L’alternativa, questa sconosciuta

Nei giorni scorsi ho vissuto due esperienze su Twitter. Ve le racconto.

La prima. Ho dato vita a un sondaggio. Il tema riguardava l’alternativa al neo-populismo e poneva la questione di chi dovesse rappresentarne il fulcro: centro-destra, centro-sinistra o una nuova area? Il sondaggio è rimasto online nella settimana successiva al voto europeo e ha raccolto 661 risposte. Dal punto di vista quantitativo, si tratta di un campione non irrilevante; dal punto di vista qualitativo, ho cercato di renderlo equilibrato e significativo, divulgandolo in vari “ambienti”, differenti per vocazione e posizionamento. Ebbene, mi pare che l’esito sia piuttosto interessante: il 13% del campione ritiene che spetti al centro-destra il compito di organizzare l’alternativa al neo-populismo. Non è un dato scontato. Significa che l’identificazione tanto cara alla sinistra di populismo e “destre”, forse è, come penso io, del tutto arbitraria. C’è poi un 30% che ritiene invece che l’alternativa debba fondarsi sul centro-sinistra. A sinistra la cosa si dà per scontata, ma dal sondaggio non sembrerebbe così, sembrerebbe appunto che questa convinzione appartenga a una minoranza, corrispondente al 30% del campione. Il dato certamente più rilevante riguarda la terza opzione: il 57% del campione ritiene che l’alternativa debba nascere da una nuova “area” da costruire. Dal mio punto di vista, questo significa che la narrazione alternativa a quella neo-populista debba andare oltre i vecchi richiami ideali novecenteschi e debba porsi oltre lo schema destra/sinistra.Schermata 2019-06-04 alle 12.17.48

La seconda. Un mio commento a un post di Barbara Collevecchio ha scatenato un putiferio. Ella nel suo post sosteneva la tesi di D’Alema secondo la quale il mancato pieno successo del PD deriverebbe dall’incapacità di raccogliere il voto degli operai. Ho domandato, un po’ ingenuamente, perché mai fosse così rilevante il voto degli operai. Nei commenti successivi ho specificato che, mentre nel novecento il valore simbolico del voto operaio era di tutta evidenza, oggi esso ha perso peculiarità e non è più o meno rilevante del voto di altre categorie professionali. Non sia mai. Sono stato fatto oggetto di insulti di ogni genere ed anche di un attività extra-twitter da parte di diversi haters. Si è scomodato anche il filosofo del turbo-capitalismo Diego Fusaro che non ha mancato di distorcere il mio pensiero contribuendo all’attività degli odiatori di professione. La sinistra-sinistra è saldamente ancorata ai paradigmi del novecento e si rifiuta categoricamente di guardare all’epoca 4.0, figuriamoci quanto possa essere incline a coglierne la bellezza. E la sinistra più moderata? Si è distinta nel replicare a D’Alema con lo stantio argomento della barca a vela. Il populismo pauperista viene da lì, mettiamocelo bene in testa.

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Esperienze diverse che testimoniano, in modo diverso, la necessità di una narrazione alternativa a quella neo-populista. Non si tratta di un vezzo, si tratta di una necessità per la democrazia italiana. Chi può farsene protagonista? Chi può rappresentare la nuova area desiderata dal 57% del campione che ha partecipato al sondaggio? Più Europa? Beh, il suo mancato successo, dopo il precedente delle politiche, dice che Più europa, se davvero vuole farsi carico di questo compito storico, è chiamata a reinventarsi: identità meno sfumata, volti nuovi, organizzazione di qualità. Lo farà? Non credo. Come si dice, lo scopriremo solo vivendo. Nel frattempo, confidiamo in altre iniziative in tal senso.

Nel frattempo ho pubblicato la versione cartacea de Le persone non sono il popolo. Spero di concorrere in questo modo all’elaborazione della narrazione alternativa, quella dall’altra parte della strada. Non è solo importante, dopo le esternazioni di Conte che sembrano preludere alla possibilità di nuove elezioni politiche in tempi piuttosto ravvicinati, diventa probabilmente urgente.Schermata 2019-06-04 alle 12.43.15

Un voto per affermare (davvero) l’alternativa al neo-populismo

Manca poco più di una settimana al voto. Qual è la posta in palio? Sconfiggere i cosiddetti sovranisti? No. La posta in palio è affermare un nuovo sentire politico, dare voce a chi si sente prima europeista, e solo poi “di destra” o “di sinistra”. 

Le elezioni europee rappresentano un passaggio verso l’affermazione, sul piano europeo e sul piano nazionale, di una narrazione alternativa a quella neo-populista, oltre lo schema destra/sinistra.

Sul piano europeo, questo significa rafforzare l’area liberal-progressista-democratica, quella che fa riferimento a ALDE, un’area sinceramente europeista che non cede alla retorica “Europa si, ma non così”, ma rivendica quanto di buono abbia fatto l’Unione Europea fino ad oggi e quanto di buono possa fare in futuro. Ma anche l’Unione Europea, come tutte le cose del mondo, può migliorare? Ca va sans dir. Ma migliorare significa diventare più forte e più democratica, cioè incrementare la sua sovranità sugli stati membri.

