Terzo polo: era già tutto previsto, ma ora mettiamoci al lavoro

Era già tutto previsto, così recitava una vecchia canzone di Riccardo Cocciante. Certo, parlava d’amore e non di elezioni, ma il senso non cambia. Ha vinto Giorgia Meloni. Bene, l’alternanza di governo è cosa di per se stessa benefica, è un fattore di emancipazione democratica, è un fattore di miglioramento della qualità di governo. Meloni saprà mettere a frutto questi fattori potenziali? Vedremo, non lo escludo e naturalmente lo auspico.

Voglio sperare che anche i rappresentanti e parlamentari del terzo polo guardino con curiosità e interesse alla formazione del nuovo governo e sappiano cooperare affinché governi al meglio.

Era già tutto previsto anche per quanto attiene il risultato del terzo polo. Io stesso, su Twitter, alla vigilia del voto, mi ero lasciato andare a una facile previsione.

Grazie alla catastrofica gestione della campagna elettorale da parte del PD, la lista guidata da Calenda ha avuto gioco facile nel pescare nel bacino elettorale della sinistra riformista. Non ha invece sfondato nell’elettorato della cosiddetta destra moderata e l’esito ottenuto da Forza Italia lo testimonia. Ciò conferma che il terzo polo, a oggi, non è percepito come equidistante da destra e sinistra. D’altronde Renzi e Calenda sono ex-PD, lo stesso Renzi nel suo ultimo recente intervento al Senato si è rivolto ai parlamentari dem con l’espressione “amici e compagni del PD”, la gran parte dei militanti terzopolisti hanno continuato a definirsi di “centrosinistra”, Calenda ha più volte dichiarato “mai con la destra!” e d’altronde, fino a pochi giorni prima della decisone di dare vita al terzo polo, stava nel cartello “contro le destre” e Renzi recriminava per essere stato rifiutato dal cartello stesso. Beh, ce n’è abbastanza perchè un elettore della destra moderata guardasse al terzo polo con un certo sospetto. O no? La debolissima proposta dello “stallo istituzionale” per spianare la strada a un improbabile Draghi-bis ha fatto il resto.

Insomma, Calenda sbaglia quando scarica sugli elettori ogni responsabilità rispetto all’esito elettorale: la proposta del terzo polo è stata tardiva e contraddittoria.

Detto questo, guardiamo avanti, grazie alla proposta elettorale del terzo polo è oggi possibile provare a dare vita a una forza davvero alternativa ai populismi di destra e sinistra. Non è cosa scontata, anzi si tratta di una strada in salita. Gli elementi su cui lavorare sono tanti e provo a enunciare i principali.

Il posizionamento. L’equidistanza da destra e sinistra andrà testimoniata coi fatti, con gli atteggiamenti, col linguaggio. Su questo punto è necessario essere inequivocabili. La forza a cui si deve dare vita non è un “terzo polo”, è “l’altro polo”, il polo alternativo al populismo assistenzialista e sovranista di destra e sinistra. La contraddizione destra/sinistra è del tutto secondaria rispetto alla contraddizione bi-populismo/polo alternativo e si consuma perlopiù nell’ambito del polo bi-populista. La nascente forza alternativa deve essere equidistante non in quanto mossa da un’ispirazione centrista, ma perchè collocata “oltre” lo schema destra/sinistra. Cerco di argomentare questo concetto nel pamphlet di recente pubblicazione Bi-populismo? No, grazie. libello la cui lettura credo sia consigliabile a tutti i terzopolisti.

La visione. Occorre superare la retorica della competenza, condizione necessaria, ma di certo non sufficiente. Se non si coglie questo aspetto, la nascente proposta liberal-riformista sarebbe inevitabilmente considerata tecnocratica e destinata a un consenso di nicchia. Per scaldare i cuori degli elettori, bisogna proporre la visione di un futuro desiderabile e possibile. Occorre mettere mano a uno sforzo non banale di produzione e elaborazione di pensiero.

La leadership. Sono convinto che Renzi e Calenda abbiano compiuto, in modi diversi e con onore, la loro missione. Ora ci vogliono volti nuovi, se possibile non etichettabili come ex-PD. Bisogna favorire l’emersione delle risorse disponibili.

Il modello organizzativo. Vanno rifuggiti i modelli ultra-democraticisti che inducono a una campagna elettorale interna permanente e alla creazione delle cosiddette correnti. Bisogna progettare un sistema organizzativo che premi le capacità in modo trasparente e condiviso e diffonda la leadership, superando la polverosa idea che al “centro” spetti l’elaborazione delle idee e ai territori il compito di fare banchetti, distribuire volantini e rompere i coglioni ai vicini di casa in omaggio alla pratica del five. Sottovalutare questo aspetto avrebbe effetti molto deleteri.

I protagonisti. A chi spetta di dare vita a questa iniziativa? Certo, a Azione e Italia Viva, ok, ma basta? No di certo. Il coinvolgimento con un ruolo da protagonisti di figure esterne, di volti nuovi, di gruppi non collocabili, costituirebbe un valore aggiunto di gigantesco valore. Aprire le porte e accogliere, questo è proprio il primo passo.

Quanto spazio per il terzo polo! Sì, ma c’è un però.

Gli ultimi due anni hanno segnato una evidentissima accelerazione di tutti i processi politici. Tale accelerazione ha costretto un po’ tutti i protagonisti a gettare la maschera.

Così nel PD prevale la vocazione vetero-assistenzialista. Ciò si riscontra non solo nell’evidenza delle alleanze elettorali che sono state salvaguardate, ma anche nei contenuti: la divisione del mondo in rosso e nero, in Berlinguer e Almirante (incredibile, credevo fosse un meme) e il dichiarato superamento del blairismo e della stagione del jobs act.

Nella destra, lo statalismo sovranista meloniano ha preso il totale sopravvento su ogni visione liberale. Prova ne sia l’atteggiamento nei confronti della cessione del carrozzone aereo ITA.

