Terzo polo, le acque si stanno muovendo

Un gruppo di intellettuali rivolge a Calenda e Renzi un appello del tutto coerente con quello sottoscritto da trecento terzopolisti, ospitato sulle pagine di questo blog, poi evoluto in Costituente Liberaldemocratica.

Sono certo, e ho motivo per ritenerlo, che l’iniziativa di questo gruppo di intellettuali sia stata ispirata e favorita anche dall’iniziativa di Costituente Liberaldemocratica.

Ecco il testo dell’appello.

Caro Carlo Calenda, caro Matteo Renzi. E’ trascorso un  mese dalla nascita del governo Meloni, e l’avvio non è stato di quelli memorabili: molte concessioni alle platee di appartenenza, prime misure abborracciate e confuse, e un quotidiano conflitto intestino alla maggioranza – tra Meloni e Salvini – che non autorizza a sperare che in futuro le cose vadano meglio. Ma le opposizioni, come è evidente, non godono di migliore salute. I Cinque stelle soffiano irresponsabilmente sul fuoco di tutti i No, ricevendo in cambio continue profferte di collaborazione da parte del PD: una invidiabile rendita di posizione che certo non costruisce prospettive per il futuro. Il Partito democratico è in  preda alle sue imperscrutabili convulsioni precongressuali, combattuto tra gli animal spirits della componente postcomunista e la perenne vocazione e dorotea delle correnti postdemocristiane. Mentre i vostri partiti sono al momento impegnati in appuntamenti interni, che speriamo non diventino solo l’occasione per la nascita di altri apparati e nuove piccole nomenklature. Nelle aspirazioni di tanti, il progetto liberaldemocratico e riformista del Terzo polo non può che maturare attraverso un incessante slancio programmatico, innovativo e di rottura, con una leadership chiara, univoca e riconosciuta, e un continuo, strutturale apporto di competenze e professionalità esterne. Questo non vuol dire rinunciare di costruire una solida struttura di partito. Ma che il partito sia uno, e si faccia al più presto, valorizzando nuove risorse sui territori e promuovendo dal basso gruppi dirigenti coesi e unitari. Questo è quanto vi chiediamo. Non c’è tempo da perdere. Non perché l’alternativa all’attuale stato di cose sia dietro l’angolo. Al contrario, è auspicabile che il Paese goda di una fase di stabilità che permetta al governo scelto dagli elettori di affrontare le tante emergenze che abbiamo di fronte. Ma, allo stesso tempo, gli italiani devono sapere da subito che si sta costruendo il cantiere di un’alternativa di governo credibile e matura. Questo è il compito che spetta a voi. Non ci deludete. E sbrigatevi.

L’appello è sottoscritto da: Ernesto Auci, Simona Benedettini, Giuseppe Benedetto, Umberto Contarello, Alberto De Bernardi, Biagio de Giovanni, Oscar Giannino, Paolo Macry, Claudia Mancina, Alessandro Maran, Claudio Petruccioli, Sergio Scalpelli, Andrée Ruth Shammah, Chicco Testa, Claudio Velardi

Terzo polo: questione di posizionamento

Il populismo si batte con un fronte progressista liberato dall’alleanza coi 5Stelle? Oppure il populismo si batte con la proposta di una forza alternativa, trasversale rispetto allo schema destra-sinistra? Si tratta di una domanda cruciale e non ci si può più sottrarre dal dare una risposta inequivocabile.

Ne scrivo su Strade. Per leggere clicca QUI.

La libertà, un tema pre-politico

di Paolo Scavino

Qualche volta mi assale il dubbio che i miei cambiamenti di opinione nel corso del tempo – da militante e dirigente locale del PCI a sostenitore di un possibile terzo polo liberale – siano semplicemente la ripetizione di quella parabola esistenziale che ci vede nascere rivoluzionari e morire conservatori.

Una risposta che mi sono dato (forse un po’ consolatoria) è che, all’epoca della mia militanza politica, davo per scontato che la sinistra italiana fosse destinata a un’evoluzione socialdemocratica che, nei fatti, avrebbe fatto propri i principi di libertà che sono alla base delle democrazie rappresentative.