Chi dice che proprio non va, che bisogna cambiarla completamente, chi parla di euro-burocrati e ridicolizza il ruolo dell’Unione Europea, non vuole cambiarla, vuole boicottarla, non vuole più Europa, vuole meno Europa.

Sul piano nazionale, affermare una narrazione alternativa a quella neo-populista, significa premiare chi si sforza di svincolarsi dallo schema destra/sinistra. Il neo-populismo affonda le sue radici culturali nel peggio della destra e, a mani basse, nel peggio della sinistra e in questo modo riesce a rivolgersi a tutti gli elettori, indipendentemente dalla loro “provenienza politica”. Per questa ragione, l’alternativa al neo-populismo non può essere rappresentata dalla destra tout court o dalla sinistra tout court. Le proposte politiche di chi è ancora prigioniero del vecchio paradigma, come lo sono tanto Berlusconi quanto Zingaretti, prefigurano un bipolarismo costituito da un centro-destra a guida salviniana e un centro-sinistra colluso col grillismo. Un incubo. No, spaccare il fronte neo-populista non procura nulla di buono. Anzi.

Occorre invece generare un’alternativa al penta-leghismo nel suo complesso.

L’area politica neo-populista è molto più unitaria di quanto non si pensi. Inoltre, è molto più a traino pentastellato di quanto non si ritenga: non è vero che i Cinque Stelle hanno abiurato di fronte alla Lega, è vero il contrario, è vero che la Lega ha rinnegato la sua storia appiattendosi sulla narrazione grillina ancorché vi abbia aggiunto un po’ di folklore fascistoide.

Chi non capisce che questo è lo stato delle cose, finisce, come fanno tanto il PD quanto Forza Italia, per strizzare l’occhio al fronte populista col fine di dividerlo e finisce, di fatto, col proporre una sorta di populismo di serie B, riconoscibile ad esempio nel linguaggio con cui il PD affronta questa scadenza europea: uno stipendio in più per 20 milioni di italiani.

Qual è oggi l’alternativa al fronte neo-populista? Non c’è. Si, non c’è. Il nuovo bipolarsimo vede da un lato il polo penta-leghista e dall’altro il polo che non c’è.

Ci sono però delle pulsioni, delle iniziative, c’è un popolo senza casa, il popolo del si alle infrastrutture, il popolo già da quel dì oltre lo schema destra/sinistra. Chi oggi gli dà voce? L’unica forza in campo è Più Europa e Più Europa va premiata per questo sforzo. Ciò significa che Più Europa rappresenti compiutamente l’alternativa? No, ma rappresenta un potenziale embrione dell’alternativa, motivo in più per sostenerla. Dopo le elezioni, anche in funzione del risultato che avrà conseguito, Più Europa (intesa come partito) dovrà ripensarsi, o forse, come penso io, reinventarsi. Ma Più Europa è l’unica forza che oggi ha raccolto la sfida. Chi premierà il PD, magari illudendosi un po’ pateticamente che questa o quella preferenza possa fare la differenza, come chi premierà Forza Italia, si renderà suo malgrado complice di una battuta d’arresto del processo che porta alla costruzione di una possibile alternativa.

Chi premierà Più Europa, darà invece una chance in più a chi si batte per l’elaborazione di una narrazione alternativa a quella neo-populista.

Molti elettori sono consapevoli e convinti della necessità di un’alternativa che vada oltre i vecchi paradigmi novecenteschi di cui sono tutt’ora prigionieri il PD e Forza Italia. A questi elettori mi rivolgo citando il bellissimo verso con cui Fabrizio De Andrè chiude la sua meravigliosa canzone Verranno a chiederti del nostro amore:

continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai?

Maria Elena e Mara, pensateci voi!

Da tempo teorizzo che il bipolarismo destra/sinistra sia stato messo in cantina dai fatti. Ma, ancora una volta i fatti anticipano le teorie, ma senza una teoria il cambiamento non si consolida, così il nuovo bipolarismo stenta a farsi strada.

Uno dei due poli c’è, quello neo-populista; l’altro è ancora da immaginare.

Qualcuno ha sperato in un PD rinnovato da Renzi, atri, prigionieri del vecchio paradigma, immaginano cartelli di sinistra o rinnovate alleanze di centro-destra.

In realtà occorre trovare nuove vie. E se la scintilla scoccasse da un’alleanza inattesa? Da un’alleanza tra chi appartiene a schieramenti alternativi del vecchio paradigma, ma del tutto complementari nel nuovo bipolarismo da costruire?

Ho immaginato un’alleanza tra due donne, tra Mara Carfagna e Maria Elena Boschi. Strano connubio? Forse no. A loro ho rivolto una lettera aperta che la rivista Strade on line ha voluto pubblicare.

TROVI QUI LA LETTERA APERTA A MARA CARFAGNA E MARIA ELENA BOSCHI

Cattolici e laicisti di fronte al Congresso Mondiale della Famiglia

Il Congresso di Verona ha per l’ennesima volta rispolverato la vecchia abitudine contestataria di finalizzare più energie nel criminalizzare le idee e iniziative altrui piuttosto che nel proporne di proprie.