Questo quadro apre per la prima volta uno spazio davvero ragguardevole per una proposta liberale alternativa ai populismi di destra e sinistra, entrambi statalisti e assistenzialisti. Ne parlo nell’intervista che ho rilasciato a Radio Leopolda (clicca qui); ne scrivo nel pamphlet di approfondimento che ho pubblicato (clicca qui).

Tutto in discesa quindi per il terzo polo? Manco per niente.

Quali sono le bucce di banana su cui il terzo polo può scivolare? Sono sostanzialmente due: la visione e il posizionamento.

Il tema della visione è cruciale. Pensare che per proporre un’alternativa ai populismi, sia sufficiente il richiamo alla competenza è del tutto illusorio. Il nuovo tempo ha portato con sé nuove opportunità, ma anche nuovi bisogni esistenziali. Ad essi bisogna dare una risposta attraverso una narrazione di futuro alternativa a quella bi-populista. Bisogna mettersi al lavoro in tal senso. Un atteggiamento tecnocratico impedirebbe il decollo di una proposta liberale.

Il tema del posizionamento è più scivoloso perché si scontra con un atteggiamento nevrotico ampiamente diffuso nel terzo polo, tanto al vertice quanto, soprattutto, alla base. Tale atteggiamento nevrotico è sintetizzabile in un complesso e in una sindrome: il complesso della sinistra e la sindrome dell’ex.

L’insistenza con la quale ci si affanna a rassicurare i propri detrattori, “mai con la destra”, è sostanzialmente priva di senso per una forza liberale. Certo, si cercherà di far proseguire l’esperienza del Governo Draghi e, se non sarà possibile, si vedrà il da farsi, con le mani libere: opposizione? Può essere. Condizionamento in senso liberale di un governo di sinistra? Improbabile, ma in linea dai principio non escluso. Condizionamento in senso liberale di un governo di destra? Difficile, ma in linea di principio non escluso. Da cosa dipende? Dalle condizioni politiche che saranno date, non dalle dichiarazioni elettorali. Di certo, molto dipenderà da quanto nei due schieramenti di destra e sinistra saranno emarginate le posizioni di Salvini e Conte. 

Il  terzo polo deve in sostanza adottare un atteggiamento davvero equidistante da destra e sinistra. Facile? No, difficile. L’orientamento, tuttora presente, a rivendicare come “di sinistra” le misure del Governo Renzi, è figlio di quello che chiamo “complesso della sinistra” ed è privo di senso. Ma è così importante appiccicare l’etichetta “di sinistra” ad esempio al jobs act? Non basta il fatto la si ritenga una misura utile, equa e sostenibile? Questa difficoltà si riscontra insomma nel linguaggio, basti pensare al fatto che tuttora Renzi si rivolge al PD utilizzando l’espressione “compagni del PD”. Questa difficoltà si riscontra in generale nell’atteggiamento nei confronti del PD, un atteggiamento vittimistico e rivendicativo: “Non ci avete voluti! Avete posto il veto!” Ma il terzo polo nasce perché il sistema democratico italiano ne ha disperato bisogno o perché Letta ha poso il veto all’alleanza col PD? Dietro a questo atteggiamento c’è appunto la sindrome dell’ex: prima o poi ti farò capire che come me non c’è nessuno, allora cambierai e ci ameremo di nuovo. No, il PD è un partito di matrice catto-comunista che ha sempre considerato corpi estranei chi provasse a smarcarsi, si trattasse di Veltroni o di Renzi, non fa differenza. Il PD per il terzo polo è un avversario come un altro, nulla di più, nulla di diverso.

Il terzo polo non deve “diventare ciò che avrebbe dovuto essere il PD”. Il terzo polo deve rappresentare un’esperienza del tutto nuova e differente, tanto nella visione quanto nel posizionamento.

Se non riuscirà a scrollarsi di dosso il complesso della sinistra e la sindrome dell’ex, il terzo polo replicherà esperienze già vista, quelle delle anime belle della sinistra, si ridurrà a una riedizione di Più Europa e saprà rivolgersi solo agli elettori delusi dal PD.

Ma la missione del terzo polo non consiste nel cambiare il PD, consiste nel cambiare l’Italia e per fare questo deve sapersi rivolgere a tutti gli elettori e quando dico tutti, intendo proprio tutti. Mancano pochi giorni alla scadenza elettorale, un po’ di frittate sono fatte, ma qualcosa, in termini di posizionamento, si può forse ancora fare, magari dando più spazio alle figure provenienti da esperienze politiche disallineate, alludo in particolare all’eccellente Mara Carfagna.

Il giorno dopo le elezioni ci sarà una storia da scrivere. Bisognerà scriverla con nuove parole, adottando un nuovo linguaggio, con la leggiadria di chi ha scelto di liberarsi dei pesanti zaini del passato.

Putin, Draghi e i capponi di Renzo

Il discorso che Draghi ha pronunciato in Senato, non lasciava troppo spazio alle conciliazioni. Qualcuno ha interpretato questo eccesso di nettezza come un errore dettato dalla scarsa esperienza politica. Altri invece lo riconducono al carattere schietto dell’uomo e al fatto che tutto sommato si fosse anche rotto le scatole.

Si tratta in entrambi i casi di interpretazioni ingenerose nei confronti di Mario Draghi, raffinato conoscitore delle relazioni politiche e formidabile negoziatore.

No, non è così. La ragione della nettezza del suo discorso va ricondotta a un passaggio del discorso stesso che i più hanno forse sottovalutato: dobbiamo aumentare gli sforzi per combattere le interferenze da parte della Russia nella nostra politica e nella nostra società

Draghi sapeva benissimo come si sarebbero comportati Conte, Berlusconi e Salvini, sapeva benissimo come avrebbero votato e lo sapeva perché era ha conoscenza delle fortissime pressioni russe alle quali i tre erano (e sono) sottoposti.

Chi l’ha fatta più grossa è certamente Berlusconi, i video in mano all’amico Vladimir devono essere davvero forti: il Berlusca ha tradito se stesso, l’ispirazione originaria di Forza Italia, i tanti liberali che hanno creduto in lui.

La sostanza è che la vicenda della guerra all’Ucraina e la vicenda della guerra al governo Draghi, sono intimamente connesse. Queste due vicende, dal punto di vista dell’effetto che producono, si sommano e generano una clamorosa accelerazione dei processi politici.

