Torna il bipolarismo? Bene, c’è un nuovo giaguaro da smacchiare!

Dunque vince Bonaccini. Cosa ci racconta questo voto?

Innanzitutto che, forse, la sguaiatezza non paga più come un tempo, forse, non bastano gli slogan, forse, gli elettori iniziano a guardare anche con certo scetticismo chi indica e esaspera i problemi, ma non indica credibili soluzioni. Bene.

Il secondo dato riguarda i 5Stelle. In effetti, dopo questa tornata elettorale, è difficile immaginare qualcosa di diverso dal loro declino verso l’irrilevanza.

Questi due elementi ragionevolmente veri, generano però altrettanti equivoci. Vediamoli.

Primo equivoco.

La sguaiatezza non paga più come un tempo? Può darsi, ma attenzione:

questo non significa che alla sguaiata narrazione neo-populista sia sufficiente contrapporre l’esperienza e la competenza.

No, non è così. O, meglio, è così in situazioni straordinarie come quella della Regione Emilia Romagna dove il confronto era tra un amministratore competente che ha già dato dimostrazione delle sue capacità e una candidata in erba e priva di argomenti, oscurata da Salvini. Un confronto impari. Ma per quanto attiene il quadro nazionale, è totalmente illusorio e certamente insufficiente, contrapporre alla sguaiata ma potente narrazione neo-populista la competenza dei Calenda o dei Cottarelli di turno. Ci vuole altro, bisogna scaldare i cuori e rispondere a bisogni di tipo esistenziale.

Per competere con la potente narrazione neo-populista, occorre proporre una narrazione diversa, alternativa, altrettanto potente che stenta ad essere elaborata.

Perché non si mette mano all’elaborazione di una narrazione alternativa? In fondo non serve?

Ed ecco il secondo equivoco.

Un po’ tutti si affannano ad affermare che col drastico ridimensionamento del Movimento 5 Stelle, si ritorna al buon vecchio bipolarismo destra/sinistra. Se questo è vero, allora la narrazione neo-populista altro non è che una narrazione “di destra” e non occorre quindi affannarsi più di tanto all’elaborazione di una narrazione alternativa, basta fare ricorso ai “valori della sinistra”, magari un po’ rammodernati.

Non è così:

la narrazione neo-populista continua ad essere trasversale rispetto allo schema destra/sinistra e l’alternativa, per competere, lo deve essere altrettanto.

Molti, anzi i più, fanno fatica a sintonizzarsi con questo concetto. Eppure è forse sufficiente un po’ di onestà intellettuale per rendersi conto come Quota100, per fare un esempio, “profumi di sinistra”, per usare un’espressione di Nichi Vendola. No? Da sempre lo slogan “le pensioni non si toccano” con la variante “giù le mani dalle pensioni” appartiene alla sinistra, non certo alla destra. Fin dai tempi del primo Governo Berlusconi e dal grido d’allarme lanciato dall’allora Ministro Dini, la sinistra si è opposta a ogni riforma strutturale volta a garantire sostenibilità al sistema pensionistico. La battaglia contro la Legge Fornero per affermare soluzioni simili a Quota100, sono perfettamente in linea con la tradizione politica della sinistra.

E sul lavoro? L’ostracismo del passato Governo giallo-verde rispetto alla riforma del lavoro voluta dal Governo Renzi e alla stessa abolizione del famigerato articolo 18, non è forse riconducibile alla cultura politica della sinistra? Non ci si ricorda di quando Sergio Cofferati portò in piazza tre milioni di persone convinte che l’abolizione dell’articolo 18 (ipotizzata dall’allora Governo Berlusconi) “ledesse i diritti fondamentali dell’uomo” (sic!)? L’ostracismo che fu del Governo giallo-verde e che tuttora permea il neo-populismo, è figlio soprattutto di quella cultura politica di stampo sindacale.

