La crisi, il PCI e il complesso della sinistra

La crisi di governo si dipana proprio nel giorno in cui si celebra la costituzione del Partito Comunista in Italia. 

C’è una qualche correlazione tra i due eventi oltre alla semplice coincidenza temporale? Sì, c’è. 

Il partito comunista nasce un secolo fa con il dichiarato intento, dettato dai comunisti sovietici, di indebolire l’area e la prospettiva riformista di tradizione socialista. Dal momento del loro costituirsi in partito, i comunisti italiani hanno preso a denigrare e irridere i socialisti, definiti “social-fascisti”, in nome di una visione rivoluzionaria che l’ispirazione riformista indeboliva. Lo stesso termine “riformista” equivaleva a un insulto, tanto che, molti anni dopo, gli esponenti comunisti più inclini a una politica riformista, è il caso di Giorgio Napolitano e Emanuele Macaluso (mancato proprio in questi giorni), non avranno il coraggio di definirsi tali e saranno costretti a coniare un neologismo: “miglioristi”.

Sta di fatto che la spaccatura del movimento socialista e la conseguente nascita del partito comunista, superata la parentesi del ventennio fascista, ha generato nel tempo due effetti:

  • Egemonia comunista nella sinistra e conseguente impossibilità (di fatto) di vivere una normale democrazia dell’alternanza. 
  • Sedimentazione della logica del “nemico” (derivato diretto della teoria del nemico di classe) nella cultura politica della sinistra italiana.

Per decenni la democrazia italiana è rimasta bloccata, priva di una realistica possibilità di alternanza. Così la Democrazia Cristiana governava con anomala continuità, mentre il Partito Comunista vagheggiava di un’alternativa impossibile. 

Negli anni ottanta si levò la voce di Bettino Craxi che, vaso d’argilla tra vasi di ferro, pose il tema e dedicò la sua vita politica alla costruzione delle condizioni politiche volte a generare una normale democrazia dell’alternanza, condizioni che inevitabilmente passavano attraverso un rovesciamento dei rapporti di forza tra PCI e PSI. Per lunghi anni Bettino Craxi fu dunque considerato il nemico numero uno dei comunisti e non certo a causa della cosiddetta “questione morale”, foglia di fico antesignana della retorica della “casta” e dell’antipolitica grillina, ma proprio a causa della sua visione che fece riemergere l’atavico antisocialismo comunista.

Enrico Berlinguer si rese ben conto del cul de sac in cui si trovava la democrazia italiana e teorizzò la strategia della “solidarietà nazionale”: tutti insieme al governo, contro la prospettiva dell’alternanza. Si trattava di una visione non solo miope, ma anche ben poco democratica. 

Negli anni novanta il quadro politico fu squadernato dall’iniziativa politica di Silvio Berlusconi che, favorito dal sistema elettorale generato dal referendum di Mario Segni, determinò per la prima volta in Italia la possibilità di scegliere tra opzioni politiche alternative. Di questo non gli si sarà mai abbastanza grati. Non a caso, anch’egli divenne il pericolo numero uno della sinistra che, per quanto non si definisse più “comunista”, continuava a fondarsi sulla logica del nemico.

Il nuovo millennio ha portato con sé una nuova epoca, per comprendere la quale occorre sgretolare i vecchi tabù, i vecchi totem, i vecchi paradigmi. Oggi la partita non è più tra destra e sinistra, ma tra l’opzione populista e l’alternativa che non c’è. Perché non c’è ancora un’alternativa all’opzione populista? In buona parte perché si pensa, sbagliando, che il populismo sia sostanzialmente “di destra” e l’alternativa al populismo non possa che provenire da “sinistra”. Falso. Come ho più volte scritto e approfondito, la narrazione populista è trasversale rispetto allo schema destra/sinistra e anche l’alternativa al populismo deve inevitabilmente esserlo. 

Veniamo alla cronaca. L’impasse politico in cui ci troviamo oggi è in gran parte figlio di questa situazione: in Parlamento si consuma un confronto (privo di contenuti), tra centro-destra e centro-sinistra anziché, come dovrebbe essere, tra fronte populista (nelle sue declinazioni sovraniste e giustizialiste) e fronte alternativo. 

La stessa iniziativa di Italia Viva, nonostante le speranze (poi deluse) che aveva destato al suo esordio, è prigioniera di questo equivoco, così Renzi, nel suo intervento al Senato, si rivolge ai banchi del PD con l’espressione “amici e compagni del PD” e aggiunge, citando Martinazzoli, “Io credo che la politica sia altrove e che, prima o poi, dovrete tornarci”. Insomma, la missione di Italia Viva sembra essere quella di esercitare il ruolo di anima critica del PD. Considerando che il PD interpreta a sua volta il ruolo di anima critica dei cinquestelle, Italia Viva sembra ridursi a fare l’anima critica dell’anima critica dei grillini. Il partito renziano nasce col complesso della sinistra e non evolve, anzi. Risultano emblematiche le parole con cui Teresa Bellanova celebra su Twitter il centenario della nascita del partito comunista in Italia: Riferimento imprescindibile per tanti di noi. Anche se oggi il partito non esiste più, esistono ancora quei principi di uguaglianza, libertà, democrazia, riformismo che abbiamo il dovere di promuovere sempre

Il sistema democratico italiano non ha bisogno di nuove “vere sinistre” e neanche dell’affermazione della “sinistra riformista”, tema che, come detto, aveva una sua legittimità negli anni ottanta, ma che oggi appare fuori dalla storia. 

Di cosa ha bisogno il sistema democratico italiano? Ecco i tre fattori principali:

  • Una narrazione politica alternativa a quella populista che, come quella populista, sia trasversale rispetto allo schema destra/sinistra. 
  • Un progetto politico volto a costruire una forza portatrice di questa visione. 
  • Un leader che sappia convogliare su tale progetto energie trasversali. 

Mi pare di non vedere all’orizzonte alcunché in tal senso.

Trump, il complottismo, il ribellismo

Quanto sta accadendo in queste ore a Washington, per quanto inatteso, per quanto le immagini possano sconcertare, non è di certo casuale e incomprensibile. I tumulti americani hanno radici ben chiare dal punto di vista esistenziale, culturale e politico.

Dal punto di vista esistenziale, la radice si chiama complottismo. Da dove nasce? L’epoca 4.0 porta con sé un grado di complessità che sfugge ai più e addirittura fa perdere la percezione del rapporto causa-effetto della gran parte dei fenomeni. Accediamo a un’applicazione sul nostro smart phone senza la minima percezione dei processi che determinano l’uso di quell’applicazione, la utilizziamo e basta. La percezione del rapporto causa-effetto è posseduta da pochissime persone che leggono e maneggiano la tecnologia. Le cose succedono e non sappiamo più il perché. Questa perdita di coscienza ci riguarda in moltissimi altri ambiti, ad esempio in quello finanziario che ormai sfugge alla percezione dei più. Sì, le cose succedono e non sappiamo il perché. Ma un perché lo ricerchiamo come possiamo: il bisogno di significato è un bisogno arcaico dell’essere umano. Non possedendo le competenze-conoscenze-esperienze necessarie a determinare i rapporti causa-effetto (forse tutte non le possiede alcuno), ricorriamo a una scorciatoia, il complotto: non capisco perché non vogliono (chi?) che io capisca, c’è qualcosa sotto, è un complotto ai miei danni, quindi in sostanza ai danni del popolo. Il complottismo è in fondo una risposta al senso di incertezza che caratterizza questo nuovo tempo.