Finalmente assistiamo all’inizio del necessario squadernamento del quadro politico, generato dallo sfaldamento dei principali partiti. Il PD non potrà continuare a lungo a tenere insieme al suo interno, i padri nobili del populismo “di sinistra” e le energie liberal che abitano il partito. Dopo la separazione di Renzi e Calenda, credo ci si debba aspettare una frattura anche più consistente. Forza Italia si è sostanzialmente suicidata politicamente. Ciò ha determinato l’uscita di protagonisti del calibro di Carfagna, Gelmini, Brunetta, Cangini e, già prima, Vito. I 5Stelle hanno subito un’emorragia violentissima grazie all’iniziativa di Di Maio. La componente non salviniana della Lega è più timida, ma qualcosa succederà anche lì.

Questo terremoto sposta il confronto politico da campolargodicetrosinistra/centrodestraunito verso bi-populismo/area Draghi. Finalmente si potranno porre le basi per la costruzione di un’alternativa seria e “moderna” alla narrazione populista.

I transfughi del PD (Renzi e Calenda in primis), insieme ai transfughi di Forza Italia, insieme ai transfughi dei 5Stelle, potrebbero dare vita, insieme, a un’iniziativa di portata storica. L’importante è proporsi con un posizionamento inequivocabile: alternativi al bi-populismo, trasversali rispetto allo schema destra/sinistra. 

Ora incombono le elezioni e la teoria si scontra con le possibilità pratiche. Ancora una volta il bizantinismo italico genera leggi così complesse da essere inevitabilmente ingiuste: alludo alla raccolta delle firme per poter presentare le liste. Parliamo di 36.000 firme autenticate in presenza, suddivise equamente per collegio, da raccogliere in agosto. Lo definirei un vero e proprio vulnus democratico. Sono esenti dalla raccolta firme: Fratelli di Italia, Lega, Forza Italia, PD, Movimento 5 Stelle, Liberi e Uguali, Italia Viva, Coraggio Italia, Più Europa-Centro Democratico, Noi con l’Italia.

Insomma, Azione (Calenda) e Insieme per il Futuro (Di Maio) dovranno accasarsi con Italia Viva e/o con Più Europa.

Meglio così, questo li obbligherà a parlarsi e a unirsi. Se qualcuno fra costoro si farà invece tentare dal collegio sicuro offerto dal PD, che vada, ma chi ci starà dovrà evitare di cadere nella sindrome dei capponi di Renzo: non è tempo di veti.

Staremo a vedere.

L’incoerenza di Di Maio ci salverà?

In vari modi ho cercato di argomentare e approfondire il tema della necessità di nuovi paradigmi politici che sappiano rispondere ai nuovi bisogni esistenziali che l’epoca 4.0 porta con sé. Lo schema destra-sinistra appare ormai del tutto inadeguato e anche parole come socialista (caduta un po’ in disgrazia) e liberale (di gran moda) ci appaiono ormai vecchie.

In effetti le diverse forme in cui si esprimono i populismi, affondano le loro radici tanto nella cultura politica della “destra”, quanto (e soprattutto) nella cultura politica della “sinistra”. Le analisi dei flussi elettorali confermano in modo evidente come le proposte populiste peschino pressoché indifferentemente da elettorati promiscui. Non è certo un segreto il fatto che Lega e Fratelli d’Italia, per fare un esempio, ottengano risultati particolarmente rilevanti in aree “operaie” che un tempo erano monopolio della sinistra.

In sostanza, la proposta politica populista è trasversale rispetto ai “campi” del vecchio paradigma.

Se prendiamo atto di questo dato di fatto, allora dobbiamo dedurne che anche una proposta politica alternativa ai populismi non possa che essere trasversale rispetto ai vecchi paradigmi e quindi rispetto allo schema destra-sinistra.

Facile no? No: abbandonare le vecchie abitudini e rinunciare alle vecchie e consolidate credenze, non è per nulla facile. Questo spiega perché tanti ritengano che l’alternativa ai populismi sia rappresentata dalla “sinistra riformista” e altri pensino che sia invece rappresentata dalla “buona destra”. Non è così: una proposta alternativa al populismo non può che essere, come è il populismo, trasversale rispetto allo schema destra-sinistra, anzi, per meglio dire, “oltre” lo schema destra-sinistra.

Occorre dunque convogliare su una proposta politica tutte le energie non populiste presenti trasversalmente nei diversi schieramenti. Si capisce vero che è una cosa diversa dall’alleanza di ex-PD e Radicali con un pizzico di Pizzarotti e ambientalisti?

Calenda e Renzi non si sono dimostrati all’altezza di questo compito. Non sono riusciti ad andare oltre le vecchie credenze, le vecchie appartenenze, i vecchi paradigmi. Quest’è.

Oggi si affaccia sulla scena politica una nuova proposta, quella di Di Maio.

Il bibitaro? Sì, Di Maio, in giovanissima età, ha venduto bibite allo stadio San Paolo di Napoli. E’ una colpa? Ricordo che, quando ero ragazzo, il Sindaco di Genova fu il socialista Fulvio Cerofolini, tranviere. Per la sinistra rappresentava un fattore d’orgoglio: un tranviere al governo della città. Molti di quegli stessi, oggi, con atteggiamento ripugnantemente classista, definiscono Di Maio “il bibitaro”. Evidentemente preferiscono i fghetti dei salotti romani che hanno fatto i manager (te li raccomando) in aziende di proprietà di amici di famiglia.

Eh, ma Di Maio dice oggi tutto il contrario di quello che diceva fino a ieri. E’ vero? Sì, è vero. Molti fra coloro che muovono questa critica, sono gli stessi che esultavano (insieme a Travaglio) per ogni avviso di garanzia a Berlusconi e che oggi si definiscono “garantisti”. Alcuni fra questi, fino all’altroieri votavano PCI-PDS e idolatravano Berlinger e oggi si definiscono “liberali”. 