E poi ci si interroga su come sia possibile che un elettore “di sinistra” voti per i neo-populisti? Se non si adotta un nuovo paradigma interpretativo, resta una sola risposta: gli elettori della Lega sono beceri ignoranti. Peccato che alcuni milioni di quei “beceri ignoranti”, alle elezioni Europee del 2014, parliamo di pochi anni fa, votarono il PD di Matteo Renzi. Erano beceri ignoranti anche allora?

La verità è che per un elettore “di sinistra” non è poi così contraddittorio scegliere il neo-populismo.

Si, ma su altri temi il confronto è riconducibile allo schema destra/sinistra. Davvero? Quali? La società aperta ed europeista e l’accoglienza? E qui viene proprio da ridere. Buona parte degli europeisti di oggi vengono dalla tradizione anti-europeista della sinistra: quando Bettino Craxi parlava di processo di integrazione europea (pur evidenziandone i rischi), Enrico Berlinguer parlava di euro-comunismo. Ma quale “società aperta”? Il principio della libera circolazione delle merci e delle persone è un principio liberale, non socialista, d’altronde i veri specialisti dei muri sono i regimi comunisti.

No, anche i temi della società aperta e dell’accoglienza sono trasversali rispetto allo schema destra/sinistra. Non sono un’esclusiva della sinistra. Per nulla.

Non parliamo poi del tema del giustizialismo. Qualcuno dimentica di quando il Travaglio anti-berlusconiano era un idolo della sinistra. Qualcuno dimentica le esultanze a ogni avviso di garanzia recapitato a Berlusconi. D’altronde, alcuni commenti sul ventennale della morte di Bettino Craxi (parliamo di pochi giorni fa) da parte di grillini, comunisti e comunistoidi, molti dei quali con hashtag facciamorete, sono di una violenza verbale non dissimile da quella fascista:

anche il giustizialismo populista deriva in gran parte dalla cultura politica della sinistra.

Pensare di contrapporre alla narrazione neo-populista i vecchi arnesi novecenteschi della sinistra, anche con il maquillage rivisitato, è del tutto sbagliato oltreché illusorio. Per questa ragione, chi si pone in alternativa al neo-populismo, ma al di fuori del PD, non deve cadere nella trappola:

la via per battere il neo-populismo, non consiste nel rafforzare il campo del centrosinistra, consiste nel creare un campo nuovo, trasversale, appetibile per qualunque elettore, fondato su una narrazione nuova, attraente, coerente con l’epoca 4.0.

Le forze politiche alternative al neo-populismo ma esterne al PD, sapranno evitare la trappola? Francamente non credo, non mi pare di poter rilevare segnali in tal senso: prevale la retorica del “battere le destre” come se non ci si fosse pienamente liberati dalla sindrome dei giaguari da smacchiare.

Eppure, ad esempio per Italia Viva, questo è il discrimine, questo è lo spartiacque:

  • porsi con coraggio, come l’embrione del polo umanistico, alternativo al neo-populismo, fondato su una narrazione trasversale rispetto allo schema destra/sinistra;
  • porsi come la componente “liberal” del centrosinistra, rivendicando la propria coerenza e continuità coi principi originari del PD.

Dalla scelta rispetto a queste opzioni diverse, alternative e incompatibili, deriva non solo il successo di Italia Viva, ma anche l’emancipazione del sistema democratico italiano. Talora ho l’impressione che si voglia invece rifondare il PD, fare il PD dei giusti, altre volte che ci si voglia prendere una rivincita, il PD 2 la vendetta, raramente che si voglia costruire davvero qualcosa di totalmente nuovo.

Nei prossimi giorni verranno indicati i Coordinatori territoriali e avrà luogo la prima Assemblea Nazionale di cui finalmente si conosceranno (spero) tutti i componenti. Vedremo se e come si scioglierà l’equivoco.

 

Muore Pansa, si ricorda Craxi.

È morto Gianpaolo Pansa. Proprio a pochi giorni del ventennale della morte di Bettino Craxi.

C’è qualcosa che accomuna questi due protagonisti della fine del novecento italiano? Si.

Pur non avendo avuto Pansa particolare simpatia nei confronti di Craxi, un collegamento tra i due c’è.