Dal punto di vista culturale, la radice si chiama ribellismo. Si tratta di quella cultura politica secondo la quale il popolo sarebbe per definizione buono e il potere sarebbe per definizione cattivo. Questo assioma determina la retorica della rivoluzione e dell’insurrezione popolare. Si tratta di una cultura politica particolarmente cara alla sinistra (avanti popolo alla riscossa), ma talora presa a prestito anche dalla destra estrema: la stessa marcia su Roma fu proposta come un’insurrezione popolare da un demagogo (Benito Mussolini) proveniente dalla sinistra. Gli stessi Grillini, ribellisti nostrani, hanno fatto propria questa cultura insurrezionalista, basti ricordare i loro richiami a circondare il Parlamento e ad “aprirlo come una scatoletta di tonno”. D’altronde l’elezione di Donald Trump fu salutata da Grillo con queste parole: la deflagrazione di un’epoca, un vaffanculo generale, un VDay pazzesco, una sorpresa inaspettata, che cambierà le cose nel mondo.

Dal punto di vista politico, la radice ha ovviamente un nome e un cognome: Donald Trump. Egli ha fatto del complottismo e del ribellismo il suo manifesto politico. Gli esiti sono sotto gli occhi di tutti. Certo, i suoi avversari sono apparsi deboli e hanno reso possibile la sua ascesa. La loro debolezza deriva dalla mancanza di un convincente impianto ideale alternativo a quello complottista-ribellista trumpiano.

La vicenda americana propone ancora una volta la necessità, ormai divenuta urgente, di mettere mano a un nuovo impianto ideale.

Esso deve essere alternativo a quello complottista-ribellista, deve incentrarsi sui nuovi paradigmi 4.0, deve rispondere ai nuovi bisogni esistenziali deterinati dall’avvento della nuova epoca e infine deve essere inequivocabilmente trasversale rispetto allo schema destra-sinistra. Questa nuova proposta politica deve contenere anche una profonda riflessione sui sistemi di determinazione della rappresentanza politica, oggi ampiamente in crisi.

Chi può rendersi protagonista, in Italia e nel mondo, di tale proposta? Non vedo alcuno all’orizzonte, ma continuo a confidare che qualcosa di buono succeda.

Biden? Who is Biden?

Ha vinto Biden, si celebra Biden. In realtà non si celebra Biden, si celebra l’anti-Trump, non si celebra la vittoria di Biden, si celebra la sconfitta di Trump.

Trump ha proposto un impianto ideale discutibile, ma chiaro. E Biden? Si è limitato a spiegare quanto sia sbagliata la narrazione di Trump. L’uno si è speso per qualcosa, l’altro si è speso contro qualcuno.

Insomma, la politica dello smacchiamento del giaguaro si è affermata anche oltreoceano.

Trump oggi contesta il risultato. Non è cosa elegante. In molti sui social propongono il comportamento esemplare che tenne Mac Cain quando fu sconfitto da Obama: Obama è il mio Presidente, questo disse il repubblicano Mc Cain. Non proprio ciò che fece il democratico Gore quando perse con Bush. Dovette intervenire la Corte Suprema per mettere fine alla querelle che scatenò contro l’esito del voto. Eppure, secondo molti, Gore fece bene a contestare, Trump è un bandito se contesta. Due pesi, due misure, prassi evidentemente non esclusiva della sinistra italiana.

Trump rappresenta l’interpretazione americana del populismo, fenomeno mondiale affermatosi con l’avvento dei processi di globalizzazione e digitalizzazione. La narrazione populista è molto popolare, è trasversale rispetto allo schema destra/sinistra e risponde ai nuovi bisogni esistenziali determinati dall’epoca 4.0. Come rispondono gli antagonisti del populismo? Con una narrazione alternativa? Con una narrazione più attraente? Con una narrazione altrettanto trasversale rispetto allo schema destra/sinistra? No. Rispondono solo col “pensiero contro”, negando le ragioni dell’avversario, rispolverando arnesi ideologici novecenteschi, difendendo lo status quo.

È necessario mettere mano all’elaborazione di un impianto ideale alternativo a quello populista. Bisogna lavorarci. Si tratta di un’esigenza mondiale.

D’accordo, è roba difficile, ci vuole tempo, ma bisogna iniziare a lavorarci e invece, a quanto vedo, non ci se ne rende neppure conto e, spocchiosamente, si preferisce dare dell’ignorante a chi una narrazione, giusta o sbagliata che sia, la propone.

Non ci resta che Grillo

Lo sappiamo, i processi di globalizzazione e digitalizzazione hanno determinato una nuova era fatta di nuove nuove relazioni, nuovi scenari, una nuova percezione della realtà fondata su un più oscuro rapporto di causa-effetto. Bisogna fare ricorso a nuovi paradigmi interpretativi della realtà.

Naturalmente anche il mondo della politica è chiamato a superare i vecchi paradigmi, a partire dallo schema destra-sinistra. Si tratta di un processo planetario, commentato da intellettuali e politologi di tutto il mondo, benché in Italia, specie a sinistra, si tenda tuttora a negarne l’evidenza e il valore.

Già nei primi anni 2000, Beppe Grillo intuì la necessità di questo cambiamento. Di questo bisogna oggi rendergli merito. All’epoca fu ridicolizzato dai più e, specie a sinistra, abituati a rivendicare la propria presunta superiorità antropologica, si gridò allo scandalo.

Fu da quell’intuizione che nel 2009 nacque il M5S. Ma quell’intuizione non fu certo di per sé sufficiente a determinare un impianto ideale compiuto e una nuova narrazione di progresso. Per fare ciò, infatti, non è sufficiente pescare qua e là nel mare magnum dei pensieri che appaiono non convenzionali, occorre una maturazione lenta e progressiva, occorrono tempi lunghi, si tratta di un processo “storico”. Così il M5S, pur nascendo da una intuizione innovativa, non disponendo di un compiuto e convincente impianto ideale, finì per fare ricorso a temi che appartenevano alle culture politiche novecentesche, specie alla cultura politica della sinistra. Vediamone alcuni elementi. 

L’onestà. Da sempre la sinistra si autoqualifica come la parte degli onesti, la parte di quelli che si sentono ispirati dai “valori” e non motivati dal mero successo.