Ma Di Maio si era schierato coni gilet gialli! Vero? Sì, vero. Di Maio, si schierò con i gilet gialli alla stessa età che aveva Dario Fò quando, a fianco di Mussolini e Hitler, combatteva i partigiani.

Insomma tutti possiamo crescere, amanciparci, evolvere, ma Di Maio no, a lui questa possibilità non è data. La “coerenza” non consiste nel restare uguali a se stessi in un mondo che cambia, ma nel dare alla propria crescita una direzione coerente col divenire del mondo.

Non so se Di Maio voglia davvero elaborare una proposta politica alternativa ai populismi che sappia integrare energie provenienti dai diversi campi. So però che sarebbe proprio quello di cui abbiamo bisogno. Certo, è singolare che l’alternativa al populismo possa nascere proprio da un protagonista del populismo. Ma i paradossi raccontano spesso la verità più autentica e profonda. Io stesso, nell’agosto del 2020, scrivevo in un articolo di questo blog: Le anime belle della sinistra, illuse che il tema sia riconducibile all’affermazione di una sinistra riformista (termine già vecchio ai tempi di Blear) e liberale (termine usato a casaccio che ha ormai perduto significato), partecipano tristemente all’inutile dibattito. Ma allora da chi può scaturire la scintilla di una narrazione alternativa a quella cosiddetta sovranista, oltre i vecchi steccati novecenteschi? Confidai prima in Più Europa, poi in Italia Viva, ma la delusione è stata rapida, drastica e, temo, definitiva. Allora chi? Mah, la realtà supera sempre la più sfrenata fantasia, vedremo, magari sarà un processo inatteso e casuale. Bisogna in ogni caso ripartire da lì, da quell’iniziale intuizione di Beppe Grillo rispetto al superamento dello schema destra-sinistra. Una “rifondazione” del Movimento 5 Stelle? Un nuovo movimento che sappia ripartire dallo spunto originario di Grillo? 

Ripeto, non so se Di Maio riuscirà nell’impresa, so per certo che non ci sono riusciti la Bonino, Calenda e Renzi. Essendomi ormai specializzato in illusioni, lo seguo con simpatia e interesse, anzi faccio il tifo per lui.

“Giù le mani da Berlinguer”? No, Conte è il più titolato a celebrarlo.

Si celebra in questi giorni il centenario della nascita di Enrico Berlinguer.

A sinistra, è tutto un “giù le mani da Berlinguer”, come se qualcuno avesse l’esclusiva di questa ricorrenza.

In particolare, molti, a sinistra, ma anche nell’area che fa riferimento a Italia Viva, ammoniscono Conte: non si permetta di appropriarsi di questa ricorrenza!

Non è una novità. Lo stesso Renzi, all’epoca segretario del PD, durante la campagna referendaria del 2014, ammonì i grillini: giù le mani da Berlinguer! Pochi giorni prima, a Roma, in una piazza gremita, Casaleggio invitò la folla, che eseguì, a scandire più volte il nome di Enrico Berlinguer. Grillo lo aveva preceduto, a Milano, dicendo testualmente: “Il sogno di Berlinguer sta continuando con noi: il comunismo è finito perché è stato applicato male”.

Ma davvero i grillini non sono titolati a parlare di Berlinguer? Chi era Berlinguer? Un politico coraggioso? Un comunista ambiguo? Una persona per bene?

Probabilmente tutte queste cose.

Dimostrò coraggio rendendo progressivamente il PCI sempre più autonomo dall’Unione Sovietica, arrivando ad affermare esplicitamente di sentirsi più al sicuro sotto l’ombrello della Nato.

Con tutto ciò, non completò mai il passaggio verso il campo socialdemocratico che anzi continuo a disprezzare profondamente.

Dal punto di vista umano, ebbi occasione di incontrarlo personalmente, quando gli strinsi la mano, ebbi l’impressione di una persona a cui fosse facile volere bene. Eppure, dal punto di vista dello spessore politico, mi pare che sia il politico più sopravalutato.

In politica interna, alla proposta craxiana di costruzione della democrazia dell’alternanza, contrappose la “questione morale” e pur di sconfiggere il suo nemico giurato, non esitò a considerare come un successo strategico il sostegno del PCI a un governo “monocolore” democristiano che escludesse il partito socialista. Craxi rappresentava per Berlinguer ciò che oggi rappresenta Renzi per Conte.

In politica economica, alle politiche incentrate sulla promozione dello sviluppo, contrappose una visione assistenzialista e statalista dell’economia. Non credo proprio che avrebbe disdegnato il Reddito di Cittadinanza, come credo che avrebbe combattuto la Riforma Fornero delle pensioni e la riforma del lavoro renziana. La battaglia referendaria che scatenò, perdendola, contro la riforma craxiana della scala mobile, aveva lo stesso sapore.

In politica internazionale, a un Europa più unita e caratterizzata da un’ispirazione liberal-socialista, contrappose la fantasiosa proposta dell’euro-comunismo.

Berlinguer fu portatore di una visione moralistica e assistenziale della politica interna e ambigua in politica estera. Moralismo, assistenzialismo, ambiguità: i tre assi del populismo grillino. Il grillismo viene da lì e le ragioni dell’asse PD-5Stelle, per nulla contro natura, vengono da lontano. Conte è pertanto il leader che oggi più di altri è titolato a celebrare il centenario della nascita di Enrico Berlinguer.

Chi ha davvero a cuore la costruzione di una proposta politica alternativa ai populismi, non ha la sacra missione di decidere chi può parlare di Berlinguer e chi no, ed è invece chiamato a liberarsi di tutti i falsi miti che rappresentano una zavorra insostenibile. Non è un passaggio facile, anzi è probabilmente impossibile. Dal peccato originale non ci si libera: l’immagine dell’inaugurazione della sede romana di Italia Viva di neppure due anni fa, sembra dimostrarlo emblematicamente.

Berlusconi, ovvero il dispensatore di illusioni

La vicenda ucraina mi aveva fatto pensare a un’accelerazione dei processi politici, così la fermezza della posizione di Letta e la tardiva, ma altrettanto ferma presa di posizione da parte di Berlusconi mi avevano illuso: sarà forse venuto il momento di uno smarcamento dai rispettivi populismi? Avevo anche proposto una sorta di petizione in tal senso.