E in parte questo è avvenuto. Come afferma Claudio Velardi nella sua raccolta di podcast sulle elezioni (Impressioni di setembre), questa è una missione in parte compiuta, soprattutto dal punto vista dei diritti sociali ed economici.

Ma quello che trascuravo e che davo superficialmente per scontato è che la sinistra italiana accettasse tutto il “pacchetto”, non solo le libertà economiche e di mercato ma anche quelle democratiche, meglio ancora le libertà senza nessuna qualifica.

Questo è avvenuto solo in parte, prova ne sia che ogni volta che si discute di libertà di espressione, movimento, iniziativa economica o, più banalmente, di farsi i fatti propri, la tendenza a sinistra è di considerarle, anche con una certa spocchia, libertà minori.

La considerazione che le società più libere sono anche quelle che consentono a una grande maggioranza di persone di vivere in maniera dignitosa e di aspirare a migliorare nel tempo la propria condizione di vita è contestata proponendo l’esempio di paesi che non tollerano alcuna forma di dissenso con la considerazione che questi danno da mangiare e si preoccupano della sopravvivenza dei loro popoli (vedi Cina, Cuba e Venezuela ma anche Russia e Iran). Mi piacerebbe sapere cosa ne direbbero i cinesi e i russi se potessero rispondere liberamente ma tant’è…..

Quando provo a discuterne con persone che conoscono il mio passato “politico” mi viene rinfacciato più o meno apertamente di essere diventato di “destra”, ma se discutessi della liberalizzazione dell’uso delle droghe leggere, altri mi appiccicherebbero tranquillamente l’etichetta di “sinistro”.

E, allora, ho compreso un fatto che ci riguarda come persone e come popolo che non è politico (sei di destra, sinistra, centro….) ma è prepolitico: nel nostro paese le libertà non sono considerate fondamentali da molta parte dell’elettorato e da larga parte della rappresentanza politica.

Intendiamoci, appena si lede un interesse, una posizione, il coro di voci sdegnate è molto rumoroso, ma sempre a difesa di una parte mai di un principio.

Quindi perché rimanere delusi se le prime decisioni del governo Meloni vanno esattamente nel senso di introdurre nuovi reati e relative (sproporzionate….) sanzioni, di non riformare l’ergastolo ostativo (una vergogna dal punti di vista giuridico) e non applicare per ora la timida riforma Cartabia?

Nulla di diverso dall’inseguire sulle spiagge i runner con i droni, dal perseguitare fiscalmente soprattutto quelli che lavorano e producono reddito e dal considerare gli indagati che riescono a ottenere dei verdetti di assoluzione come dei colpevoli che ce l’hanno fatto.

Dó una notizia a chi pensa che io sia diventato di destra: destra e sinistra sono straordinariamente simili nel nostro paese.

Sono stataliste, manettare e, in linea generale, contro l’iniziativa privata, a mano che non porti qualche vantaggio dal punto di vista economico o elettorale.

Da questo punto di vista non c’è differenza tra la difesa a oltranza dei balneari e dei tassisti e l’avversione al Jobs act e alle misure di liberalizzazione del mercato del lavoro: si difendono gli interessi corporativi a scapito dell’interesse dei clienti, degli imprenditori e,in generale, di tutte le persone che vorrebbero vivere in un paese che non penalizzasse costantemente il merito e la competizione a favore delle rendite di posizione.

Allora ai miei (ex) compagni e compagne mi piacerebbe dire che non sono diventato di destra: sono diventato, mio malgrado, liberale, radicalmente liberale.

Perché più passano gli anni meno sopporto le norme inutili, i soprusi, le regolazioni stupide che consentono a burocrazie inefficienti di impedirmi di vivere liberamente la mia vita.

Perché vedo come questa deriva sia la deriva anche di grandi aziende che spendono ingenti risorse per occuparsi della felicità e del benessere delle loro persone salvo alla prima difficoltà aprire sanguinosi processi di riorganizzazione e ristrutturazione.

Perché sono stufo di vedere personaggi senza arte né parte pontificare contro la deriva neoliberista nel paese occidentale più corporativo e con la maggior presenza dello stato nel mercato.