L’egualitarismo. Il concetto di “uno vale uno” viene da lontano, dai tempi in cui Lenin disse che il Socialismo avrebbe portato una cuoca a guidare il Governo.

La democrazia diretta. Si tratta di un refrain antico, fondato sull’idea retorica secondo cui “i cittadini” non parteciperebbero alla vita pubblica solo perché non dispongono degli strumenti per poterlo fare. Una retorica tipica della sinistra e assolutamente falsa, fondata su un’idea distorta del popolo.

Il ribellismo. L’idea che il popolo sia per definizione buono e il potere sia per definizione malvagio e che “il sistema” impedisca al popolo di governare, appartiene da sempre alla sinistra, ne è tratto fondante. La retorica dei “poteri forti” viene da lì.

Il nemico. La convinzione che per schiudere le porte al progresso sia necessario e sufficiente sconfiggere il nemico, appartiene profondamente alla sinistra, nata sull’idea del nemico di classe. Il vaffanculismo viene da lì, così come viene da lì l’idea che per sconfiggere la povertà sia sufficiente eliminare i nemici e fare un decreto che la elimini.

Il pauperismo. La sinistra ha sempre ritenuto, pur non affermandolo apertamente, che sia preferibile un mondo di poveri uguali a un mondo di benestanti diversi. La diffidenza e il disprezzo nei confronti delle perone di successo e in generale dei ricchi, siano essi industriali, manager, calciatori o attori, viene da lì.

L’antimodernismo. Nel dopoguerra la sinistra si oppose pervicacemente alla realizzazione della rete autostradale: un regalo alla famiglia Agnelli, si disse. Si oppose all’introduzione della TV a colori: un’americanata. Più recentemente guardò con sospetto l’avvento degli smartphone e degli ebook reader: vuoi mettere il profumo della carta?, dicono gli strenui combattenti contro le deforestazioni. L’ostracismo dei 5 Stelle nei confronti di fattori di sviluppo quali le infrastrutture, i grandi eventi e le grandi opere, viene da lì.

Anche l’interpretazione complottista della realtà e moralista delle relazioni, non sono certo nuove e vengono soprattutto da sinistra. 

Potrei continuare piuttosto lungamente, ma mi pare che questi elementi siano già sufficienti a illustrare come l’impianto ideale dei 5Stelle si sia ancorato al vecchio armamentario novecentesco e abbia finito per fare ricorso agli stereotipi della cultura politica della sinistra. 

Ripeto, ciò non è frutto di una scelta pienamente consapevole: per elaborare un pensiero davvero fondato su nuovi paradigmi, occorrono tempi diversi, forse oggi più maturi.  Sta di fatto che non stupisce affatto la fatale attrazione che tanti a sinistra, Bersani docet, hanno nutrito e nutrono nei confronti del pensiero pentastellato per come è andato consolidandosi.

Nel frattempo, a livello mondiale, si è andata strutturando una narrazione nuova. Si tratta di un impianto oscurantista e autoritario, portato avanti perlopiù da forze provenienti dalla destra, ma che risulta in effetti appetibile per qualunque elettore. Di questo impianto sono interpreti i leader dei Paesi appartenenti al Patto di Visegrad e lo stesso Presidente Trump, in Italia lo è soprattutto la Lega di Salvini. 

Si tratta di una narrazione definibile tout court “di destra”? No, come detto, si tratta di una narrazione trasversale rispetto allo schema destra/sinistra, appetibile per qualunque elettore. L’ineccepibile riferimento a Berlinguer da parte di Salvini, a proposito delle pensioni, ne dà evidenza.

Anche l’alternativa a questo pensiero non può che fondarsi su nuovi paradigmi trasversali rispetto allo schema destra/sinistra. È cosa di tutta evidenza. Eppure i più continuano a pensare con criteri antichi e superati dai fatti, ritengono di dover “sconfiggere la destra” e pensano che questo compito spetti alla “sinistra”. Così si persevera nel noiosissimo dibattito intorno all’identità della sinistra e a chi la interpreterebbe più correttamente, dibattito tanto noioso quanto inutile. Le anime belle della sinistra, illuse che il tema sia riconducibile all’affermazione di una sinistra riformista (termine già vecchio ai tempi di Blear) e liberale (termine usato a casaccio che ha ormai perduto significato), partecipano tristemente all’inutile dibattito.

Ma allora da chi può scaturire la scintilla di una narrazione alternativa a quella cosiddetta sovranista, oltre i vecchi steccati novecenteschi?

Confidai prima in Più Europa, poi in Italia Viva, ma la delusione è stata rapida, drastica e, temo, definitiva.

Allora chi? Mah, la realtà supera sempre la più sfrenata fantasia, vedremo, magari sarà un processo inatteso e casuale. Bisogna in ogni caso ripartire da lì, da quell’iniziale intuizione di Beppe Grillo.

Una “rifondazione” del Movimento 5 Stelle? Un nuovo movimento che sappia ripartire dallo spunto originario di Grillo? 

Di certo, per costruire l’alternativa al sovranismo, è necessario sbarazzarsi di ogni ancoraggio alle culture politiche novecentesche e impegnarsi nell’elaborazione di un impianto ideale innovativo, di stampo profondamente umanistico, incentrato sulla fiducia nella capacità degli individui e su una visione ottimistica della natura umana.

Un irrealistico scenario di fantapolitica? Forse sì, lo so. L’alternativa (forse più realistica) consiste nel rassegnarsi a lunghi tempi un po’ bui.

Elezioni regionali liguri: laboratorio nazionale o occasione perduta?

Nei giorni 20 e 21 settembre si voterà per il rinnovo del Consiglio Regionale ligure.

Nel giugno del 2015 fu eletto l’attuale Presidente Toti. La sua elezione segnò certamente un momento di discontinuità con le ormai polverose gestioni precedenti, esattamente come lo avrebbe segnato due anni dopo, l’elezione di Bucci a Sindaco di Genova.

Mentre  il Sindaco Bucci, pur tra luci e ombre, ha risposto alle aspettative di evoluzione delle politiche comunali, Toti ha certamente deluso e le evidenze oggettive della Corte dei Conti ne danno impietosa testimonianza. Egli trae vantaggio mettendosi in scia, dietro al Sindaco Bucci, in ogni momento istituzionale collegato al nuovo “ponte”, pur non avendo alcun merito rispetto alla sua realizzazione.

C’è dunque spazio per un’alternativa? Vediamo i candidati alternativi.

Il PD e i 5Stelle propongono Ferruccio Sansa, giornalista de Il Fatto, perfetto interprete del “grillismo onestitario di sinistra”. In realtà, la gran parte del PD ligure e degli stessi grillini liguri, si era orientata sul professore universitario Aristide Massardo, ma i vertici nazionali di PD e 5Stelle hanno scelto altrimenti, appunto Sansa.

Tutto qui? No, Italia Viva e Più Europa correranno, insieme, una loro partita autonoma. 

