico, fondato su una narrazione positiva della nuova epoca.

Apriti cielo. C’è però una differenza con gli innovatori che lo hanno preceduto: mentre Craxi e Berlusconi, in modi diversi, “c’hanno messo del loro”, prestando il fianco ai loro persecutori, sembra proprio che negli armadi di Matteo Renzi non si celino scheletri. Per questa ragione, l’azione giudiziario-giornalistica nei suoi confronti, assume contorni ancora più violenti di quanto non sia stato per i suoi predecessori. Non ci sono scheletri negli armadi? Come facciamo? Dapprima, in perfetto stile mafioso, si è cercato di colpire i famigliari. Non trovando granché neppure lì, non si è esitato a cercare di confezionare prove false, coinvolgendo pezzi corrotti dello Stato, un fatto che in qualunque paese normale avrebbe generato un’indignazione generale, ma che in Italia è stata considerata una simpatica malandrinata. Ma non ha funzionato, non tutte le istituzioni (e, ovviamente, non tutti i magistrati, ci mancherebbe) si genuflettono di fronte alla furia giustizialista. Si sono dunque arresi? Certo che no, la costituzione di Italia Viva per costoro è affronto inaccettabile.

Allora ecco la trovata geniale: non riusciamo a colpire lui? non riusciamo a colpire i suoi famigliari? colpiamo i suoi sostenitori!

Va letta così l’agghiacciante iniziativa volta a intimidire le persone che liberamente hanno sostenuto anche economicamente l’iniziativa politica di Matteo Renzi. 

Si tratta di un salto di qualità formidabile che ci chiama alla resistenza civile e ci unisce: siamo tanti e siamo disposti ad affondare con la nave. Non hanno capito che questa vicenda non ci spaventa e non ci logora, ci rende più forti e convinti di prima, consapevoli del nostro inevitabile e crescente successo.

Come dicono i nobili guerrieri, volete ucciderci, ci renderete immortali.

La Lega non è di destra

Lo so, è un titolo un po’ incomprensibile, per molti inaccettabile. Attraverso questo titolo voglio stressare un concetto che cerco di argomentare nel seguito.

Le elezioni regionali umbre ci dicono qualcosa  rispetto all’opportunità delle attuali alleanze politiche, ma ci segnalano anche alcuni trend di scenario politico.

La prima considerazione riguarda il trend del Movimento 5 Stelle: perde consensi quando alleato con la Lega (vedi precedenti elezioni regionali), perde consensi quando si presenta in autonomia (vedi elezioni europee), perde consensi quando si presenta in alleanza col PD, come dimostrano appunto le recenti consultazioni regionali umbre.

Sembra che il Movimento 5 Stelle abbia esaurito il suo senso, abbia compiuto la sua missione e non abbia più alcunchè da dare alla vita politica italiana.

E proprio così? In effetti, il populismo in Italia si è affermato grazie al grillismo. La lega, tradendo le sue origini, si è aggregata successivamente al fronte e populista, potenziandone la già presente vocazione autoritaria.

Da sempre e in ogni dove, il populismo ha vita breve: si trasforma in autoritarismo o abilita opzioni autoritarie.

Le passate esperienze totalitarie italiana e tedesca nascono da movimenti populisti. Il fascismo nasce da una costola ribellista della sinistra italiana, sedicente rappresentante del popolo, con una vocazione fortemente “sociale“. La stessa esperienza totalitaria tedesca nasce da un “movimento di popolo“ degenerato in nazional-socialismo. Anche le esperienze populiste dell’America latina raccontano come il populismo abiliti opzioni autoritarie: tutte le esperienze richiamabili al peronismo sono degenerate in regimi totalitari.

Questo ragionamento induce a pensare che il successo della Lega altro non sia che la rappresentazione della degenerazione autoritaria della narrazione grillina.

Per contrastare tale narrazione e tale degenerazione, è necessario mettere mano a una narrazione alternativa: non è certo sufficiente limitarsi a denigrare quella dell’avversario. Occorre superare il “pensiero contro“.

Tale narrazione alternativa deve essere appetibile per qualunque elettore, nessuno escluso, e deve quindi essere trasversale rispetto allo schema destra/sinistra.