Così si sono sprecati i commenti, le contestazioni, le ingiurie, fino a giungere alla consueta “contro-manifestazione”. Credo invece che sarebbe più utile impegnarsi nella produzione di un’idea umanistica e progressista del significato di famiglia nell’epoca 4.0, da proporre in alternativa a quella retrograda dei congressisti veronesi.

In questo coacervo di commenti, uno in particolare ha colpito la mia attenzione, quello che Elisa Serafini, già Assessora della Giunta Bucci di Genova, poi approdata a Più Europa, ha pubblicato sulla sua bacheca di Facebook. Ella scrive: Signori, ma di cosa vi stupite rispetto ai temi del Congresso delle Famiglie? I gay vanno all’inferno, le donne devono avere meno potere possibile, l’aborto andrebbe vietato: sono tutte posizioni ufficiali della Chiesa Cattolica. Non vi piacciono? Bene, allora dichiaratevi agnostici (come la sottoscritta), atei, o cambiate confessione (ce ne sono molte altre). Ma per favore, se vi ritenete Cattolici, non mostratevi indignati condividendo i video di questi signori. La Chiesa Cattolica HA QUESTE POSIZIONI. Punto. Chi non le condivide è ora che forse si faccia due domande, o finirà per dimostrarsi molto meno coerente e “superiore” degli stessi partecipanti che tanto vengono scherniti oggi sui social.

Il suo post ha suscitato molti commenti, taluni stizziti, soprattutto da parte di cattolici che si sono sentiti tirati in ballo e forse offesi. Essi hanno per lo più fatto riferimento al “vero messaggio evangelico” che nulla avrebbe a che fare coi contenuti del Congresso di Verona. Forse ciò è anche vero, ma c’entra nulla con quanto sostiene Elisa: ella non fa riferimento al “vero messaggio evangelico”, ma alle posizioni dottrinali della Chiesa Cattolica.

C’è poco da fare, quanto scrive Elisa può non piacere, ma sferra un pugno nello stomaco o, se preferite, getta un secchio d’acqua gelida in faccia e ripropone quanto sia tuttora equivoca la distinzione tra cattolicesimo e cristianesimo e quanto sia tuttora fuorviante il comune significato che si attribuisce al termine “laico”. Vediamo queste due questioni.

Cattolicesimo e Cristianesimo. Da oltre cinquecento anni, in larga parte del mondo, i due piani vengono chiaramente distinti. In quella parte del mondo, ad esempio, a nessuno verrebbe in mente di definirsi di religione cattolica: è ben chiaro a tutti che quella cattolica è una dottrina e non una religione e che, se si parla di religione, si parla di religione cristiana. In alcuni paesi Mediterranei e latino-americani, tra i quali l’Italia, questa distinzione è al contrario molto sfumata.

Se sei Cattolico non puoi non essere Cristiano, se sei Cristiano, puoi non essere Cattolico.

Mettiamocelo-bene-in-testa.

I Cattolici che contestano talune prese di posizione del Congresso di Verona, coerenti con la dottrina cattolica, dicendo “si però il messaggio evangelico…”, restino Cristiani e cambino dottrina.

Questo ragionamento vale anche per i sacerdoti alla Don Gallo (buon anima). Ti senti Cristiano, ma non condividi la dottrina cattolica? Resta Cristiano, adotta altra dottrina (anche squisitamente personale) e non rompere i coglioni.

Per sentirsi Cristiani, non è necessario aderire alla Chiesa Cattolica. Punto.

Altra questione è quella della laicità. Secondo alcuni, di fatto, il credente non potrebbe essere autenticamente laico e l’ateo sarebbe più abilitato alla laicità. Che triste e oscurantista visione della laicità!

Conoscete un’esortazione più laica di “date a Cesare quel che è di Cesare”? No? Invece c’è: l’esortazione a imparare dall’appartenente ad altra dottrina, dal buon samaritano.

In realtà la laicità, in quanto “non appartenenza”, è un’aspirazione, ma non una condizione realistica: il “non appartenente” appartiene comunque alla comunità dei non appartenenti.

La laicità non si esprime dunque attraverso la non appartenenza, ma attraverso la scelta di subordinare la propria appartenenza a un’appartenenza più ampia. Così il Cattolico al Governo, ad esempio, è chiamato a sospendere la sua appartenenza alla Chiesa Cattolica in ragione della sua appartenenza a una comunità più ampia, lo Stato.

Chi non fosse disponibile, inevitabilmente promuoverebbe una teocrazia. È il caso di diversi paesi islamici, è il caso del Tibet, da questo punto di vista assolutamente assimilabile all’Arabia Saudita.

Questo vale per l’adesione a chiese e dottrine. Vale anche per le ispirazioni religiose e ideali? No.

Si può governare laicamente, in coerenza con la propria ispirazione liberale e/o cristiana e/o socialista.

Mettiamocelo-bene-in-testa.

Da questo punto di vista, tanti (ma tanti) atei laicisti, sono molto meno laici di tanti credenti. Vale anche per molti radicali impegnati in quelle “crociate laiche”, molto più crociate che laiche.