Vediamo la genesi di questa decisione.

Il dibattito sulla partecipazione alle elezioni regionali, ha animato Italia Viva fin dalla sua costituzione. Col cosiddetto centrosinistra? In autonomia? Il mantra era il seguente: ci guideranno i contenuti, non le formule e i contenuti riguardano soprattutto il tema delle infrastrutture. Forte di questa dichiarazione di principio e consapevole dell’ostracismo che la sinistra ligure ha sempre dimostrato verso il tema delle infrastrutture, nel dicembre 2019 suggerii di esplorare la possibilità di partecipare all’alleanza a sostegno del Presidente Toti, rafforzandone l’area “liberal” in affiancamento a Forza Italia e Liguria Popolare. In fondo, così come a livello nazionale la “mossa del cavallo” ha portato Italia Viva a governare insieme ai peggiori grillini giustizialisti, a livello regionale la mossa del cavallo avrebbe potuto generare un’altra, diversa alleanza scomoda, ma sempre mettendo al centro l’interesse dei cittadini.

Mi fu risposto dall’Onorevole Paita in modo molto cordiale e molto chiaro: l’obiettivo è battere Toti, il campo naturale di Italia Viva è il centrosinistra. Pur non condividendo alcuno dei due assunti, ne presi atto. Per me l’obiettivo è dare ai liguri il miglior governo possibile (non battere Toti) e il campo naturale di Italia Viva dovrebbe essere oltre lo schema destra-sinistra per realizzare un’alternativa trasversale al neo-populismo. Opinioni. Molto diverse. Pazienza.

Così Italia Viva si è messa in attesa degli eventi, assistendo alle bizze retoriche e autoreferenziali di piddini, grillini e comunisti, sostenendo l’idea di un candidato che unisse il fronte anti-Toti: la sindrome del giaguaro da smacchiare è dura a morire. Aristide Massardo sembrava il candidato giusto, l’anti-Toti ideale. Egli si propose con queste parole: la strada maestra è rafforzare e valorizzare la sinergia, il dialogo, la cooperazione di tutte le forze democratiche, progressiste, riformiste che contrastano il sovranismo di Toti, di Salvini, della Meloni e dei loro alleati. Sì,  il miglior smacchiatore di giaguari disponile, il candidato che poteva guidare l’ennesimo perdente “cartello contro”. Egli godeva del pur non entusiastico sostegno di Italia Viva. Durante le estenuanti trattative volte a confermare la candidatura del professore, Italia Viva ha ufficialmente ripetuto più volte che, nel caso di un candidato “divisivo” (era il caso di Ferruccio Sansa, come confermato dallo stesso Matteo Renzi), avrebbe corso in autonomia con un proprio candidato già ben individuato, Elisa Serafini.

Elisa Serafini è una giovane donna, appassionata di temi economici e sociali, di ispirazione liberale e radicale. Sostenne la lista del Sindaco Bucci e svolse il ruolo di Assessore del Comune di Genova per un anno, per poi dimettersi in ragione dell’affidamento di consulenze che non riteneva legittime, dell’atteggiamento della Giunta sui temi dei diritti civili, della trasparenza e della libertà di impresa. Su questi temi ha recentemente pubblicato il libro Fuori dal Comune. Decisamente il candidato ideale per rivolgersi ai “non populisti” tanto a destra quanto a sinistra e generare l’embrione di un campo politico “umanistico”, trasversale rispetto allo schema destra-sinistra, davvero alternativo al neo-populismo. Sì, la candidatura di Elisa Serafini avrebbe davvero rappresentato un laboratorio nazionale e, credo, un’entusiasmante esperienza politica.

Ma le cose hanno preso un’alta piega e Italia Viva, ripudiando la candidatura precedentemente sbandierata e strombazzata di Elisa Serafini, ha preferito  deviare su Aristide Massardo. Da ex-PD, hanno preferito una ripicca col loro ex-partito all’esperienza politica davvero innovativa che avrebbe rappresentato la  candidatura di Elisa.

Così il cosiddetto terzo polo è per nulla attrattivo tanto per gli elettori orientati a destra quanto per quelli orientati a sinistra. Gli elettori di destra perché mai dovrebbero votare uno che fino a ieri ha indicato come priorità assoluta quella di battere la destra? Gli elettori di sinistra, gli anti-Toti, perché mai dovrebbero indebolire il “cartello- contro” guidato da Sansa? Attenzione, il mio giudizio non riguarda il profilo personale di Massardo che è di gran lunga il migliore tra i tre candidati, riguarda le logiche politiche che ne hanno determinato la candidatura. Non c’entra? Conta solo la qualità dei candidati? No. L’elettore non studia i curriculum dei diversi candidati, ne valuta, anche sommariamente, la proposta politica di cui si fanno portatori e la proposta politica di cui si fa portatore Massardo, è debole. Con tutto ciò, in ragione della possibilità del voto disgiunto, è probabile che Massardo conquisti più voti di quelli delle liste a lui collegate, ma ciò non rappresenterebbe un successo politico, semmai la prova provata della debolezza dell’alleanza che ne sostiene la candidatura.

Elisa Serafini dice di essere d’accordo con questa scelta. Bene, le fa anche onore. Io invece non lo sono. Per niente.

Toti vincerà, l’area liberal che lo sostiene sarà più debole di quanto avrebbe potuto essere, Sansa confermerà la vocazione perdente della sinistra, l’esperienza del terzo polo di ridurrà a una partecipazione di testimonianza.

Laboratorio nazionale? No, occasione perduta.

Giù le mani da Berlinguer?

23 maggio 2014: in Piazza San Giovanni a Roma, il Movimento 5 Stelle chiude la sua campagna elettorale. Sul palco si alternano Beppe Grillo e Gian Roberto Casaleggio. Quando Casaleggio prende la parola, rivendica la continuità tra la questione morale posta a suo tempo da Enrico Berlinguer e la questione dell’onestà posta dai Cinque Stelle e chiede alla piazza di urlare il nome del leader comunista. La piazza risponde entusiasta e inizia a ritmare BER-LIN-GUER, BER-LIN-GUER, BER-LIN-GUER.

9 luglio 2020: alla trasmissione L’aria che tira, Matteo Salvini rivendica continuità con i valori di Berlinguer. Ecco le sue parole: I valori di una certa sinistra che fu quella di Berlinguer, i valori del lavoro, degli operai, degli insegnanti, degli artigiani, sono stati raccolti dalla Lega. Se il Pd chiude Botteghe oscure e la Lega riapre, sono contento, è un bel segnale.

In entrambe le occasioni, si è avuta una levata di scudi da parte delle forze politiche di sinistra. Emanuele Fiano ha parlato di “orrore e pietà”, Achille Occhetto ha fatto riferimento a “Cristo e Barabba”, Zingaretti, che spiritosone, ha detto “chiamate il 118”, anche Nicola Fratoianni la butta sul sarcasmo: “A Salvini il caldo dà alla testa”. 