In effetti, tanto la narrazione grillina, quanto la sua degenerazione autoritaria in salsa leghista, sono trasversali rispetto allo schema destra/sinistra. Ricordate quando il primo governo Berlusconi prese in esame l’abolizione dell’articolo 18? La sinistra e i sindacati si strinsero attorno all’idea che l’abolizione dell’articolo 18 avrebbe “leso i diritti fondamentali dell’uomo“. È difficile immaginare un’argomentazione più populista di questa. La vocazione assistenzialista grillina viene anche da lì, c’è poco da fare. Ricordate quando quello stesso governo, per l’esattezza attraverso la voce del ministro Dini, lanciò un grido d’allarme rispetto alla sostenibilità del sistema pensionistico? La sinistra e i sindacati si unirono di nuovo nel pensiero contro, proponendo lo slogan “le pensioni non si toccano“. Ancora slogan simili a bufale, ancora populismo. La vocazione assistenzialista della Lega, viene anche da lì, c’è poco da fare. D’altronde, lo stesso giustizialismo grillino affonda le sue radici nel bacchettonismo anti-berlusconiano che fu del PD e in generale della sinistra e nella stessa “questione morale” di berlingueriana memoria. D’altro canto, la stessa questione dei migranti non rappresenta, come invece molti sostengono, un discrimine tra destra e sinistra: la libera circolazione delle merci e delle persone è un principio liberale, non socialista; d’altronde i veri esperti di costruzione di muri sono i regimi comunisti, piaccia o no.

Questo spiega perché così tanti elettori “di sinistra“ scelgono oggi la Lega. Tra una narrazione populista in cui si riconoscono antiche radici “di sinistra” e una non-narrazione, scelgono una narrazione populista.

Esattamente come, qualche tempo fa, tra lo slogan “aboliamo l’ICI“ e lo slogan “smacchiamo il giaguaro”, molti scelsero la prima opzione: meglio una proposta semplice e banale di una non-proposta. Fu così che Bersani riuscì a perdere elezioni che sembravano già vinte, contro un avversario in difficoltà, condannato in via definitiva, isolato in Europa.

Il vero confronto oggi non è tra la sinistra e la destra (o, come si dice per motivi a me misteriosi, tra la sinistra e “le destre”), il vero confronto è tra un’opzione populista e un’opzione che ancora, compiutamente, non c’è.

Le forze tuttora prigioniere dei vecchi steccati, cercano invece una risposta in illusorie e antistoriche alleanze con pezzi del fronte populista. È il caso del PD e della sua voglia di alleanza strutturale coi populisti del Movimento 5 Stelle, è il caso di Forza Italia e del suo vile asservimento alle pulsioni autoritarie leghiste.

Italia Viva è l’unico soggetto politico che ha oggi la realistica possibilità di costruire un’alternativa oltre gli steccati.

Ci vuole però coraggio. Il coraggio di rivolgersi davvero a tutti gli elettori. Il coraggio di una narrazione davvero nuova. Il coraggio di proporre nuove parole. Il coraggio di iniziare davvero una nuova storia, oltre il PD, oltre i suoi stereotipi, oltre la stessa Leopolda.

È il tempo di sporcarsi le mani

C’era un popolo senza casa, un popolo che si sentiva distante dai massimalismi, di destra e di sinistra. Un popolo orientato alle soluzioni, stufo dell’imperante “pensiero contro”.

Quel popolo senza casa ora una casa ce l’ha. È una casa perfetta? Forse no. È la casa ideale? Forse no. D’altronde, la pretesa della perfezione è una delle principali fonti di immobilismo: l’innovazione passa attraverso la sperimentazione, l’errore, il miglioramento.

In fondo, la pretesa della società perfetta è alla base della cultura politica Grillina: qualunque miglioramento va osteggiato in quanto non perfetto. Fu così per tutte le sacrosante riforme del governo Renzi, fu così nei confronti di qualunque genere di infrastruttura, fu così in occasione del referendum costituzionale. Costoro rivendicano il mondo perfetto, ma sono specialisti nel lasciare quello reale così com’è.

Per anni, chi si è sentito parte di questo popolo senza casa, ha lamentato la mancanza di una forza politica che andasse oltre i vecchi steccati, accogliente per chiunque, oltre le passate etichette. Ora che questa casa c’è, ed è Italia Viva, alcuni storcono il naso: sì ma Renzi è troppo ambizioso, sì ma è un partito personale, sì ma Renzi non è coerente.