Ecco perché con un gruppo di amici ed amiche, proviamo a spronare il Terzo Polo a farsi promotore di un percorso politico che vada oltre la destra e la sinistra e fondi un partito autenticamente e “radicalmente “ liberale.

Apparentemente una battaglia contro i mulini a vento ma che, per me, va combattuta sino in fondo.

Il governo Meloni e il partito che non c’è

Giorgia Meloni ha tenuto il suo discorso alle Camere. Si è respirata di nuovo aria di democrazia, quell’aria che con i tanti governi “tecnici” o “del Presidente” o “di larga intesa”, si stentava a cogliere. Anche il più politico dei governi tecnici, il governo di Mario Draghi, consisteva in fondo in un execution, ancorché eccellente, della mission indicata dal Presidente della Repubblica.

Lo stesso Conte non ha avuto una piena legittimazione elettorale. Fu scelto come premier-manager da Di Maio e Salvini per attuare il “contratto di governo” che avevano stipulato.

Per ritrovare un governo davvero politico, presieduto da una figura indirettamente indicata dagli elettori, forte di una propria visione, bisogna risalire al 2008, al Governo Berlusconi IV.

Insomma, ci eravamo disabituati al pieno esercizio democratico e ci eravamo assuefatti alla proposizione di ricette tecniche in sostituzione delle visioni politiche, finendo per adottare un atteggiamento tecnocratico. Di questo atteggiamento tecnocratico, Carlo Calenda sembra fare la sua bandiera, come d’altronde dimostra la critica che egli rivolge alla Meloni, accusata appunto di elencare i temi e non illustrare le soluzioni. Ma i leader politici propongono una visione, indicano una via, illustrano uno scopo da perseguire. Questo Meloni ha cercato di fare presentando alle Camere il suo governo e secondo me lo ha fatto piuttosto bene.

Il deployment delle strategie in soluzioni tecniche operative, é un passaggio successivo.

Dal punto di vista dei contenuti, mi è parso un discorso ispirato a principi democratici e liberali, caratterizzato da una scelta di campo internazionale di tipo europeista e atlantista, mosso sul piano della giustizia da spirito garantista. Anche il caldo richiamo a un rapporto sano con le forze politiche di opposizione e all’intento di riformare insieme l’impianto istituzionale, ha un sapore profondamente democratico.

Si tratta di un discorso che avrebbe potuto pronunciare un qualsiasi leader liberale europeo. Questa è la mia opinione.

Insomma, chi prevedeva sguaiatezza e autoritarismo, si sbagliava. Così come si sbagliava chi prevedeva una squadra di governo composta da macchiette con libro e moschetto: la qualità della composizione del nascente governo è migliore rispetto ai governi della passata legislatura e segnatamente del Conte I e del Conte II.

Certo, c’è anche Salvini, ma in un sistema in cui governano le coalizioni, con le coabitazioni difficili bisogna farci inevitabilmente i conti. Meloni saprà gestire Salvini? Per ora mi limito a registrare come Salvini la applaudisse mentre impegnava il suo governo a “sostenere con ogni mezzo il valoroso popolo ucraino”.

Insomma, l’Italia può contare su un governo di qualità più che accettabile, ispirato a dichiarati principi liberali.

In qualunque paese europeo, l’azione politica di un siffatto governo, sarebbe condizionata in senso liberale grazie alla partecipazione del Partito Liberal-democratico. In Italia no, in Italia un Partito Liberal-democratico non c’è. Ciò che più gli assomiglia è il terzo polo, ma come ho più volte sottolineato, Azione e Italia Viva si portano dietro una sorta di nevrosi che in un mio recente articolo sintetizzo con il complesso della sinistra, la sindrome dell’ex, la fobia per la destra.

Così il terzo polo rinuncia a quella che dovrebbe essere la missione di un partito liberal-democratico: partecipare al governo, assicurandone e rafforzandone la dichiarata ispirazione liberale.

Così Renzi, pur giganteggiando fra i tanti nani politici che siedono in Parlamento, tuttora afflitto dalla sindrome dell’ex, ancora una volta rivolge il suo intervento in Senato soprattutto agli “amici del PD”, ridicolizzandoli. Ma il sistema democratico italiano non ha bisogno delle battute di Renzi, né dei sassolini che si toglie dalla scarpa, ha bisogno del partito che non c’è, di un partito liberal-democratico che sappia fare il partito liberal-democratico.