No, a quanto pare nessuno smarcamento.

In particolare il Berlusca, per l’ennesima volta, ha tradito le aspettative: prima ti fa intravedere orizzonti inesplorati, poi ti ributta da un momento all’altro nella fanghiglia. In fondo il suo stesso progetto politico è colorato in questo modo: la frontiera di una rivoluzione liberale trasformata in una battaglia per la sopravvivenza.

Certo, l’infame persecuzione giudiziaria ai suoi danni ci ha messo del suo, così come l’ostracismo ideologico di un ritrovato fronte di sinistra, all’epoca guidato da Travaglio. Ma questi due elementi oggettivi non bastano per spiegare il fallimento dell’azione di governo berlusconiana. Essa deriva in gran parte dalla propensione al ricatto paralizzante da parte dell’apparentemente irriformabile apparato statale, ma anche dalla propensione di Silvio a rendersi ricattabile. Una propensione sfacciata e perversa, in fondo ingenua, come la vicenda delle “olgettine” evidenzia. 

Il disillusore seriale ha colpito oltre la sua stessa azione di governo, mandando in vacca prima la famigerata commissione bicamerale voluta da D’Alema volta a riformare lo Stato, poi il referendum voluto da Renzi. In coerenza con l’ilarità del personaggio, il suo comportamento ricorda la gag di chi simula di stringere la mano e la sfila sghignazzando all’ultimo momento.

Ho sperato che la fase finale della sua esperienza politica gli consigliasse un gesto nobile e coraggioso, un riposizionamento al centro, ma così non è stato, ancora una volta a causa della sua ricattabilità. Temo che nelle allegre scampagnate moscovite, il nostro abbia usato con l’ex capo del kgb la stessa prudenza e riposto la stessa fiducia usata e riposta nei confronti di Emilio Fede.

Veniamo a Letta, l’altro leader che mi aveva illuso intorno al suo possibile smarcamento dal populismo, in questo caso grillino e comunistoide. Qui il caso è più semplice, si tratta di condizionamento ideologico, nulla più: il “campo largo contro le destre” sembra essere l’unico possibile e misero orizzonte.

La via sarà dunque un’altra. Qualcun’altro dovrà farsi protagonista di un’azione politica volta a convogliare in una proposta alternativa ai populismi, risorse ed energie trasversali ai campi politici. Chi? Non ne ho idea, o meglio, un’idea la avrei, ma preferisco tenerla per me, ben sapendo che sarebbe accolta a benevole pernacchie.

Sul rossobrunismo

La guerra russa in ucraina e il dibattito che ne è derivato, ha messo in evidenza un fenomeno fino a ieri colto ed esplorato solo da una nicchia di intellettuali, ma oggi sulla bocca di tanti: il rossobrunismo.

Di fronte a questo fenomeno, i più strabuzzano gli occhi allibiti e stupefatti, come se non fosse del tutto naturale che vi siano somiglianze e affinità fra diverse forme di totalitarismo.

Un ragionamento serio sul tema, deve prendere le mosse da una distinzione fra due diverse dimensioni, quella autoritaria e quella totalitaria. Tutti i regimi totalitari sono inevitabilmente autoritari, ma non tutti i regimi autoritari sono anche totalitari.

L’archetipo di regime autoritario è il regime militare di stampo fascista, così come lo abbiamo conosciuto in Europa e America Latina. Questo tipo di regime ha due caratteristiche di fondo: genera consenso attraverso la retorica nazionalista e reprime ogni forma di dissenso. La conservazione del potere sembra essere l’unica ragione di vita di questi regimi, che, infatti, esaurito lo stratagemma nazionalista e privi di una visione, normalmente finiscono per implodere.

I regimi totalitari, contrariamente a quelli “semplicemente” autoritari, sono mossi da una forte visione, incentrata sull’idea di liberare l’uomo (niente meno), attraverso una “purificazione totalizzante”. Si tratta di una visione ideologica, pre-politica, di stampo morale, quindi “universale”. La “purificazione” non può essere limitata a un Paese e non può che realizzarsi su scala mondiale. Per questa ragione, i regimi totalitari hanno normalmente un connotato bellico che va oltre l’imperialismo, verso la vera e propria “conquista del mondo”.

I regimi totalitari moderni più emblematici sono quello nazista, quello comunista e quello islamista. Il fattore comune riguarda appunto l’intento di purificare il mondo. Purificare da cosa? Nel caso dei regimi nazisti, dalle razze geneticamente e antropologicamente meschine; nel caso dei regimi comunisti, dagli sporchi interessi della borghesia; nel caso dei regimi islamisti, dall’immondo stile di vita degli infedeli. Per quanto il “fattore di purificazione” sia diverso, la radice esistenziale è comune e si esprime in modo violento, moralistico, integralista, totalizzante.

Ovviamente, un regime totalitario, per affermare la propria ideologia, non può non essere autoritario, in fondo, non può non esercitare il potere in stile fascista. Basterebbe già questo per comprendere le ragioni del rossobrunismo, ma c’è di più. I regimi totalitari non sono solo simili fra loro, ma godono da sempre di un’attrazione reciproca. I regimi islamisti furono stretti amici di Hitler, d’altronde lo stesso tiranno tedesco, leader del Partito Nazional Socialista dei Lavoratori, era ossessivamente attratto dalla figura di Stalin e l’alleanza che fu stipulata fra i due non fu, come una certa narrazione vuole raccontare, un giochino tattico ad opera di Stalin in cui Hitler cadde come un allocco, fu un’alleanza fra totalitarismi amici e la spartizione “amichevole” della Polonia ne fu ampia testimonianza. L’amicizia non si ruppe certo per ragioni ideologiche, ma a causa della competizione imperialista di conquista del mondo. Insomma, da sempre, i totalitarismi (nazista e comunista in primis) si somigliano e si fondano su un’indole comune fatta di visione purificatrice e pratica fascistoide, un’indole quindi rossobruna.