Si tratta di argomentazioni tipiche di quei sinistri sinistri che, a forza di restare “coerenti”, sono rimasti ancorati a polverosi paradigmi novecenteschi. Ma oggi queste argomentazioni, chiamiamole così grazie a un impeto di benevolenza, sono proposte anche da un certo mondo “liberale“. Si tratta dei liberali duri, puri e coerenti. Dal punto di vista dell’atteggiamento politico, sono i nuovi “comunisti”: convinti di essere diversi e antropologicamente superiori, pretendono chissà quale rivoluzione, ma non si sporcano le mani e, guardando con snobismo l’unico realistico fattore di cambiamento, rinunciano a migliorare alcunché.

Per quanto mi riguarda, ho scelto di sostenere attivamente Italia Viva. Sostengo Italia Viva tramite l’iniziativa di Umanisti 4.0.

Di cosa si tratta? Al nostro sito puoi saperne di più.

Noi di Umanisti 4.0 vogliamo che Italia Viva si ponga davvero oltre ogni vecchio steccato, nei comportamenti e nelle scelte, non solo negli slogan. Vogliamo che Italia Viva proponga una narrazione autenticamente alternativa a quella populista, sia essa di stampo leghista sia essa di stampo grillino.

Siamo convinti che il vertice di Italia Viva sia sostanzialmente allineato con il nostro pensiero. Abbiamo però l’impressione che la “pancia“ del partito sia in buona parte tuttora ancorata a vecchie logiche. Per questo è necessario l’impegno diretto del popolo senza casa, del popolo oltre i vecchi steccati, del popolo senza etichette.

Grazie a questo impegno diretto, Italia Viva potrà essere il partito dei nuovi protagonisti e non il partito degli ex PD, potrà essere il partito del 30% da mettere al servizio della democrazia e non il partito del 5% da far pesare al tavolo del centro sinistra. Grazie a questo impegno diretto, Italia Viva potrà adempiere a un compito storico. Stavolta vale davvero la pena di mettersi in gioco.

Per iscriverti a Italia Viva

Per iscriverti al Comitato Umanisti 4.0

Per mettere il tuo like alla nostra pagina Facebook

Per visualizzare il video illustrativo di Umanisti 4.0

Italia viva, oltre gli steccati.

Da tempo penso e scrivo che occorre dare una casa a quel “popolo” che non si riconosce nel neo populismo (Cinque stelle, Lega, Fratelli d’Italia) né nei vecchi steccati di una destra asservita alle più becere tendenze autoritarie o di una sinistra che continua a strizzare l’occhio al ribellismo e al giustizialismo grillino.

Sembra proprio che ora questa casa ci sia: Italia viva.

Per quanto mi riguarda, ho scelto di sostenere questa iniziativa, pur consapevole delle insidie che potrà incontrare e degli equivoci che dovrà superare per potersi davvero affermare.

Ho partecipato a Leopolda 10 e quindi al momento costitutivo di Italia viva. Ho immaginato cosa avrei potuto dire se mi fosse stata data, per assurdo, la possibilità di intervenire.

Ecco cosa avrei detto.

Invito chi mi segue ad aderire al Comitato Umanisti 4.0. Abbiamo bisogno di nuove energie, di nuove idee, dell’esperienza di chi vive i paradigmi della nuova epoca nel sociale, ma anche nell’impresa.

Fighetti saputelli

Come ho già avuto modo di argomentare, la scelta di Matteo Renzi di promuovere la formazione di un nuovo governo, ha procurato in un sol colpo una serie di vantaggi.

Alcuni sono di natura tattica, ad esempio l’aver messo in un angolo il suo principale avversario politico, Matteo Salvini.

Altri sono di natura economica e riguardano le probabili conseguenze negative che avrebbe avuto il ricorso a un esercizio provvisorio nel caso di elezioni anticipate.

Il vantaggio principale è però, di gran lunga, di tipo politico. Le elezioni anticipate, che appunto sono state scongiurate, si sarebbero svolte in un quadro politico molto poco chiaro a causa della mancanza, di fatto, di una realistica alternativa alla proposta neo-populista.

Il Governo Conte Secondo consente alle forze politiche di completare i loro percorsi e di delineare così un quadro politico più chiaro e comprensibile per l’elettore.