Il Congresso di Verona e le polemiche che ne sono conseguite, hanno messo in evidenza, per l’ennesima volta, la necessità di fare chiarezza su questi equivoci, una chiarezza che darebbe straordinario impulso all’emancipazione culturale del Paese.

Greta e il grillismo wide world

Negli stessi giorni in cui gli studenti di tutto il mondo scioperano in nome di Greta per salvare l’ambiente, il Presidente Cinese Xi Jinping é in visita a Roma. C’è un nesso tra questi due eventi? In fondo, si.

Gli studenti denunciano la passività o la timidezza dei governi di fronte al tema ambientale. Giusto. Le scene si ripetono: i cortei, il capetto col megafono, gli slogan da stadio.

L’impegno politico dei giovani, per definizione, é collegato più alla denuncia che alla proposta. Va bene così, é giusto così.

Ma quei giovani un giorno saranno classe dirigente e si troveranno ad andare oltre la denuncia, dovranno fare i conti con le possibili soluzioni. Allora, inevitabilmente, si domanderanno, ad esempio, se la tanto vituperata energia nucleare non sia in fondo più “pulita” di quella prodotta da fonti non rinnovabili; si domanderanno anche se davvero le pale eoliche deturpano cosi tanto l’ambiente o rappresentano invece una fonte rinnovabile preziosissima; scopriranno in sostanza quanto sia più agevole agire sul piano della denuncia che non su quello della soluzione e faranno i conti anche con le accuse di tradimento che saranno mosse contro di loro.

In fondo, il movimento ispirato da Greta contrappone il popolo buono, sensibile all’ambiente, all’establishment rappresentato dai governi, mossi esclusivamente da loschi interessi. Grillismo wide world, appunto.

I grillini nostrani stanno sperimentando la differenza tra il piano della denuncia e il piano della soluzione. Ricordate quando denunciavano i presunti intrighi del Governo Renzi per aver, ad esempio, ridotto l’uso dei sacchetti di plastica nei supermercati rendendo obbligatori quelli biodegradabili? Oggi che il tema ambientale, anche grazie ai Greta Boys, ha così grande risalto, ci appare una contestazione grottesca.

Eppure i nuovi governanti non si scompongono, sorridono beffardi di fronte alle loro contraddizioni.

Possono permetterselo. Si, possono permetterselo perché per il cosiddetto popolo loro non sarebbero il nuovo establishment, no, loro sarebbero al potere per restituire al popolo buono il maltolto che le élite gli ha malevolmente sottratto. In fondo, addirittura nientemeno che la povertà non sarebbe il derivato della complessità e contraddittorietà del mondo, ma della malvagità dei governanti: i buoni finalmente possono “abolirla”. Per questo gli sono perdonate incapacità e incoerenza.

Allo stesso modo, per molti ambientalisti, la soluzione dei malanni del Pianeta non sarebbe di così grande complessità, basterebbe in fondo sostituire i cattivi con i buoni, o con i rappresentanti del popolo, buono per definizione.

Torniamo alla visita di Xi Jinping. Uno dei temi centrali della narrazione grillina fu, fin da tempi precedenti all’ingresso di Grillo nella scena politica, quando utilizzava, nei suoi spettacoli, la sua verve comica per sensibilizzare il pubblico, il tema del kilometro zero. Egli denunciava l’insensatezza del trasferimento delle merci da un paese o da un continente all’altro. In fondo proponeva una decrescita felice che riportasse gli individui a vivere delle proprie risorse in nuclei famigliari o piccole comunità. Gli Hamish de noartri. Anche l’ostracismo da sempre dimostrato nei confronti delle infrastrutture, dalla Gronda di Genova alla TAV Torino Lione, andava letto così: spostare le merci non ha senso.

Oggi Di Maio, capo politico del Movimento del kilometro zero, annuncia trionfante il primo cargo di arance siciliane verso la Cina. Ancora una volta, il sorriso beffardo ha la meglio sulla stridente contraddizione.

Viva Greta! Bene. Giusto. Chiedo ai Greta Boys, da vecchio quale sono, di non “scioperare”, di denunciare nel weekend e studiare di più durante la settimana. Quando saranno classe dirigente e saranno accusati di essere élite nemica del popolo, ci sarà bisogno della loro competenza, non di altri beffardi sorrisi.

Al crocevia delle elezioni europee

L’esito delle elezioni regionali sarde, ha ringalluzzito, sia a destra che a sinistra, chi non si è ancora arreso al nuovo paradigma che supera lo schema destra/sinistra. Costoro sembrano festeggiare la riaffermazione del vecchio bipolarismo. In realtà, pare di tutta evidenza, il primato del confronto resta più che mai quello tra il polo prentaleghista e il polo che non c’è.

L’anomalia non è rappresentata dal nuovo paradigma, ma dalla sostanziale assenza di uno dei due poli.

Eppure Forza Italia e il PD proprio non ne vogliono saperne e lavorano per il ritorno al passato. Forza Italia si produce in un elemosinante tentativo di riconquistare la Lega alla causa della destra; il PD continua a lavorare per forzare le contraddizioni all’interno della maggioranza di governo, come se dall’esplosione di quelle contraddizioni potesse riformularsi il fronte della sinistra.