Terzo polo, questione di visione.

I recenti avvenimenti politici in ordine alla formazione del nuovo governo e l’espressione delle diverse posizioni politiche, mettono in evidenza come su gran parte dei temi sul tappeto, il conflitto fra destra e sinistra corrisponda alla disputa fra facce della stessa medaglia. Sembra quasi che ci si voglia disputare la palma d’oro del più statalista.

Il sistema democratico italiano ha dunque sempre più bisogno di un’alternativa liberal democratica al bi-populismo. La missione del cosiddetto terzo polo sembra essere proprio questa. Si, ma come procedere?

L’appello a Renzi e Calenda ospitato su questo blog e sottoscritto da centinaia di terzopolisti, ha lo scopo di sollecitare in tal senso. Qualcuno, ben comprensibilmente, ci richiama all’ordine e ci suggerisce di “lasciarli lavorare”. Comprendiamo e apprezziamo questo sentimento. Anche noi, in generale, pensiamo che sia più produttivo dare una mano che non fare i facili giudici. Per quale ragione, allora, pensiamo che il senso dell’appello sia più che mai attuale?

Noi non poniamo un tema di pianificazione, non chiediamo banalmente di “stringere i tempi”, noi mettiamo in evidenza come per dare vita al partito dei liberal democratici ci siano due vie, due differenti visioni, diverse e alternative, o l’una o l’altra.

La via che sembra essere stata presa, consiste nella costituzione di una federazione fra Azione e Italia Viva, con Calenda Presidente, per poi procedere alla fusione dei due partiti. Abbiamo già messo in evidenza come la soluzione della federazione, ancorché transitoria, aggiunga ben poco valore e sia carica di rischi (in questo articolo è spiegato piuttosto precisamente), ma soprattutto vogliamo sottolineare come mettendo insieme due partitini non si ottiene un grande partito, ma un partitino unico. Si tratterebbe di un processo destinato a restare circoscritto nel perimetro piuttosto angusto dei militanti dei due partiti.

La via che proponiamo noi prevede invece il lancio di una fase costituente aperta, rivolta non già ai militanti, ma a tutti gli elettori del terzo polo ed anche a tanti che, pur non avendolo votato, lo hanno guardato con simpatia. Una fase costituente di un soggetto terzo, davvero nuovo, aperto, che non sia espressione della sommatoria dei due partiti, Azione e Italia Viva, ma prenda vita grazie a un’elaborazione originale che caratterizzi l’identità di un soggetto nato ex-novo.

Questa seconda via consentirebbe di adottare un atteggiamento politico nuovo, senza le vecchie zavorre che partiti costituiti da “ex-PD” inevitabilmente si portano dietro: il complesso della sinistra, la sindrome dell’ex, la fobia della destra (qui è spiegato più diffusamente). Renzi e Calenda sono dunque chiamati ad andare oltre loro stessi. Sappiamo di chiedere tanto, ma questo è ciò di cui ha bisogno il nostro Paese.

L’appello a Renzi e Calenda é più attuale che mai

Innanzitutto GRAZIE a tutti coloro che hanno voluto sottoscrivere l’appello a Renzi e Calenda per l’apertura della fase costituente di un nuovo soggetto politico.

Sono convinto che questa iniziativa abbia contribuito a indurre i vertici terzopolisti a una presa di posizione sul tema. Sono anche dell’idea che tale posizione sia ancora troppo timida. Per questo, penso che i contenuti dell’appello siano più attuali che mai.

In effetti, ciò di cui ha bisogno il sistema democratico italiano, non é la fusione di due partitini decisa a tavolino dai suoi due leader, ma é invece l’apertura di una fase costituente volta a coinvolgere un ampio pubblico, oltre il perimetro di Azione e Italia Viva. Solo così si può lavorare all’elaborazione di una visione radicalmente alternativa al bi-populismo ed equidistante da destra e sinistra. In questo mio articolo, pubblicato proprio oggi su Linkiesta, propongo un ulteriore approfondimento.