Pansa, uomo di sicura storia e fede democratica, a un certo punto del suo percorso giornalistico, decide di scrivere una serie libri sulle violenze compiute da partigiani nei confronti di fascisti durante e dopo la seconda guerra mondiale: Il sangue dei vinti (vincitore del Premio Cimitile 2005), Sconosciuto 1945, La Grande Bugia e I vinti non dimenticano (2010).

Le reazioni di gran parte della sinistra furono rabbiose:

Gianpaolo Pansa si permetteva di insinuare un dubbio, il dubbio che non bastasse dirsi antifascisti per essere immuni da tentazioni violente, antidemocratiche, autoritarie.

Analogo principio fu convintamente e reiteratamente espresso da Bettino Craxi, secondo il cui pensiero, ad esempio, lo scempio di Piazzale Loreto rappresenta una pagina buia della storia italiana.

Anche secondo il pensiero di Craxi, l’antifascismo non rappresenta di per sè un antidoto alla barbarie. È anche a partire da questa considerazione che ebbe il coraggio, negli anni ottanta, di definirsi “fieramente anticomunista”.

Nè Pansa né Craxi furono perdonati. Tanto Pansa quanto Craxi furono etichettati come fascisti o amici dei fascisti, Craxi in particolare, ad esempio, fu disegnato per anni e anni dal grande Forattini, vestito da gerarca fascista.

Dare del fascista a chi pensa che l’antifascismo non rappresenti di per se una patente di autentica democraticità, è un vecchio vizio, tuttora in uso, dei comunisti.

Ogni 25 aprile si festeggia la liberazione dell’Italia dall’oppressione fascista. Ogni 25 aprile qualcuno immancabilmente salta su e sostiene che il 25 aprile dovrebbe essere la giornata contro tutti i totalitarismi. Peccato che il 25 aprile del 1945 l’Italia si sia liberata dal fascismo, non da “tutti i totalitarismi”.

Allo stesso modo, ogni 9 novembre si festeggia la liberazione di parte dell’Europa dall’oppressione comunista. E allo stesso modo, ogni 9 novembre qualcuno immancabilmente salta su e sostiene che il 9 novembre dovrebbe essere la giornata contro tutti i muri. Peccato che il 9 novembre del 1989 sia caduto il muro di Berlino, non “tutti i muri”.

È così difficile festeggiare ogni 25 aprile la liberazione dell’Italia dal regime fascista e ogni 9 novembre la liberazione dell’Europa dai regimi comunisti?

Si, è così difficile. È ancora oggi così difficile. Anche per questo l’opera letteraria di Pansa e il pensiero politico di Craxi continuano, drammaticamente, ad essere attuali.

Alla ricerca dell’alternativa perduta

Condivido il testo di un articolo che ho pubblicato per Strade.

Salvini fa poco più che baciare i prosciutti e i sondaggi dicono che la Lega resta saldamente il primo partito. Com’é possibile? Molti sostengono, con fare snobisticamente rassegnato, che siamo un popolo di ignoranti. Per quanto ci sia del vero, non é questa la ragione del successo di Salvini. Il consenso della Lega ha ragioni politiche:

in Italia, a oggi, non esiste una reale alternativa al populismo, questa è la cruda realtà.

Provo ad argomentare questo mio convincimento, raccontando la mia esperienza personale sul tema, sperando che la mia “storia” (che di per sé non interessa ad alcuno) rappresenti in qualche modo il sentimento di chi si sente “alla ricerca dell’alternativa perduta”.

Parto da lontano. Fui in qualche modo testimone diretto della nascita del grillismo. Negli anni immediatamente precedenti alla sua nascita, infatti, collaborai amichevolmente con Beppe Grillo alla progettazione di un paio di suoi spettacoli. Assistetti in prima persona alla sua metamorfosi da tribuno del palco a tribuno del popolo, fino alla nascita, nel 2009, del Movimento 5 Stelle.