Forza Italia e PD vivono oggi come reduci di un polveroso passato.

Anche quando riuscissero nel loro intento, si genererebbe un bipolarismo eterogeneo che darebbe voce al populismo tanto nello schieramento di destra, quanto in quello di sinistra. Ciò non farebbe chiarezza rispetto al confronto di fatto in essere e rallenterebbe l’esercizio democratico.

Va riaffermato una volta per tutte: la contraddizione destra/sinistra è oggi ampiamente secondaria rispetto al nuovo confronto nato con l’insorgere del populismo.

Le prossime elezioni europee, da un certo punto di vista, si prestano a fare chiarezza, giacché il vero discrimine non sarà tra destra e sinistra, ma tra europeisti e antieurpeisti.

In quest’ottica, l’iniziativa di Calenda appare coerente. Egli infatti si rivolge a tutti coloro che rifiutano l’idea di un’alleanza con la Lega o coi Cinquestelle. Siamo Europei si è presentata dunque come una lista trasversale rispetto allo schema destra/sinistra. La gran parte dei dirigenti di Forza Italia e del PD, che come si diceva sono tutt’ora prigionieri del vecchio paradigma, dovrebbero quindi ritenersi tagliati fuori da questa opzione. Ma non è così: Matteo Orfini, in qualità di Presidente del PD e in esplicita rappresentanza di tutti i candidati alla segreteria, ha aderito all’opzione calendiana.

L’adesione dell’intero PD, come forza politica, non come singoli individui, marchia Siamo Europei come una lista appartenente allo schieramento di centro-sinistra e ne decreta la fine ancor prima della sua nascita.

L’abbraccio da parte del PD si è rivelato ancora una volta mortale.

Alle elezioni europee, quindi, le forze esplicitamente antieuropeiste, Lega e Cinquestelle, trasversali rispetto allo schema destra/sinistra, saranno contrastate dagli affezionati del vecchio paradigma, PD e Forza Italia, europeisti a intermittenza. Se così sarà, si perderà l’occasione forse storica di fare chiarezza sul nuovo bipolarismo.

C’è però una forza che potrebbe accollarsi quest’onere: Più Europa potrebbe rappresentare una novità dirompente, l’embrione del nascente polo antagonista a quello populista.

Possibile? Si, possibile. A condizione che riesca a farsi percepire come qualcosa di enormemente più ampio di una propaggine radicale, a condizione che sappia attrarre la simpatia e il favore di elettorati diversi, un tempo appartenenti a entrambi gli schieramenti di destra e sinistra, a condizione che superi ogni retorica di sapore settario come ad esempio quella dell’alterità rispetto al mondo, a condizione che non si impantani in vecchie formule organizzative, iperdemocratiche di facciata, che finiscono per premiare la capacità di “marketing interno” sulla capacità di analisi e visione politica.

Allora, in questo caso, Più Europa potrà rivolgersi a quello che oggi appare come un popolo senza casa.

É un popolo nuovo e composito. É il popolo della nuova epoca politica, è un popolo di persone che vogliono sentirsi persone a tutto tondo e senza etichette, sempre, in qualunque stato o fase della vita si trovino. É un popolo di persone che hanno una visione umanistica della vita e, in fondo, una visione ottimistica della natura umana. Persone che desiderano affermarsi ed esprimersi, persone che di fronte ai propri mancati successi, non cercano alibi, persone che sanno ricorrere all’umiltà e all’energia della responsabilità individuale. É un popolo di persone non afflitte dal bisogno del nemico, che sanno affermare se stesse anche senza vivere “contro”, che preferiscono vivere “per”. Non odiano, preferiscono scovare il bello e dargli spazio. Non rivendicano il mondo perfetto, sono consapevoli della contraddittorietà della realtà. É un popolo di persone aperte e inclusive che non per questo si sentono obbligate a definirsi “di sinistra”; é un popolo di persone che sanno rispettare l’autorità, ma non per questo si sentono obbligate a definirsi “di destra”. Sono persone che apprezzano la riforma del lavoro renziana, ma trovano stucchevole il voler a tutti i costi definirla “di sinistra” per giustificarne l’approvazione. Sono persone che vogliono sentirsi libere: possono votare SI al referendum costituzionale senza per questo sentirsi “renziane”; possono votare per il centrodestra senza per questo sentirsi allineate con Salvini; possono sentirsi un po’ liberali e un po’ socialiste senza per questo sentirsi incoerenti; possono ritenersi profondamente laiche e al contempo ispirate dal cristianesimo.

É un popolo di persone che amano i buoni sentimenti e i sani principi, non cedono all’odio verso un nemico in cui incarnare ogni male né verso una “classe sociale” su cui scaricare ogni colpa. 

In fondo si tratta del popolo dei “buonisti” e dei “globalisti”, termini che non assimilano a insulti. É un popolo bellissimo, ma senza casa. Bisogna dargliela. Bisogna costruirla. Bisogna mettersi al lavoro. Dev’essere una casa aperta, le cui salde fondamenta non possono poggiare su riedizioni di partiti o partitini della vecchia epoca. 