Basterebbe una superficiale e distratta ricerca sui flussi elettorali, per comprendere che Salvini non ha torto: la Lega fa il pieno nei collegi un tempo definiti “rossi”. Per quanto riguarda poi la provocazione di Casaleggio, vista l’attuale vicinanza di intenti tra il PD di Zingaretti e i grillini, in realtà si trattò di una premonizione.

Sì, l’ho scritto più volte, il neo-populismo affonda le sue radici nella cultura politica della sinistra che fu di Berlinguer. Casaleggio e Salvini non hanno fatto o detto alcunché di stravagante. Hanno detto ciò che è evidente a chi si toglie i paraocchi.

Il giustizialismo grillino non deriva forse dal moralismo bacchettone comunista? Non deriva forse da quella “questione morale” che fu usata come una clava per scatenare una feroce campagna d’odio nei confronti di Bettino Craxi, il suo riformismo, la sua visione politica fondata sulla democrazia dell’alternanza? Quella campagna d’odio non ricorda forse quella per molti versi analoga che i grillini scatenarono contro il riformismo renziano? L’avversione grillina al riformismo renziano e in particolare all’abolizione dell’articolo 18, non derivano forse da quella piazza in cui tre milioni di persone risposero al grido di allarme del berlingueriano Cofferati contro l’ipotesi dell’abolizione dell’articolo 18 adombrata dal Governo Berlusconi? L’abolizione dell’articolo 18 fu definita un’alienazione dei diritti fondamentali dell’uomo. A tanto i polisti di oggi non arriverebbero.

E l’avversione leghista alla Riforma Fornero, non trova forse la sua genesi in quel  “giù le mani dalle pensioni” che la sinistra berlingueriana scatenò contro il Ministro Dini, reo di aver denunciato (era l’epoca del primo Governo Berlusconi) l’insostenibilità del sistema pensionistico? Quota 100 deriva dritta dritta da lì.

Per queste ragioni, chi avesse in animo di proporre una narrazione davvero alternativa a quella neo-populista, dovrebbe oggi confermare e argomentare quanto il populismo derivi in  effetti dalla cultura politica della sinistra e quanto l’alternativa al populismo debba pertanto smarcarsi da quella cultura politica. Ma chi ambisce a questo ruolo, ahimè, si guarda bene dal farlo. In particolare Italia Viva, nata col l’ambizione di smarcarsi da quella cultura, giorno dopo giorno appare invece sempre più come il grillo parlante del centro-sinistra, come la voce critica del PD, in fondo come un partito catto-comunista moderato. D’accordo, più catto che comunista, ma sempre catto-comunista, come le tre foto che svettano nella sua sede romana di Via dei Cappellari, testimoniano ampiamente: Renzi, Moro, Berlinguer.

Giù le mani da Berlinguer! Così Matteo Renzi, allora segretario del PD, rispose alla piazza grillina a seguito della provocazione di Casaleggio. Giù le mani da Berlinguer, solo questo si riesce a dire ancora oggi, non si tenta neppure uno straccio di analisi politica.

La strada dell’alternativa è lunghissima, l’esperienza di Italia Viva si è rivelata del tutto deludente, quella di Più Europa fallimentare, quella di Azione del tutto inconsistente. Oggi tocca puntare su Forza Italia. Di Berlusconi si può dire tutto e il contrario di tutto, ma di certo non gli verrebbe mai in mente di dire “giù le mani da Almirante”.

La mossa del cavallo é niente senza l’arrocco

É vero, la mossa del cavallo é spiazzante e spesso pone in una posizione di vantaggio. Quali vantaggi si é assicurato Renzi grazie alla sua spregiudicata mossa del cavallo? Dando vita al Governo cosiddetto giallorosso, il leader di Italia Viva ha risparmiato al Paese lo scioglimento anticipato delle camere (rappresenta sempre un fallimento), ha arginato l’avanzata sovranista, si é preso il tempo per organizzare il proprio neonato partito, ha potuto dare vita al gruppo parlamentare di Italia Viva, si é garantito quella che un tempo si sarebbe chiamata “rendita di posizione”: contare tanto contando poco.

Un capolavoro? Dal punto di vista tattico, sì, senza dubbio. Ma questa famosa mossa del cavallo, comporta anche un prezzo? Eccome. Quale? Provo ad argomentarlo.

Italia Viva nasce con l’ambizione di costruire l’alternativa al populismo (di “destra” e di “sinistra”), dando vita a un centro riformista e liberale. Tale prospettiva, per essere credibile, implica la non appartenenza pregiudiziale a questo o quel campo politico e, di fatto, implica equidistanza dal populismo giustizialista e i suoi alleati di sinistra e dal populismo sovranista e i suoi alleati di destra. Solo questa equidistanza può avvicinare quel popolo dei senza casa che, a destra e a sinistra, non si riconosce in alcuna forma di populismo.

La partecipazione al Governo Giallorosso rappresenta, almeno temporaneamente, una rinuncia a questa strategia poiché posiziona invece Italia Viva in uno dei due campi, nel campo del cosiddetto centrosinistra, confermandone l’immagine di partito degli ex PD, il PD dei giusti.

Ulteriore conferma di questo posizionamento distonico rispetto al progetto iniziale, sarà la più che probabile partecipazione di Italia Viva alle alleanze PD-M5S sul piano regionale. Sì, é vero, potrebbero esserci delle eccezioni, come nel caso della Puglia, ma anche in questo caso, non si mette in discussione l’appartenenza al campo del centrosinistra, ma solo la qualità del candidato. Da questo punto di vista, l’appello della Ministra Bellanova ai “compagni del PD” per trovare un candidato comune, suona terribilmente emblematico.

Ecco perché la mossa del cavallo é di per sé insufficiente e potrebbe rivelarsi addirittura controproducente se non accompagnata da un’altra mossa, altrettanto spregiudicata, ma più coraggiosa: l’arrocco. In cosa consiste?

Se davvero Italia Viva vuole tenere fede al suo intento strategico originario, quello di costruire un centro innovatore, allora deve lavorare per mettere insieme chi, tanto a sinistra quanto a destra, propone una visione democratica, europeista, aperta all’emancipazione civile. Se nel campo del centrosinistra tale visione é proposta da Italia Viva, nel capo del centrodestra essa é proposta da Forza Italia. Ecco l’arrocco: convergere verso la costruzione del centro innovatore.

Certo, bisogna che entrambi i soggetti in gioco cambino linguaggio e la smettano di porsi come alternativa “alle destre” o “alla sinistra” e sappiano cogliere la missione storica che possono compiere: costruire, insieme, l’alternativa al populismo “di destra” e “di sinistra”.