In particolare, possono organizzare la propria proposta politica quelle forze che ritengono di dover mettere mano a un’alternativa al populismo nel suo complesso, quindi tanto a quello grillino, quanto a quello leghista.

Naturalmente, il primo a usufruire di questo vantaggio è lo stesso Matteo Renzi che può dare vita al nuovo partito di Italia Viva.

Renzi non è l’unico a trarre vantaggio da questa situazione, ne traggono infatti vantaggio anche altri protagonisti e altre forze, in particolare Carlo Calenda e Più Europa. Nel caso di elezioni anticipate, Calenda sarebbe rimasto nel PD a dire “faccio un partito, ma forse no, ma forse lo faccio ma resto nel PD“ e Più Europa, non godendo più dell’esenzione dalla raccolta firme, sarebbe scomparsa dalla scena politica.

Calenda e più Europa usufruiscono così, come e più di Renzi, dell’enorme vantaggio regalato loro dalla scelta di dare vita a un nuovo Governo, ma non se ne assumono la responsabilità e fanno i duri e puri all’opposizione. Per me si tratta, nella migliore delle ipotesi, di opportunismo politico, nella peggiore di miopia.

Ho espresso questa mia opinione su Twitter, particolarmente commentando un post dello scrittore Andrea Cerri. Ciò ha scatenato una bagarre che desidero condividere con voi.

Cerri scrive: Chi ha sempre combattuto il M5S e quello che rappresenta, adesso come adesso, può guardare solo a #Calenda Questo è. Ma purtroppo è solo.

Io commento: Calenda può organizzare il suo partito prima delle prossime politiche solo perché Renzi, grazie all’idea di questo governo, gli regala il tempo per farlo. Calenda e più Europa usano questo vantaggio facendo i duri e puri all’opposizione. Per me è opportunismo.

Un normale confronto tra “intellettuali“.

Ma ecco il colpo di scena, l’intervento a gamba tesa dello stesso Calenda. Egli interviene nella conversazione tra Andrea Cerri e me, ritwittando e commentando il mio post con le seguenti parole: Bimbo se non si fosse fatto questo Governo sarei felicemente nel PD. E come ho detto alla festa dell’Unita di Ravenna ero pronto a combattere senza paracadute in un collegio uninominale. Nessuno mi ha regalato nulla. Vola basso.

Bimbo vola basso. Un linguaggio da bullo di periferia. Per di più utilizzato nei confronti di un suo follower che fino ad oggi lo aveva comunque seguito con simpatia. Si tratta di una cosa più triste che sconcertante: Calenda conta così poco ed è considerato così poco dai veri protagonisti della politica, che si mette a polemizzare con me.

Come è facile immaginare, dopo un commento così volgare, le sue truppe cammellate, ognuno ha le sue, si sono sentite autorizzate a un martellamento di commenti sarcastici di ogni genere nei miei confronti.

Chi mi conosce sa che sono normalmente persona schietta, ma gentile e cordiale. Chi mi conosce sa anche che se uno fa il furbo mi trova. Sempre. Ovviamente anche se si chiama Carlo Calenda. Per questa ragione ho ritenuto di rispondere pan per focaccia: Solo un coglione può dare del “bimbo” a un sessantenne da cui oltretutto è sempre stato molto apprezzato. Quindi sono molto stupito.

Non pago, il buon Calenda ha ritenuto di continuare nella polemica con le seguenti sarcastiche parole: Scusa. Dal tweet pensavo avessi età diversa.

A questo punto, consapevole di essere stato trascinato all’asilo Mariuccia, ho scelto di chiudere la noiosissima polemica: Io invece pensavo che avessi spessore diverso, ma mi sono ricreduto da un po’. Con questo ovviamente chiudo.

Naturalmente le truppe calendiane hanno continuato a trollare fino ha sera inoltrata. Ciò che è peggio è che il prode Calenda li abbia ulteriormente aizzati ritwittando e commentando le mie parole conclusive: Vedete Alessandro è esempio perfetto di quello che dicevo. Scrive su un tweet che sono UN opportunista ma non accetta l’incipit della mia risposta ironica “bimbo”. Vale a dire “solo io cittadino posso maltrattarti, tu sei un politico e quindi buono e incassa”. Uno vale due.