A questo punto del ragionamento, salta sempre su qualcuno che propone la tesi secondo cui le ragioni del nazismo sarebbero abiette mentre quelle del comunismo sarebbero nobili e che, in fondo, il comunismo sarebbe “una buona idea applicata male”. Vediamo questi due punti.

Primo punto, la moralità delle ragioni. Ma davvero qualcuno pensa che eliminare (o rieducare in un qualche campo) una persona colpevole di essere nata in una famiglia ebrea, sia così diverso da eliminare (o rieducare in un qualche campo) una persona colpevole di essere nata in una famiglia borghese? Ed è così diverso da eliminare (o rieducare in un qualche campo) una persona colpevole di essere nata in una famiglia cristiana? A me pare che questi interrogativi retorici bastino e avanzino per scardinare la tesi della “diversa moralità”.

Secondo punto, una buona idea applicata male. Quando sento argomentare questa tesi (l’ultima occasione mi fu recentemente data da Achille Occhetto, ospite di Propaganda Live), l’unica cosa di cui ho certezza è che chi la argomenta non conosce (o finge di non conoscere) la dottrina comunista. Non pretendo mica che si sia letto Il Capitale, un tomo mica da ridere, ma neanche Stato e Rivoluzione o Che Fare?, ma no, chiedo che si sia almeno data un’occhiata a Il Manifesto del Partito Comunista, il “bignami” scritto a quattro mani da Marx e Engels. Basta avergli dato un’occhiata per rendersi conto di come i regimi comunisti, particolarmente quello sovietico e quello cinese, abbiano applicato alla lettera la dottrina marxiana. Secondo Marx, infatti, per schiudere le porte alla liberazione dell’uomo, quindi al comunismo, occorre passare attraverso la fase del “socialismo” (termine che assumerà nel tempo un significato tutto diverso), cioè della “dittatura del proletariato”, volta a neutralizzare definitivamente la borghesia. Questo è stato fatto in Unione Sovietica e in Cina, nulla di più, nulla di diverso.

Ma a questo punto, normalmente, qualcuno eccepisce ancora: eh ma l’esperienza del comunismo in Unione Sovietica in realtà ha avuto il suo epilogo con lo stalinismo. Questa è davvero la madre di tutte le bufale e voglio argomentare le ragioni di questo mio convincimento.

La Rivoluzione d’Ottobre ha avuto luogo nel 1917. Stalin salì al potere nel 1924, soli sette anni dopo l’instaurazione del regime. Egli applicò alla lettera la dottrina marxiana. Nel 1929 la borghesia fu tagliata fuori da ogni interesse economico, grazie alla statalizzazione forzata dell’agricoltura. Altrettanto si fece nel ben meno diffuso comparto industriale.

Col passare degli anni, Stalin, dimostrando ineccepibile onestà intellettuale, si pose però una questione: come mai, nonostante l’eliminazione forzata della borghesia, gli individui non si dimostrano pronti alla loro “liberazione”? Come mai cresce semmai il dissenso? Coma mai non osserviamo il dipanarsi delle condizioni per superare la fase del socialismo (dittatura del proletariato) verso l’instaurazione del comunismo? Come mai non ci sono le condizioni per rendere sempre più leggero lo Stato e “mettere a capo del governo una cuoca” (per dirla con Lenin) e anzi dobbiamo sempre più mordere i freni? Stalin si interrogò lungamente, ma, onore alla coerenza, non fu mai colto dal dubbio che la dottrina marxiana fosse una vaccata, così a partire dalla seconda metà degli anni ’30, esattamente vent’anni dopo la Rivoluzione d’Ottobre, Stalin si convinse che ciò dipendesse dal fatto che la borghesia, scaltra e malvagia, si fosse infiltrata nel Partito, contaminandolo. Così prendono inizio le famigerate purghe staliniane che, perlopiù nell’ombra, hanno portato all’eliminazione di centinaia di migliaia di “nemici del popolo”.

Nonostante le purghe volte a moralizzare il Partito, le condizioni per il naturale evolvere verso il comunismo, erano lontanissime dal manifestarsi, così a metà degli anni ’50, Kruscev, successore di Stalin, ne denuncia i crimini. Con Kruscev si assiste alla definitiva rinuncia di ogni velleità marxiana e il regime sovietico diventa un regime autoritario a economia pianificata, in sostanza un regime rossobruno. Nel tempo l’economia pianificata lascerà spazio a una borghesia potentissima, accettata e favorita purché amica del governo, sublimando così il rossobrunismo.

E in Cina? In Cina è successa la stessa identica cosa. Anche Mao, infatti, esattamente vent’anni dopo la Rivoluzione Cinese, si pone gli stessi quesiti di Stalin e anche Mao si convince della stessa risposta: la borghesia si è infiltrata nel Partito. Mao, intellettualmente più raffinato di Stalin (che comunque non era un coglione), non si affidò a sicari in impermeabile armati di piccone, ma favorì l’insorgere di una nuova generazione comunista, protagonista di quella azione che nel ‘68 Mao battezzerà come Rivoluzione Culturale, così orde di giovani “grillini” cinesi moralizzarono il Partito attraverso la messa alla berlina dei migliori dirigenti, funzionari e militanti, col risultato di decine di migliaia di internati e giustiziati. Anche la Cina, dopo il fallimento della moralizzazione del Partito, è stata di fatto demaoizzata, ma in modo più ipocrita rispetto alla destalinizzazione: la demaoizzazione è stata proposta, con la messa alla berlina della “banda dei quattro”, all’insegna di un maoismo, mai formalmente rinnegato. Sta di fatto che anche il regime cinese ha successivamente assunto la struttura di un regime autoritario fascistoide con elementi di economia pianificata e una borghesia amica del governo, un altro regime rossobruno.

Insomma il rossobrunismo non è un fenomeno inspiegabile, trova anzi una limpida corrispondenza sul piano ideologico e storico.