Possibile? Difficile. Tanto Forza Italia quanto Italia Viva perderebbero il sostegno di chi in entrambi i partiti, in modo antistorico, continua a considerare prioritario il posizionamento nello schema destra/sinistra. Pazienza, é un prezzo da pagare, un prezzo che farebbe chiarezza e libererebbe energie. Berlusconi e Renzi potrebbero porsi come promotori dell’arrocco, come padri nobili, e magari lasciare spazio a una nuova leadership rappresentata da figure come Mara Carfagna e Maria Elena Boschi.

Fantapolitica? Forse sì. Per una mossa di questo genere non bastano la sagacia tattica e la spregiudicatezza, occorre un fortissimo senso della visione, ci vorrebbe il Berlusconi del ‘94. Lo so, quel Berlusconi non c’è più da un pezzo, ma chissà che il vecchio Berlusca non trovi nuove energie e non voglia davvero lasciare un segno prima del suo ritiro. Avrebbe senso. Chiuderebbe un cerchio. Sarebbe bello.

Lista Scalfarotto: embrione dell’alternativa o resa dei conti in famiglia?

La candidatura di Scalfarotto alla presidenza della Regione Puglia, pone sul tappeto il tema dell’alternativa al populismo, anzi a tutti i populismi, quelli “di destra” e quelli “di sinistra”.

La lista che candida Scalfarotto, costituita dalle forze del cosiddetto campo liberale, Italia Viva, Più Europa e Azione, davvero rappresenta il possibile embrione dell’alternativa ai populismi? Non sarebbe forse meglio cercare con pervicacia un accordo tra le forze del centrosinistra? Non vale forse la pena di ingoiare il rospo di un candidato scomodo, pur di contrapporsi in modo unitario alle “destre”? Non vale forse la pena, insomma di ricercare lo spirito originario che fu alla base dell’esperienza politica de L’Uilvo? No. Provo a spiegare perché.

Dai tempi de L’Ulivo è cambiato il mondo ed è insorta una nuova epoca, frutto dei processi di globalizzazione e digitalizzazione. Essa ha portato con sè nuovi paradigmi in ogni campo. In politica ha squadernato lo schema destra/sinistra. In questo scenario, ha preso vita e corpo la narrazione neo-populista. Essa, facendo ricorso alla logica del nemico, deresponsabilizza gli individui rispetto ai propri mancati successi e ne alleggerisce la frustrazione derivante dalle incertezze connaturate con l’epoca 4.0. Così in questa nostra epoca nella quale si schiudono enormi opportunità, ma vengono meno antiche garanzie, gli individui possono scegliere di non mettersi in gioco e preferire recriminare contro il nemico di turno: gli africani, Soros, i professoroni, i burocrati europei, le multinazionali, le banche e in fondo il governo dei poteri forti che, nemico del popolo, stampa pochi soldi. Si tratta di una narrazione efficace che affonda le sue radici in pezzi di vecchie culture politiche, ma soprattutto nella cultura politica della sinistra, sintetizzabile nella retorica che vuole il popolo necessariamente buono e il potere necessariamente cattivo e, in fondo, nella stessa teoria del nemico di classe. Tale narrazione attrae indifferentemente e trasversalmente elettori provenienti dai più diversi orientamenti, basta dare un’occhiata anche distratta ai flussi elettorali di tutte le ultime elezioni per rendersene fulgidamente conto. L’idea che il neo-populismo (integrazione di quello sovranista e quello giustizialista) sia sostanzialmente “di destra” e che l’alternativa non possa che nascere a sinistra, é profondamente sbagliata ed é frutto della miopia di chi ancora non si rassegna agli squadernamenti prodotti dalla nuova epoca. Alla trasversale narrazione neo-populista occorre contrapporre una narrazione altrettanto attraente e altrettanto trasversale.

Da questo punto di vista, appaiono molto deboli le contrapposizioni “politica verso populismo” o “competenti verso incompetenti” proposte rispettivamente da Matteo Renzi e da Carlo Calenda. Anche il discrimine europeo, portato pur lodevolmente avanti da Più Europa, appare del tutto insufficiente.

Saprà Scalfarotto parlare indifferentemente al cuore degli elettori di destra e degli elettori di sinistra? Saprà porsi in modo davvero trasversale? Di certo, a oggi, la lista che lo appoggia non é percepita come trasversale rispetto allo schema destra/sinistra. Se così fosse, non avrebbero ragion d’essere le recriminazioni del PD rispetto allo “strappo”.

Molti, troppi, in Italia Viva e nelle altre forze della “Lista Scalfarotto” continuano a ritenere in fondo il centrosinistra come proprio “campo naturale” e, sotto sotto, sognano un’illusoria emancipazione del PD per poter finalmente fronteggiare il neo-populismo con un ritrovato Ulivo 4.0. No, a partire dall’esperienza pugliese, bisogna comunicare una narrazione attraente e credibile tanto per l’elettore di sinistra quanto per l’elettore di destra. Un elettore del PD può ragionevolmente prendere in considerazione di votare Scalfarotto in luogo di Emiliano? Sí, certo e poi Scalfarotto è pur sempre uno “di sinistra”. Ma un elettore di destra perché mai dovrebbe votare Scalfarotto in luogo di Fitto? La partita é tutta qui. Se Italia Viva e i suoi alleati sapranno prodursi in questo salto di qualità, allora l’esperienza pugliese potrà davvero essere il primo passo nella costruzione di una possibile alternativa al neo-populismo. In caso contrario, si ridurrà, come penso sarà, a una penosa, noiosa e irrilevante resa dei conti “in famiglia”.

Matteo Renzi ama l’espressione “cambio di passo”. Lo ha più volte chiesto ad altri, Ora tocca a lui.

La vicenda Palamara ripropone ancora una volta il tema dell’equilibrio dei poteri dello Stato. Il fatto che pezzi non trascurabili di Magistratura, influiscano pesantemente sugli scenari e sulle scelte politiche, decidendo chi incriminare e solo dopo di cosa incriminarlo, è ormai un dato ampiamente acclarato.

La politica si è arresa da tempo. La giustificazione della resa è contenuta nell’assioma “ci si difende nei processi, non dai processi”. In questa puttanata retorica, spacciata per nobile principio, è contenuta la ragione per cui l’autorizzazione a procedere va concessa sempre e comunque, in ogni caso, qualunque siano l’imputazione e lo scenario giuridico, perché, appunto, ci si difende nei processi e non dai processi. No, se del caso, e quello era il caso, ci si difende anche “dai processi”. L’evidenza di questa resa è ormai tale, da far pensare che la negazione dell’autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi nel ’93, fu l’ultimo sussulto di dignità della politica di fronte allo strapotere giudiziario.

Il salto di qualità di questo stravolgimento dei poteri dello Stato, si è avuto qualche mese fa con la vicenda Salvini-Diciotti-Gregoretti: la Magistratura non si accontenta più di influire sul potere legislativo attraverso la persecuzione di questo o quel parlamentare, ma sceglie di influire anche sul potere esecutivo, riscontrando reati comuni in atti di Governo. Anche di fronte a questo salto di qualità, la politica si è messa nella posizione che abitualmente assume di fronte alla prepotenza giudiziaria: prona.