E se Meloni squadernasse il quadro?

Anche grazie alle sparare del Berlusca, é sempre più chiaro come l’atlantismo rappresenti oggi, più che destra/sinistra, il vero discrimine per la formazione del governo.

Il sincero atteggiamento atlantista attraversa trasversalmente, sia pure con quote diverse, tutte le forze politiche. Così, ad esempio, c’è chi é mosso da spirito atlantista addirittura nella Lega e c’è chi non lo é del tutto nel PD.

Oggi, di fronte al quadro aperto dalle sparate del Berlusca (rincoglionito o diabolico, poco importa, l’effetto é ciò che conta), Meloni é messa alla prova e potrà dimostrare il suo reale spessore. Potrà provare a rattoppare malamente la situazione o potrà squadernare il quadro.

Certo, perché si configuri la seconda opzione, bisognerebbe darle una mano. Credo che il terzo polo farebbe bene a lavorare alla formazione di un governo inequivocabilmente atlantista, a guida Meloni, che preveda nel suo programma l’abolizione del reddito di cittadinanza. Poi ci si presenta alle Camere e si vede ciò che succede.

Lo so, é fantapolitica, ma a volte scatenare la fantasia fa respirare un po’.

La Russa e Fontana: la fine di tutto? No, semplice alternanza.

Che Paese strano: Mattarella non ha ancora formalizzato l’incarico, non si conosce la composizione dell’eventuale governo, addirittura é in dubbio la composizione della maggioranza, men che meno, ovviamente, si può giudicare la qualità delle scelte, ma già si evoca “un’opposizione dura”. Lo stesso Calenda parla di opposizione dura e intransigente, peraltro dopo aver assicurato un’opposizione critica, ma collaborativa. Ma come mai proprio non si riesce a smarcarsi dal rito dell’opposizione dura?

Erano i primi anni ottanta, quarant’anni fa, quando Bettino Craxi indicava come fattore abilitante all’emancipazione democratica del Paese, la serena accettazione della democrazia dell’alternanza. Sono passati quarant’anni e siamo ancora qui, specie a sinistra, a denunciare la fine di tutto se vince il nemico.

Lo schema si applica anche all’elezione dei Presidenti delle Camere. La Russa ha una visione colpevolmente romantica del fascismo, è vero, ma ci si dispera come se con la sua elezione i parlamentari fossero obbligati al saluto romano all’apertura di ogni seduta. Fontana ha una visione da ultrà cattolico, visione invisa anche alla gerarchia ecclesiastica. Cosa pensiamo che questo comporti? La fine dei “diritti” come qualcuno sembra sostenere?

Ma facciamola finita sù, accettiamo una volta per tutte la dinamica dell’alternanza, dinamica che, ovviamente, porta figure di volta in volta distanti l’una dall’altra a ricoprire ruoli di responsabilità. In questo, la sinistra, a causa della sua presunzione, è anche peggio della destra. Non ricordo un solo democristiano o liberale denunciare con la protervia che usa la sinistra, l’elezione di un proprio avversario alla presidenza di una Camera. Eppure di rospi ne hanno dovuti mandare giù: negli anni ‘70 è stato Presidente della Camera Pietro Ingrao, leader dell’area operaista del Partito Comunista; gli è seguita la comunista Nilde Iotti, storica compagna del Migliore, braccio destro di Stalin nella Seconda Internazionale; poi Giorgio Napolitano, leader dei comunisti miglioristi; infine Fausto Bertinotti, leader di Rifondazione Comunista. Anche in tempi recenti, l’elezione di Laura Bodrini, anch’ella proveniente da Rifondazione Comunista, non provocò a destra lo sdegno che si respira oggi a sinistra. Certo, la Bodrini è stata contestata, ma per le posizioni che ha assunto, non per il fatto in sé di essere stata eletta. La sinistra in quanto a rispetto della dinamica democratica ha tanto da imparare dalla destra. Ma a sinistra non ci se ne rende conto, si pensa che i propri rappresentanti, anche quando così fortemente caratterizzati, siano “di un’altra statura”.