Ma il vero rossobruno non si accontenta di un regime ibrido perché egli non è mosso da un’indole semplicemente autoritaria, no, il vero rossobruno è mosso da un’indole totalitaria ed è per questo che prova un’irresistibile attrazione per Putin. Già perché Putin, al contrario dei reggenti cinesi, si fa portatore di una crociata universale, denuncia i crimini dell’occidente, addita i costumi imbelli del consumismo, nega il valore della globalizzazione e propone quindi una sua forma di purificazione del mondo, vera libidine di ogni indole totalitaria.

Il rossobrunismo è dunque un effetto di processi storici riscontrabili e trova terreno fertile fra chi ambisce a purificare il mondo: saputelli comunisti, moralisti grillini, oscurantisti religiosi. Parteggiano per forze apparentemente distanti fra loro, ma appartengono allo stesso fronte, il fronte rossobruno, appunto.

Macron ha vinto. Ora tocca al Macron italiano. Ah, non c’è?

Macron vince contro la Le Pen. La Francia è salva, è salva l’Europa. Vince bene, sfiorando il 60%. L’affermazione è buona, ma, va detto, è dovuta all’elettorato over 70. Se fosse stato per l’elettorato “giovane” (fino ai 35 anni), Macron non sarebbe arrivato al ballottaggio. Questo la dice lunga su come la narrazione neo-populista (dei due populismi) sappia scaldare i cuori, contrariamente a quella istituzionale, più razionale, più ragionevole, ma non incentrata sulla promozione di un futuro emozionante e possibile.

Sta di fatto che vince una proposta politica trasversale rispetto allo schema destra-sinistra, una proposta, quella di En Marche, che fin da subito ha fatto proseliti in entrambi i “campi”.

E in Italia? Ora toccherebbe al Macron italiano, ma il Macron italiano non c’è. Ma no dai, c’è, è Renzi, ma gli italiani non lo capiscono e il sistema lo boicotta! Questa è la lamentosa litania di taluni. Gli italiani non lo capiranno, il sistema lo boicotterà, ma c’è dell’altro. Macron ha forse tentato per anni di cambiare la sinistra francese? Si è mai detto ancorato saldamente al campo del centro-sinistra? Ha mai rivendicato come “di sinistra” l’azione del suo governo? Si è mai definito alfiere della sinistra riformista?

No? Ecco.

In Italia, le formazioni sedicenti liberal-democratiche non hanno il coraggio di un posizionamento macroniano: gratta gratta e trovi un ex-PD che vuole “battere le destre”. Così Calenda va a fare passerella al congresso di LEU (ce lo vedreste Macron?) per rivendicare la stessa lunghezza d’onda nel contrapporsi a Renzi; così i Radicali che fanno ciò che vogliono di quel che resta di Più Europa, pensano che la nuova proposta trasversale debba avere come tema centrale le canne libere; così Renzi deve barcamenarsi con la sua truppa di ex-PD. Da qui dovrebbe nascere la En Marche italiana? Davvero? Dai non scherziamo, non fa neanche ridere.

Emblematica la posizione di Italia Viva rispetto alle prossime elezioni comunali genovesi: si sostiene Bucci, ma il simbolo vicino a quello di Lega e Fratelli di Italia mai! Però il simbolo vicino a comunisti e grillini, sì, anzi, se del caso, ci si governa insieme. Ah già, ma quella è la mossa del cavallo. E a livello locale? Non sarebbe ancora più giustificata e “facile” una mossa del cavallo? No, non si può. Alle scorse elezioni regionali, proposi sommessamente a Italia Viva di esplorare la possibilità di una accordo con Toti. Esplorare. Raffaella Paita, in occasione di un pubblico incontro, mi spiegò, testuale, che “il campo naturale di Italia Viva è il centro-sinistra” e che il suo obiettivo è quindi quello di “battere le destre”. Ora si sostiene Bucci, ma un po’ vergognandosi e in segreto. 

Di fronte a questa desolazione, l’idea che da questo coacervo di anime belle della sinistra riformista possa nascere un campo alternativo ai populismi, è del tutto irrealistica. Per questo, un po’ provocatoriamente (ma neanche tanto) ho proposto una petizione affinché i leader dei due schieramenti di centro-destra e centro-sinistra, Berlusconi e Letta, prendano un’iniziativa comune, smarcandosi entrambi dai rispettivi populismi alleati. Forse da un’iniziativa di questo genere qualcosa potrebbe nascere. Certo, poi bisognerebbe trovare un leader, ma in un quadro scompaginato sarebbe forse possibile.

Ma questa petizione proprio non è piaciuta. Certo, mi muovo sui social con molta circospezione, quindi è normale che i miei numeri siano irrisori, ma venti firme sono davvero troppo poche per pensare che un’idea del genere faccia breccia. Così aspettiamo l’affermazione della “sinistra riformista” o magari della “buona destra”. Cioè, ci si deve rassegnare a un confronto fra schieramenti che annegano al loro interno i due populismi. Roba triste e vecchia.

Buon 25 aprile.

Quel partito che si chiama ANPI

La guerra in Ucraina ha accelerato una serie di processi politici, accentuato una serie di contraddizioni e svelato una serie di equivoci. Tra questi, senza dubbio quello riferito all’ANPI, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.

Mio papà fu partigiano. Di famiglia socialista, nacque pochi mesi dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, così il padre, mio nonno, scelse di chiamarlo Giacomo Matteo.

Nome di battaglia da partigiano, Mino, mio papà combattè nell’entroterra spezzino.

Su questa esperienza giovanile, pubblicò un bel librino, Quaderno di un partigiano, che, lontano da ogni retorica, mette in evidenza come la scelta di aderire alla Resistenza fu, per i più, poco consapevole dal punto di vista politico e in gran parte dettata dal rifiuto più morale che politico, di combattere i propri connazionali, al fianco delle truppe naziste.

Dopo la Liberazione, mio papà aderì all’ANPI. Osservò fin da subito come si narrasse una storia retorica e manipolata, lontana dalla realtà da lui vissuta in prima persona. Cercò di mettere in evidenza come, secondo la sua esperienza e quella dei suoi tanti compagni partigiani, l’appartenenza al Partito Comunista e comunque l’adesione all’ideologia comunista distinguesse una parte molto modesta di partigiani e come i più fecero una scelta molto poco consapevole da un punto di vista strettamente politico, più personale e “romantica”.