Saprà Più Europa essere all’altezza di questo compito?

Saprà farsi casa di questo popolo a partire dalle lezioni europee? Chi vivrà, vedrà.

Dalla lotta di classe al paradigma populista: una lezione da San Remo

Molti sono rimasti sorpresi dalle polemiche seguite al Festival della Canzone Italiana. Alcuni hanno messo in evidenza come un Ministro della Repubblica non dovrebbe occuparsi di canzonette, altri hanno sottolineato l’effettiva italianità del vincitore, altri ancora hanno rivendicato come nella storia del Festival abbiano partecipato tanti stranieri. Si tratta di una risposta molto debole. La lezione del Festival è un’altra. Quand’ero ragazzo, noi giovani del tempo, non solo quelli impegnati politicamente, direi un po’ tutti, guardavamo al Festival con snobismo, talora con disprezzo. De Andrè e De Gregori di certo non partecipano! – si diceva – è roba da borghesi. Con accenti più o meno forti, la sostanza del giudizio era questa. Perché? Perché il paradigma politico del tempo si fondava, piaccia o no, sul conflitto di classe e quel paradigma consentiva di leggere ogni evento, Festival compreso. E oggi? Oggi quel paradigma ci appare come uno sbiadito ricordo: solo un reduce del passato potrebbe definire “borghese” il festival di San Remo. No, oggi il paradigma non è più quello e la nuova epoca ha spazzato via ogni passata certezza. E allora? Qual è lo sguardo con cui possiamo leggere la realtà, la società nel suo complesso e gli eventi che la raccontano?

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Il giorno del ricordo sia l’inizio del nostro futuro

Scrivo nella ricorrenza del Giorno del Ricordo, ricorrenza che celebra la tragedia dell’esodo istriano, dalmata e giuliano. Anche quest’anno, come ogni anno, spuntano quelli del “si, ma” e del “si, però”, quelli che non riescono proprio a condannare senza tentennamenti e senza riserve, quelli che non esitano a considerare “fascista” chiunque renda omaggio alle vittime delle foibe. Essi sono prigionieri di vecchi steccati oggi privi di senso. Non riescono a superare quella cultura dell’anti e del contro che ha impedito un’autentica emancipazione della democrazia italiana.

Mio nonno paterno si diceva socialista e quando, agli albori del ventennio fascista, pochi giorni dopo l’assassinio di Matteotti, nacque uno dei suoi figli (mio padre), scelse di chiamarlo Giacomo di primo nome e Matteotti di secondo. Non fu possibile: gli impiegati municipali, per paura, si rifiutarono e il secondo nome fu tramutato in Matteo. La sua storia ha certamente influito sulla vita del figlio Giacomo Matteo che, diciott’anni dopo, avrebbe aderito alla Resistenza. Dopo la Liberazione, mio papà aderì all’ANPI, l’Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia, ma non si riconobbe in quel pensiero unico secondo il quale la Resistenza sarebbe stata condotta in modo preminente da partigiani comunisti. Cercò di spiegare come, secondo la sua esperienza, si fosse trattato invece di un movimento spontaneo e, in fondo, semi-consapevole. Fu cacciato dall’ANPI con l’epiteto di social-fascista.

Il nonno materno fu uomo riservato, non l’ho mai sentito lamentarsi di alcunché, meno che meno l’ho sentito recriminare contro qualcosa o qualcuno. Per mio nonno e la sua famiglia, la fine della seconda guerra mondiale corrispose a un tragico esodo, l’esodo istriano. In effetti, l’Italia uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale, cedette alla Yugoslavia quella bellissima e bianca penisola chiamata appunto Istria. I partigiani comunisti del Maresciallo Tito, infierirono nei confronti della popolazione italiana: solo chi si dichiarava comunista e disposto a diventare slavo, veniva risparmiato, chi rivendicava, anche ingenuamente e innocuamente, la sua identità italiana, veniva gettato nelle foibe, profonde cavità rocciose aperte a ridosso della scogliera. Bastava gettare uno degli sventurati e tutti gli altri, legati insieme col filo spinato, lo seguivano a catena nella caduta. Alcuni si sono salvati da questo orribile destino e sono fuggiti abbandonando ogni cosa e migrando in altre parti di Italia. Mio nonno scelse per il suo nuovo approdo un’altra città di mare, Genova, dove sua figlia mi diede successivamente alla luce.

In effetti, la tragedia del popolo istriano non si limitò all’esodo; ci fu una sofferenza morale aggiuntiva data dal fatto che nessuno si occupò di loro e che, anzi, i più li guardarono con diffidenza. Il Partito Comunista di allora, infatti, non esitò a gettare fango sulla tragedia di questi connazionali. Mio nonno, uomo di sicura fede democratica e riformista, fu spesso etichettato, in quanto profugo istriano, come “fascista”. Fa molta impressione leggere quanto scrisse L’Unità nel novembre del 1946 a proposito dei profughi istriani: “Ancora si parla di ‘profughi’: altre le persone, altri i termini del dramma. Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi.” Insomma le parole del PCI di ieri, assomigliano alle parole di Casa Pound di oggi.