Tornando all’elezione di Fontana, ciò che legittimamente preoccupa non è certo la sua legittima posizione sulle questioni LGBT, ma semmai le sue posizioni anti-europee e putiniane. Questo sì. Si tratta di una grande concessione a Salvini, concessione che spero peserà nella negoziazione della compagine governativa dove spero che la pregiudiziale atlantista sia effettivamente fatta valere.

A proposito di questo, ciò che non accadrà, ma che sarebbe coerente e auspicabile che accadesse, è un governo atlantista, a guida Meloni (ha vinto le elezioni), sostenuto da una maggioranza composta oltre che da Fratelli di Italia, dal Terzo Polo, da Pezzi di Forza Italia, pezzi della Lega, pezzi del PD. Ovviamente si tratta di fantapolitica.

Intanto Renzi e Calenda non dimentichino la promessa fatta agli elettori in ordine alla costituzione di un nuovo soggetto politico che prenda vita dall’esperienza elettorale dell’alleanza tra Azione e Italia Viva. Bisogna ricordarglielo, Renzi è troppo preso dalla voglia di esprimere la sua sagacia tattica nelle scelte parlamentari, Calenda dà l’impressione di temporeggiare. Magari non sarà così, ma far sentire la nostra voce non può far male, per questo in tanti stanno sottoscrivendo l’appello che ospito sul mio blog e che io stesso ho sottoscritto: Appello a Renzi e Calenda – Il blog di Alessandro Chelo

Appello a Renzi e Calenda

Con un gruppo di amici perlopiù genovesi, abbiamo pensato di appellarci a Renzi e Calenda affinché diano seguito all’esperienza elettorale del terzo polo per dare davvero vita, senza ulteriori indugi, a una forza politica liberal-democratica. Alcuni di noi fanno riferimento a Italia Viva e Azione, ma la gran parte di noi non ha appartenenza. Il nostro intento consiste nel coinvolgere altre persone in questa iniziativa, persone di altre città, con storie e esperienze diverse. Ecco il testo dell’appello:

Esortiamo Matteo Renzi e Carlo Calenda a dare vita, senza indugi, alla fase costituente di un nuovo soggetto politico.

Riteniamo che una semplice “federazione” rappresenterebbe una soluzione debole e parziale. La costituzione di nuovo soggetto politico presuppone lo scioglimento dei partiti che lo generano.

Riteniamo che la fase costituente debba coinvolgere un pubblico ampio, ben oltre il perimetro di Azione e Italia Viva.

La fase costituente deve definire in modo inequivocabile, alcuni elementi di fondo:

• La visione. Occorre proporre la visione di un futuro possibile, ma al contempo desiderabile e definirne gli elementi fondanti. Il pur apprezzabile richiamo alla competenza e al pragmatismo appare parziale e insufficiente.

• Il posizionamento. Occorre confermare un atteggiamento politico effettivamente equidistante da destra e sinistra. Occorre rappresentare una reale alternativa al bi-populismo, al fine di rivolgersi con credibilità a tutti gli elettori, nessuno escluso.

• L’organizzazione e la leadership. Occorre salvaguardare la rappresentanza senza che ciò vada a detrimento di valori essenziali quali l’efficacia e la qualità. Una formula organizzativa moderna favorisce un ampio coinvolgimento, affinché più persone con esperienze e provenienze diverse partecipino all’elaborazione della visione e possano concorrere alla determinazione della leadership più coerente col progetto politico.

Il momento é ora. Cogliamo l’occasione che la storia ci regala.

Chiunque volesse unirsi a noi e sottoscrivere l’appello, può farlo a questa pagina del blog: APPELLO A RENZI E CALENDA

Il dilemma del terzopolista: redimere il PD o dare vita a un nuovo soggetto politico?

Tra terzopolisti si ragiona sulla costruzione di un nuovo soggetto politico che superi Azione e Italia Viva. I più pensano a un nome come Renew Europe Italia. Si tratta di un progetto impegnativo ed entusiasmante. Per mettervi mano, occorre però scrollarsi definitivamente di dosso la sindrome dell’ex, l’idea che prima o poi l’amante che ci ha traditi torni sui suoi passi e, grazie alla nostra perseveranza, possa “cambiare” e tornare ad essere ciò che era. Come tutti gli amanti traditi, anche un certo tipo di terzopolista dice peste e corna dell’ex, ma non fa che parlarne, fuor di metafora, si dice peste e corna del PD, ma non si fa che parlarne.