Anche in ragione delle origini socialiste della sua famiglia, fu etichettato con l’epiteto di social-fascista e sostanzialmente bullizzato, tanto da determinarne l’uscita.

Quindi nell’ANPI c’erano solo partigiani comunisti? No, erano tollerati di buon grado anche partigiani democristiani e socialisti, a condizione che accettassero il falso storico della narrazione comunista.

Insomma, anche se solo in questi ultimi anni l’ANPI ha gettato la maschera, fin dalla sua nascita ha utilizzato la facciata partigiana per esercitare il ruolo di organizzazione fiancheggiatrice del PCI.

Oggi? Oggi i partigiani non ci sono più e non c’è più neanche il Partito Comunista. E allora? Qual è il ruolo dell’ANPI? Oggi l’ANPI è a tutti gli effetti un’organizzazione politica vetero-comunista, null’altro che questo.

Però essa si fa forte dell’equivoco: si muove come un partito, ma si pone tuttora come un’associazione di partigiani. Eh no, come associazione di partigiani non può che sciogliersi perché i partigiani non ci sono più. Può però trasformarsi in qualcosa d’altro: un centro studi non schierato politicamente o, appunto, un partito politico, cosa che sembrerebbe più nelle corde degli attuali reggenti. 

Oggi è già, di fatto, un partito politico, un partito politico che odia l’occidente, il mercato (loro lo chiamano consumismo), la globalizzazione, gli USA e ama l’idea di uno Stato etico che educa e rieduca i cittadini. Insomma odia e ama tutto ciò che odia e ama Putin. Per questo nella vicenda Ucraina mantiene una pelosissima equidistanza pacifista.

Sì, perché questo partito che si chiama ANPI, considera amici tutti quelli che odiano l’occidente, il mercato, la globalizzazione e gli USA e amano una concezione etica dello Stato. Anche quando, è il caso ad esempio di Hamas, si comportano da terroristi? Sì, in fondo sono compagni che sbagliano. Non lo ammeterebbero mai, ma secondo i dirigenti di questo partito, anche Putin è un compagno che sbaglia.

Nel comunicato ufficiale con cui questo partito prende posizione sulla strage di Bucha, ci spiegano come l’ANPI si mette “in attesa di una commissione d’inchiesta formata da Paesi neutrali per appurare cosa davvero è avvenuto”. A questo partito non bastano i video, le immagini e neppure le foto satellitari. 

Tra qualche giorno si celebrerà il 25 aprile, la Liberazione, e si canterà “una mattina mi sono alzato e ho trovato l’invasor”. Il partito chiamato ANPI vorrà come di consueto appropriarsene. Impedirglielo sarebbe una battaglia di libertà.

Lo dicevo in apertura di articolo, la guerra in Ucraina ha accelerato i processi politici. Accelera anche, speriamo, la formazione di un’area politica liberale, umanista e democratica, trasversale rispetto allo schema destra-sinistra e alternativa ai populismi. Per quest’area politica, il partito che si chiama ANPI è certamente un avversario.

I vecchi adolescenti e il ribellismo

Non credo nelle favole, a me non la si racconta! E anche quelli del mio gruppo la pensano così, la pensiamo allo stesso modo! Basta, siamo stufi di rigare dritto, ci ribelliamo! Rifiutiamo le convenzioni che cercano di imporci! Non crediamo più alle baggianate che hanno cercato di metterci in testa! Sono diverso: il sistema non mi avrà!

Queste frasi esprimono il tipico stato d’animo dell’adolescente. Egli non si sente più bambino, ma non si riconosce ancora uomo, allora, mosso da spirito ribelle, rompe col suo passato per auto-iniziarsi alla vita da adulto. Il conflitto che apre con l’autorità familiare e sociale segna questa rottura.

Poi l’adolescente cresce e incontra l’adultità e, con l’adultità incontra la complessità. Così inizia ad apprezzare le sfumature, a vedere la bellezza in ciò che aveva giudicato in modo totalizzante, ad andare oltre le facili etichette. Insomma, alzando il suo livello di coscienza rispetto alla complessità, l’adolescente divenuto adulto, abbandona a poco a poco i suoi stereotipi e cessa progressivamente di totalizzare.

Qualcuno però fa un percorso diverso, qualcuno nell’età dell’adolscienza, reprime il proprio spirito ribelle e resta ligio ai propri doveri sociali e familiari. In questo caso, è probabile che, prima o poi, lo spirito adolescenziale represso si ripresenti in età adulta, generando talora comportamenti caricaturali da “vecchi adolescenti”. Non è certo, ma è piuttosto comune.

In effetti, se guardo ai miei amici della giovinezza, oggi osservo che proprio coloro che da adolescenti erano più ligi e compìti, oggi adottano più facilmente una modalità ideologica e giudicante su temi come l’ambientalismo, il pacifismo, il femminismo, la gestione del potere.

Così come l’adolescente rivendica la sua rottura col sistema anche attraverso i suoi stereotipi, come la musica che ascolta o i vestiti che indossa, allo stesso modo il “vecchio adolescente” giudica gli altri dai programmi televisivi che guardano, dal tipo di auto che possiedono, dai leader che apprezzano. Per l’archetipo del vecchio adolescente, se guardi Il grande fratello, hai un SUV,  apprezzi Renzi o Draghi e magari ascolti Laura Pausini, sei certamente uno sfigato, probabilmente uno stronzo. 

Lo spirito adolescenziale, quando vissuto da adulti, perde il tratto dell’ingenuità e acquista maggiore “cattiveria”. Così l’orientamento totalizzante diventa orientamento totalitario e lo spirito ribelle diventa ribellismo, radice del complottismo.

Mi guardo intorno e vedo tanti vecchi adolescenti, ex ragazzi ligi, e allora penso che forse è meglio esortare i nostri ragazzi a viversi pienamente l’adolescenza. Certo, facciamo in modo che non si perdano, se lo riteniamo diciamo anche qualche preghiera, ma cerchiamo di non generare vecchi adolescenti in pectore: è il più grande regalo che possiamo fare alle future generazioni.