L’emarginazione dei profughi istriani, fu una delle concessioni che, nell’ambito della ricostruzione nazionale post fascista, furono fatte al Partito Comunista ad opera delle forze politiche dell’arco costituzionale e segnatamente della DC. Si tratta di una vergogna che pesa nel già pesante zaino comunista, ma anche sulla coscienza dell’intero Paese.

I miei due nonni rappresentano dunque due storie diverse, certo, ma entrambe raccontano di uomini che hanno vissuto il loro tempo, di vittime che hanno saputo affermare la loro identità e provare a proteggere le loro famiglie, al di la di ogni tentativo di sopraffazione. Ha senso, oggi, distinguere queste vicende umane col criterio della destra e della sinistra? Ha senso, oggi, attribuire una maggiore positività valoriale all’una o all’altra vicenda, utilizzando lo schema destra-sinistra?

Credo che per far evolvere la qualità della politica italiana e della nostra stessa democrazia, occorra un ripensamento radicale e trasversale e che il compito di rompere col passato tocchi alle persone autenticamente animate da spirito laico e onestà intellettuale, indipendentemente dalla loro appartenenza politica. Occorre immaginare un nuovo paradigma che ci aiuti a leggere la realtà al di là dei vecchi steccati, delle facili etichette, di consunti stereotipi.

Chiunque ambisca a costruire l’alternativa al pentaleghismo, esso stesso intriso di un mix di cultura politica fascista e comunista, scavalchi i vecchi steccati e superi la cultura del contro.

Non ce la fate? Proprio ci tenete a definirvi anti? Bene, almeno sappiatevi definire tanto antifascisti quanto anticomunisti.

Nessun reduce, di nessuna parte, può essere protagonista del futuro.

Lettera aperta a Benedetto Della Vedova.

Caro Benedetto,
con il congresso costitutivo di Più Europa e la tua elezione a Segretario, inizia certamente una fase nuova della storia di questa organizzazione che hai ispirato e così fortemente voluto. La mia speranza è che, grazie all’avvento di questo neonato soggetto politico, possa iniziare una fase nuova anche per la democrazia italiana.
La democrazia italiana versa infatti in uno stato di pericolosa debolezza in ragione del nuovo bipolarismo che si è, nei fatti, generato: da una parte il polo pentaleghista, dall’altra il “polo che non c’è”. Le forze politiche novecentesche, il PD e la stessa Forza Italia, ancora prigioniere del vecchio paradigma politico incentrato sullo schema destra/sinistra, non sono in grado di leggere questo nuovo bipolarismo e men che meno di offrire risposte.

E’ quindi imprescindibile che una nuova forza prenda sulle sue spalle questo compito che non esito a definire storico: costruire l’alternativa al populismo penta-leghista. Ciò presuppone resistere a ogni tentazione di ritorno al passato, alle sirene che propongono l’ennesimo “cartello contro”. Costoro vedono nuovi “giaguari da smacchiare” e non comprendono che l’alternativa non si costruisce denigrando la narrazione altrui, ma proponendone una propria, migliore e altrettanto attraente. Nell’ennesimo cartello contro, Più Europa potrebbe ricavarsi, nella migliore delle ipotesi, il ruolo di ulivo bonsai delle anime belle del centro-sinistra: una ben triste prospettiva.

Occorre invece mettersi al lavoro per elaborare una nuova narrazione, che vada al di là della semplice comprensione delle paure generate dall’epoca 4.0, ma sappia mettere in luce la bellezza della nuova epoca, un’epoca che, lungi dall’essere aridamente tecnicistica, è invece profondamente umanistica, in quanto incentrata sulla responsabilizzazione degli individui, sulla loro capacità di scegliere il proprio percorso di vita e di discernere tra la montagna di informazioni disponibili a ciascuno. Insomma, guai a contrapporre la comprensione della paura, all’istigazione della paura: all’istigazione della paura, occorre contrapporre la speranza e la fiducia. E’ possibile. E’ anche meno difficile di quanto sembri. Bisogna mettersi al lavoro in tal senso.

Solo una narrazione alternativa a quella populista consentirà a Più Europa di proporsi con una comunicazione “per” e non solo “contro”, fattore decisivo per affermare le ragioni dell’alternativa. Si, chiamiamola alternativa, dimentichiamo il polveroso termine “opposizione”. A proposito di comunicazione, occorre anche tenere presente come il terreno della piazza non sia mai stato favorevole agli innovatori: come ben sappiamo, la piazza tende a prediligere i Barabba. La nuova piazza è quella virtuale, quella dei social. Lì gli innovatori perdono la partita. Bisogna comunque esserci? Probabilmente si, ma senza l’illusione che quello sia il terreno su cui giocare la partita. Occorre trovarne altri. Non alludo alla retorica dei “territori”, alludo alla testimonianza (uso volentieri questa parola) nelle diverse comunità che abitiamo, da quelle professionali a quelle sociali. Un modello di partito efficace deve tenere ben in conto questo aspetto.