Al tempo del caso Gregoretti (successivo al caso Diciotti), era da poco nata Italia Viva. Confidavo in una presa di posizione. No, anche Italia Viva si è unita al coro: ci si difende nei processi, non dai processi. Il fatto poi che, a rafforzare la decisione di mandare a processo Salvini, si sia ripetuto ossessivamente “trattiamo il caso Gregoretti come abbiamo trattato il caso Diciotti”, rivendicando continuità con le politiche e le scelte di “quando si era nel PD”, peggiora pesantemente il quadro. D’altro canto, anche in occasione della questione della prescrizione, Italia Viva, per giustificare e rafforzare la sua sacrosanta avversione al provvedimento, rivendicò orgogliosa la sua continuità con le scelte passate del PD, come a dire “il vero PD siamo noi”. Miopia sconcertante.

Il tragico simbolo vivente della resa alla Magistratura da parte della Politica, è il Ministro Bonafede. La mozione di sfiducia nei suoi confronti è stata respinta, anche grazie al voto dei Renziani. D’altro canto Italia Viva si muove nel ristrettissimo spazio tra il sostegno a un Governo pessimo e la mancanza delle condizioni politiche per un Governo alternativo. Si tratta di uno spazio così angusto che solo un gigante di tattica come Matteo Renzi, riesce a muovercisi con disinvoltura e addirittura con successo.

Domanda: cosa fare per determinare le condizioni politiche di un Governo diverso? Risposta: mettere mano alla costruzione di una reale alternativa al neo-populismo (tanto quello assistenzialista, statalista e giustizialista, quanto a quello sovranista, razzista e nazionalista).

Chi può rendersi protagonista di tale costruzione alternativa? Continuo a pensare che Italia Viva sia l’unico soggetto con qualche chance in tal senso, a condizione che si liberi del complesso della sinistra, si smarchi dall’idea di rappresentare i piddini delusi e abbracci una visione davvero trasversale rispetto allo schema destra/sinistra. E’ già così? No, se penso a quanti in Italia Viva hanno salutato con entusiasmo l’avvento delle Sardine, ne ho fulgida evidenza. Matteo Renzi ama l’espressione “cambio di passo”. Lo ha spesso chiesto agli altri, ora tocca a lui.

Alternativa al neo-populismo, roba difficile? No, difficilissima. Eppure c’è chi dice che in fondo basterebbe unire le forze liberali in un unico fronte e il gioco sarebbe fatto. Quali sarebbero queste forze liberali? Un logo, quello di Calenda, un accocchio che federa partiti e associazioni egemonizzate da radicali massimalisti e fighetti ultraliberali, Più Europa e, appunto, Italia Viva. Ma si dai, facciamo il fronte delle anime belle del 5%.

No, ci vuole altro, occorre dare vita a un grande movimento che sappia coinvolgere indistintamente elettori “di destra” e “di sinistra”, come in fondo fu originariamente Forza Italia, fondato su una narrazione strutturata, alternativa a quella neo-popuilsta e, come quella neo-populista, appunto trasversale rispetto allo schema destra/sinistra.

La partita non si gioca contrapponendo i competenti agli incompetenti, come pensa Calenda, né contrapponendo la politica al populismo, come pensa Renzi. Il neo-populismo è politica, eccome se è politica ed è una politica fondata su una precisa narrazione della realtà. Non basta dire che quella narrazione è sbagliata, non basta dire che è frutto di incompetenza, non basta dire che “non è politica”, ci vuole una narrazione alternativa, altrettanto potente. E’ prima di tutto a questo che bisogna mettere mano. O si parte da qui, o ci teniamo il falso bipolarismo destra/sinistra che in realtà ci obbliga a una scelta tra diverse forme di populismo.

Quali leader potrebbero guidare questo processo? Io non sono un appassionato di quote rosa, ma guardo da tempo a una possibilità, quella di creare il tandem Boschi-Carfagna. Per me sarebbe fighissimo.

L’essenza del neo-populismo e l’assenza di un’alternativa

Da mesi il Covid-19 monopolizza l’attenzione dell’opinione pubblica. Si sono succeduti però in questi ultimi giorni alcuni fatti di cronaca che hanno fortunatamente attenuato l’ossessione da Coronavirus. Alludo in particolare alla liberazione (e conversione) di Silvia Romano, alla battaglia della Ministra Bellanova e, infine, fatto di minore rilevanza, ma comunque evocativo, l’intervento alla Camera dell’Onorevole Sara Cunial. Si tratta di tre eventi scollegati tra loro, ma ci forniscono comunque una chiave di lettura del confronto politico, quello reale, quello fondato sui paradigmi determinati dall’insorgere della nuova epoca, non quello apparentemente nobile, ma antistorico, tra destra e sinistra.

Il confronto sulle prime due vicende, ovviamente più rilevanti, la liberazione di una convertita Silvia Romano e la misura per la regolarizzazione dei migranti voluta da Teresa Bellanova, mette in evidenza un elemento che rappresenta un discrimine particolarmente significativo tra diverse visioni del mondo. Esso è rappresentabile in questo modo: da un lato chi ragiona con mente “o, o”, dall’altro chi ragiona con mente “e, e”.

Chi ragiona con mente “o, o” si pone più o meno così: “Quanti soldi sono stati spesi per la liberazione di Silvia Romano, quando INVECE si sarebbero potuti spendere per …!” Quante energie spese per regolarizzare i migranti, INVECE che spenderle per …!” “Quante lacrime spese per gli stranieri, INVECE che spenderle per gli italiani!”. In questo modo si propone la concezione di un mondo fatto di scatole chiuse, bivi e scelte obbligate che facilita l’individuazione dei “buoni” e dei “cattivi”, rappresentazione che costituisce, da un punto di vista esistenziale, il valore fondante del neo-populismo.

Chi ragiona con mente “e, e”, guarda alla complessità di un mondo interconnesso dove ogni scelta impatta sul tutto. Questo sguardo, da un punto di vista esistenziale, deriva dalla consapevolezza di come l’imperfezione del mondo sia specchio dell’imperfezione degli individui e la contraddittorietà rappresenti lo stato naturale delle cose. Così si può essere “e” dalla parte degli operai “e” dalla parte degli imprenditori, “e” con gli italiani in difficoltà “e” con gli immigrati sfruttati, “e” per il riconoscimento del merito “e” per tendere una mano chi resta indietro. Per fare facili esempi.