Così come l’amante tradito pensa che quando l’ex avrà capito che il nuovo amore non è quello vero tornerà sui suoi passi, anche il terzopolista afflitto dalla sindrome dell’ex, pensa che il PD possa tornare ad essere ciò che era in origine. Ma cos’era il PD alle sue origini? Davvero è cambiato nel tempo in quanto folgorato da un’illusione d’amore (Conte)? Il suo attuale atteggiamento politico non è invece del tutto coerente con la sua storia? Proviamo a fare un po’ di chiarezza.

L’attuale crisi di identità del PD rappresenta un momento contingente? No. Il PD è nato interrogandosi sulla propria identità, da sempre contraddittoria, ed ha vissuto continuando a interrogarsi sulla propria identità. Gli stessi tentativi di Veltroni prima e Renzi poi, sono apparsi deboli, quasi estranei alla cultura del partito e sono miseramente naufragati. Perché? Sì ok, la “ditta”, i cattivi, i sabotatori. Tutto vero, ma se si vuole tentare un’analisi che vada oltre il gossip, bisogna scavare ancora un po’.

Le radici della crisi di identità del PD, vanno ricercate nell’evento che ha consentito la sua genesi: la trasformazione del PCI in PDS. Quando nel 1991, a fronte dell’implosione dell’utopia comunista, Occhetto, l’allora segretario, procedette allo scioglimento del PCI in favore di un nuovo soggetto, il PDS, dimostrò magari un certo coraggio, ma non abbastanza per fare l’unica cosa che avrebbe dovuto fare. Egli avrebbe dovuto pronunciare poche semplici parole: “Quando, travolti dalle sirene staliniane, abbandonammo la casa socialista, compimmo un imperdonabile errore. Chiediamo venia. Chiediamo, umilmente, di essere riaccolti nella casa socialista“. Così facendo, l’Italia avrebbe contato su un grande partito social-democratico e la sua storia politica sarebbe stata di molto diversa. Ma no, Occhetto non lo fece, non pronunciò queste parole. Preferì perpetrare la retorica della “questione morale” in odio ai socialisti, confermare il più o meno dichiarato disprezzo verso la social-democrazia e rivolgersi semmai al mondo cosiddetto cattolico-progressista.

Così l’Italia ha avuto un partito post-comunista, non anti-comunista, sotto sotto anti-socialista e di certo non social-democratico, una sorta di partito comunista moderato più appetibile per una forma di integrazione con la sinistra democristiana. Ciò ha favorito la nascita del PD, anch’esso più catto-comunista che social-democratico. Dal PDS in poi, la sinistra italiana non ha avuto visione né identità, così a finito per acchiappare le battaglie che, dopo l’anti-craxismo, passava il convento: antiberlusconismo, giustizialismo, moralismo, bacchettonismo, anti-renzismo.

Oggi si parla di crisi di identità del PD, ma si dovrebbe parlare di un’implosione generata da una connaturata mancanza di identità. Credo sia il caso di prenderne atto. Non c’è alcuna ispirazione originaria dimenticata, non c’è alcuna identità tradita, c’è semmai una mancanza di identità conclamata. E allora che senso ha perpetrare l’illusione di una redenzione? Redenzione de che? O forse si pensa che la scelta social-democratica possa essere compiuta oggi con trent’anni di ritardo? Non avrebbe senso. Non per il ritardo in sé (che comunque renderebbe la scelta un po’ ridicola), ma perché nel frattempo il mondo è cambiato radicalmente e sarebbe comunque una risposta inadeguata.

Non c’è nessun ex da redimere da riportare su una buona strada che in effetti non ha mai percorso. I terzopolisti, ne scrivo in un articolo per Linkiesta, pensino a dare vita a un soggetto politico che non abbia la missione di “cambiare il PD”, ma sappia rivolgersi a tutti gli elettori, nessuno escluso.