Oggi opporsi equivale ad apparire quelli dello status quo. Più Europa non è chiamata ad opporsi, è chiamata a proporre una visione entusiasmante e al contempo possibile del futuro del mondo e degli individui. Tale visione va elaborata in racconto: la diversità di anime e storie che convivono in Più Europa (sono più di quelle rappresentate dai soggetti fondatori, Forza Europa, Radicali e Centro Democratico) rappresenta da questo punto di vista un inestimabile valore aggiunto. A condizione che non si pensi di fare di Più Europa un “salva con nome” di una delle sue anime e a condizione che non ci si produca in un compromesso continuo per farle convivere, sforzo che si rivelerebbe inevitabilmente estenuante: occorre appunto una sintesi più alta e innovativa, che vada oltre le passate e ormai vecchie identità, una sintesi più alta nella quale chiunque si possa individualmente riconoscere. Sottolineo, individualmente.

Gli stessi temi cosiddetti etici, riferiti ai diritti civili, possono trovare una sintesi più alta. La mia opinione è che oggi, sui temi etici, il discrimine non sia tra le posizioni diverse, ma tra chi urla la propria posizione facendone una crociata (laica o religiosa poco importa, sempre crociata è) e chi ragiona e propone soluzioni fondate anche sull’ascolto dell’altro, senza perdere il seme del dubbio. Sostengo ciò, partendo dalla convinzione che i temi etici non chiamino a una scelta tra il bene e il male (facile), ma tra forme diverse di bene. Questo ragionamento ci chiama a superare anche la vecchia semplificazione secondo la quale lo spirito laico albergherebbe più naturalmente in un ateo piuttosto che in un religioso. Non è così. Conosco, anche in Più Europa, atei anticlericali che di laico non hanno alcunché ed esprimono posizioni pregiudizialmente condizionate dalla loro appartenenza; allo stesso modo, conosco persone ispirate da sentimento religioso, orientate all’ascolto delle ragioni dell’altro e molto meno condizionate dalla propria ispirazione che, non vivendola come “appartenenza”, si dimostrano molto più laiche. D’altro canto, caro Benedetto, conosci qualcosa di più laico della frase “date a Cesare quel che è di Cesare”? Forse si, qualcosa di ancora più laico c’è: l’esortazione a imparare dall’appartenente ad altra comunità, dal buon samaritano.

In conclusione e sintesi estrema, il pensiero che, abusando della tua amicizia, condivido con te è il seguente: occorre unire le diverse anime di Più Europa in una sintesi più alta, ma non bisogna temere il fatto che tale sintesi sia dirimente per qualcuno. Più Europa ha bisogno di ricchezza della diversità, non di “opposizione interna”. Tenere insieme surrettiziamente narrazioni diverse, farebbe di Più Europa un piccolo PD, un partito che appare alla permanete ricerca di un’identità. L’identità di Più Europa deve essere al contrario innovativa, inequivocabile, dirimente.

Con amicizia, stima e pieno sostegno.
Alessandro

Il bacchettonismo, malattia senile della sinistra

Non c’è più religione, i ragazzi escono soli la sera, ai miei tempi la musica era diversa, i giovani d’oggi non conoscono la melodia, vuoi mettere gli artisti di un tempo, quelli veri?! Non c’è più rispetto per niente e per nessuno, dove andremo a finire!?!

Queste frasi risuonavano a cavallo tra gli anni sessanta e gli anni settanta, di fronte all’affermarsi dei fenomeni beat e hippy e di fronte a certe proposte della musica pop e rock. Visti oggi, quei vecchi ci appaiono come torvi bacchettoni, impauriti da ogni forma di innovazione. Essi rappresentavano la conservazione, la reazione a quella forza delle cose che proponeva un’emancipazione talora poco comprensibile, ma potente e inevitabile. Chi si apriva alla comprensione, oltre i pregiudizi e le facili etichette, rappresentava invece la ricerca dell’innovazione e della crescita.

Ma oggi i bacchettoni chi sono? Dove si annidano? La tragica vicenda della discoteca di Corinaldo li ha stanati. Così abbiamo sentito risuonare, invecchiati di una quarantina d’anni, quei vuoti luoghi comuni, carichi di ottusità e paura: dov’erano i genitori? ma avete letto i testi di queste orribili canzoni? 

Chi sono questi nuovi bacchettoni? Parrà ben strano, ma molti di costoro sono gli stessi che, al tempo ragazzi, negli anni ’60 e ’70 mitizzavano i concerti di Woodstock e dell’Isola di Whigt, perlopiù frequentati da giovani trasandati (all’epoca si chiamavano “capelloni”) e da ragazze con le tette al vento. Ma no dai, non è possibile che siano le stesse persone! Si, è possibile: costoro, un tempo ribelli, trovano oggi nel bacchettonismo le risposte alla loro ricerca di identità.

Nel 1920, Lenin, indispettito da chi lo criticava “da sinistra”, scrisse un saggio dal titolo emblematico: L’estremismo, malattia infantile del comunismo. Oggi, a distanza di un secolo, il saggio va riscritto giacché, dopo cento anni, non si può più parlare di malattie infantili, ma semmai senili: Il bacchettonismo, malattia senile della sinistra.

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