Questo discrimine che ho cercato di descrivere così sinteticamente tra “o, o” e “e, e”, è in fondo sovrapponibile al discrimine tra “destra” e “sinistra”? Assolutamente NO. Si tratta di un discrimine certamente trasversale rispetto allo schema destra/sinistra. Magari cambiano i “cattivi”, per gli uni sono gli invasori (tutti gli africani), per gli altri gli evasori (tutti gli imprenditori), per fare un esempio, ma la cultura del nemico (derivante dall’atteggiamento esistenziale “o, o”) appartiene tanto alla destra quanto alla sinistra. Più all’una o più all’altra? Non che il tema posto da questa domanda sia appassionante, ma certamente la sinistra ha usato a mani basse la cultura del nemico, anche rivolgendola a singoli individui come fu per Craxi, poi per Berlusconi, poi per Renzi. Questa abitudine deriva in buona parte dalla teoria del “nemico di classe” su cui si fonda l’ispirazione marxista.

Detto ciò, a mio avviso, continuare a leggere la realtà con gli “occhiali” destra/sinistra, non può che determinare una percezione fortemente distorta della realtà stessa e l’adozione, di fatto, di un atteggiamento da nostalgici della vecchia epoca, da reduci dei vecchi paradigmi, da persone incapaci di vivere autenticamente nel qui e ora.  

La vicenda dell’onorevole Sara Cunial, da questo punto di vista, è potentemente evocativa. Le parole che fa risuonare alla Camera, sono in  questo senso preziose, rappresentano infatti l’essenza della narrazione neo-populista, incentrata sul nemico e sul “o, o”. Ecco l’essenza della narrazione neo-populista per come emerge dall’intervento dell’onorevole Cunial:

  • Il “popolo” è per definizione e inevitabilmente buono, mentre il “potere” è per definizione e inevitabilmente cattivo.
  • Se i “buoni” prendessero davvero il potere, non rappresenterebbero un potere nuovo, ma, semmai, la rivalsa del popolo nei confronti degli sporchi interessi dei poteri forti. 
  • I mancati successi degli individui non derivano dalle scelte degli stessi individui, ma, sostanzialmente, da complotti ordini ai loro danni da chi esercita il potere.
  • Qualunque governo che non si autodefinisca “del popolo” (la variante grillina è “dei cittadini”), è equiparabile a un regime.
  • I “nemici del popolo”, asseconderebbero “gli appetiti del capitalismo finanziario” a danno dei “cittadini” e Bill Gates (Soros è un po’ passato di moda) ne sarebbe il capofila in quanto impegnato – cito testualmente dall’intervento dell’Onorevole – nello sviluppo di piani di depopolamento e controllo dittatoriale sulla politica globale, puntando ad ottenere il primato su agricoltura, tecnologia ed energia. 
  • Tra i nemici del popolo (o dei cittadini, fate voi) vengono annoverati gli uomini di scienza che mettono in discussione le tesi complottiste, così essi diventano “professoroni” ed anche i protagonisti dei processi di integrazione (una bestemmia per i “o, o”) che, ad esempio alludendo all’integrazione europea, diventano “i burocrati e i banchieri di Bruxelles”.

Andate a leggere i commenti che sui social vengono riservati all’intervento dell’Onorevole Cunial. Scoprirete che sono il larga misura favorevoli, ma soprattutto scoprirete che i sostenitori sono riconoscibili come “orientati a destra”, ma in maggioranza come “orientati a sinistra”. In effetti, non è certo difficile cogliere le affinità con un certo pensiero riconducibile alla cultura politica della sinistra: la retorica del popolo, del potere, del nemico. Perché? Perché la narrazione neo-populista parla a tutti, è trasversale, non nasce (come qualcuno continua pervicacemente ad asserire) da una pulsione o da un interesse o da un complotto della “destra”, nasce da un’esigenza esistenziale (derivata dall’insorgere della nuova epoca) volta a difendersi dalle sfide che l’epoca 4.0 porta con sé. C’entra NIENTE con destra e sinistra.

Questa è dunque l’essenza del neo-populismo. E dall’altra parte? A questa essenza, passatemi il gioco di parole, si risponde con l’assenza di una visione alternativa. Fino a quando l’alternativa sarà ricercata dentro lo schema destra/sinistra e si riterrà, commettendo errore madornale e imperdonabile, che debba essere in qualche modo generata e guidata dal campo della sinistra (o centrosinistra come impropriamente si usa dire), l’alternativa continuerà semplicemente a non esistere. Essenza contro assenza, appunto. La nuova epoca ci chiama all’adozione di un nuovo atteggiamento incentrato sul talento individuale, sulla responsabilità individuale, sulla fiducia nella capacità degli individui, ci chiama a una visione profondamente umanistica, centrata su una visione ottimistica della natura umana. Ripeto, c’entra NIENTE con destra e sinistra.

Lo so, è difficile abbandonare il protettivo calore dei vecchi paradigmi e aprirsi al nuovo, ma chi intende dare vita almeno a un embrione di alternativa, è chiamato a farlo. Eppure, anche, ad esempio, in Italia Viva, questa cosa non è affatto scontata. Anzi. Così non appena un evento può far riemergere antiche pulsioni, si risveglia l’affetto verso i vecchi paradigmi. E’ il caso della vicenda Bellanova che viene accolta e commentata con l’entusiasmo di chi pensa, anche se non confessa, “finalmente una cosa di sinistra”. No. la regolarizzazione dei migranti non è “di sinistra”, come non lo sono le riforme del Governo Renzi sui diritti civili e sul lavoro. Ma davvero qualcuno pensa che i valori della legalità, della correttezza, dell’integrazione, della flessibilità, dell’emancipazione siano appannaggio esclusivo di una visione “socialista” del mondo e vietati a una visione “liberale”? Merkel e Macron (che sono etichettatili in ogni modo, tranne che “di sinistra”) sono forse abietti oppressori di migranti e portatori di valori contrari all’emancipazione individuale? Di che cazzo stiamo parlando?

Da questo punto di vista, anche l’opzione, pervicacemente portata avanti da Linkiesta di Christian Rocca, di un “polo liberale” costituito da Italia Viva, Azione e Più Europa, appare debole, per me, voglio essere sincero, ridicola. Mettere insieme un partitino ancora afflitto dal “complesso della sinistra” (Italia Viva) con il logo di proprietà di un ex-Ministro privo di visione (Azione) con una federazione di partitini e associazioni in perenne conflitto tra loro, egemonizzata da una parte di Radicali in conflitto con quella rimasta fuori (Più Europa), questa sarebbe la grande trovata, la grande novità, la via. Auguri.

La vera novità sarebbe costituita dalla creazione di un asse tra Italia Viva e Forza Italia, ben sapendo che entrambe le forze dovrebbero in questo caso essere disposte a perdere un pezzo di sé, ma, insieme, rappresenterebbero, finalmente, almeno l’embrione di qualcosa di grande e soprattutto utile per il sistema democratico italiano. Vediamo, forse questa situazione così incerta e difficile indotta dall’emergenza sanitaria, può accelerare i processi politici. Seguo facendo il tifo (dalla finestra) per questa opzione. Se si verificherà, allora scenderò le scale e, per quel poco che può interessare, sarò attivamente della partita.