Calenda sostiene di poter pubblicamente irridere un suo follower che propone un rilievo politico (in una conversazione con persona terza) e di potergli dare del grillino se, allibito, reagisce. Tristezza infinita.

Me ne rendo conto, è stato un resoconto un po’ noioso, ma ho voluto condividerlo nel dettaglio e documentarlo.

Questa esperienza rafforza la mia opinione intorno al gruppo di persone che diede vita al movimento di Luca Cordero di Montezemolo, Italia Futura di cui Calenda era coordinatore: fighetti saputelli.

Italia Viva si tenga ben distinta e distante dai sinistri duri e puri, ma anche dai liberali duri e puri di ogni fatta. Essi sono convinti di possedere il verbo, si sentono antropologicamente superiori, proprio come e quanto i sinistri duri e puri. Di diverso, lo dico per esperienza, hanno una maggiore e patologica propensione a seminare zizzania. Tenersi alla larga.

Sinistra, centro-sinistra o vera alternativa?

Taluni non riescono proprio a farsi una ragione del fatto che si vada incontro ad un nuovo bipolarismo che non vede più come centrale la contraddizione tra destra e sinistra.

Così in certi ambienti continua a imperversare lo stucchevole dibattito su come ripensare la sinistra, utilizzando spesso l’ormai insopportabile formula retorica “la sinistra deve ripartire da“. Taluni rispondono che la sinistra dovrebbe ripartire dall’alleanza con i 5 stelle. Contenti loro…

La realtà è tutta diversa. Con la caduta del muro di Berlino, il marxismo è caduto in disgrazia insieme al muro. Così la sinistra, orfana di un’ideologia, ha iniziato a guardarsi intorno, ha cercato nuovi appigli, nuove sponde. Così si è fatto ricorso al giustizialismo, al bacchettonismo, alla cultura del nemico (prima Craxi, poi Berlusconi, poi financo Renzi), finendo per riproporre l’idea secondo la quale “essere di sinistra” indicherebbe una superiorità culturale, intellettuale e addirittura morale. Insomma, pur di giustificare la propria esistenza, si è sostituita una categoria politica con una categoria antropologica, pensiero intellettualmente scadente e politicamente pericolosissimo.

No, anche le categorie politiche hanno un ciclo di vita. Facciamocene una ragione.

Eppure c’è chi insiste e continua a contestare a Matteo Renzi, non già l’efficacia delle sue proposte e delle misure del suo governo, ma quanto esse siano etichettabili come “di sinistra”. Basta, non se ne può più. Anche la rivendicazione, talora utilizzata dallo stesso Renzi, della “sinistritá” di iniziative quali le unioni civili e l’attenzione alla gestione del processo migratorio, appare oggi una risposta debole: l’attenzione ai diritti civili, la propensione all’interscambio culturale, la stessa sensibilità verso l’ambiente, non sono esclusive della sinistra, sono temi ampiamente trasversali che appartengono tanto alla cultura della sinistra liberale quanto a quella liberal-democratica.

Oggi ci troviamo di fronte a un nuovo bipolarismo, fondato sul confronto tra il Polo neo-populista, trasversale rispetto allo schema destra/sinistra, e il polo alternativo, ancora tutto da costruire.

Credo che il compito storico di Italia Viva si dipani in questo scenario. Credo che la sua principale missione politica consista proprio nel dare vita a una forza fondata su una narrazione alternativa a quella neo-populista, coerente con i paradigmi dell’epoca 4.0, potenzialmente attraente per qualunque elettore, indipendentemente dalla sua “provenienza politica”.

Se queste considerazioni hanno un senso, allora Italia Viva é chiamata a dare una risposta inequivocabile, spudorata e disarmante a chi chiedesse se Italia Viva sia “di sinistra”: no. No, perché la sua missione non deve consistere nel ripensare la sinistra, ma nel costruire il polo alternativo a quello neo-populista.

Solo così facendo, Italia Viva eviterà il rischio di diventare il partito degli ex-PD e potrà proporsi come il partito dei nuovi protagonisti. Solo così facendo, potrà resistere alla tentazione di diventare il partito del 5% da far pesare al tavolo del centro sinistra e potrà davvero lavorare per diventare il partito del 25% da mettere al servizio della democrazia italiana.

Tutto ciò non é scontato. Vedremo. Confido più in Renzi che nei renziani.