Fondò il suo partito con Gianroberto Casaleggio che ebbi occasione di conoscere nei primi anni 2000: un manager potentemente innovativo. Portammo avanti un importante progetto di gestione delle risorse umane nella web technology. Si appassionò al mio approccio umanistico, tanto che volle scrivere la prefazione del libro La leadership di Peter Pan che pubblicai con Sperling & Kupfer proprio in quegli anni.

Fu chiaro fin da subito come il Movimento 5 Stelle si fondasse su un linguaggio sguaiatamente aggressivo e su una visione complottista del mondo, ancorché in parte edulcorata da quella visionaria di Casaleggio. Eppure un’intuizione c’era: per leggere il mondo nell’era della globalizzazione e della digitalizzazione, occorreva “indossare un nuovo paio di occhiali”, occorreva fare ricorso a nuovi paradigmi e accettare il superamento dei vecchi, occorreva, per quanto attiene l’elaborazione politica, andare oltre lo schema destra/sinistra, cosa che il M5S fece, con successo, fin da subito.

Mi convinsi che, con la nascita del Movimento 5 Stelle, si sarebbe progressivamente determinato un nuovo bipolarismo, non più fondato su destra/sinistra e sarebbe divenuto quindi necessario lavorare per un’alternativa a questa forma neo-populista, un’alternativa che non fosse prigioniera dei vecchi steccati novecenteschi.

Ben sapendo che l’alternativa non poteva certo essere rappresentata né generata da quella sinistra che, anzi, aveva potentemente concordo a generare la narrazione populista, mi parve che l’unico spiraglio di luce potesse provenire dalla Leopolda renziana, la cui prima edizione fu sostanzialmente contemporanea alla nascita del partito grillino.

Iniziai a seguire le gesta del giovanissimo Renzi, sia pure molto scettico intorno alla possibilità che l’alternativa al neo-populismo potesse derivare da un “nuovo PD”.

Quando nel 2012 Matteo Renzi fu sconfitto da Bersani alle primarie, ebbi con lui un più che simpatico carteggio. Mi contattò, ringraziandomi, per la copia del mio libro Il coraggio di essere te stesso che Feltrinelli, l’editore, gli fece avere in occasione del lancio che avvenne proprio in quei giorni. Ne approfittai per sottoporre alla sua attenzione i miei ragionamenti intorno alla necessità di una narrazione totalmente nuova e i miei dubbi intorno alla possibilità che tale narrazione potesse derivare dal PD. Mi colpì (e appezzai) la convinzione con cui argomentò il contrario e cioè come, secondo il suo punto di vista, il PD fosse il generatore naturale della nuova narrazione. Dopo brevissima frequentazione del mondo piddino, mi convinsi più che mai della mia idea. Certamente Matteo non ricorda di quel breve carteggio, ma io apprezzai molto la disponibilità che dimostrò nei miei confronti, per lui, un emerito sconosciuto.

Pur continuando a seguire con simpatia la battaglia contro i mulini a vento che Renzi portava avanti nel PD, restai per anni orfano di una sponda politica di riferimento: neppure la meteora politica di Mario Monti fornì un’adeguata risposta.

Verso la fine del 2017 conobbi Benedetto Della Vedova. Mi parlò dell’intento di far evolvere l’associazione politica che presiedeva, Forza Europa, in lista elettorale, coinvolgendo i Radicali di Emma Bonino.

L’idea poggiava le sue basi ideali sul convincimento di diversi intellettuali intorno al nuovo paradigma che si affacciava: non più destra/sinistra, ma apertura/chiusura. Potrebbe essere la volta buona, pensai. Così nacque Più Europa che nelle politiche del 2018, sfiorò il superamento dello sbarramento del 3%.

Nei giorni successivi all’esito elettorale, partecipai alla Direzione Nazionale di Forza Europa, per l’occasione aperta alla partecipazione di Emma Bonino. Sottolineai come, un po’ inevitabilmente, la proposta di Più Europa fosse stata percepita come appiattita sulla potente immagine pubblica di Emma Bonino e come tale appiattimento abilitasse a un agevole raggiungimento del 2,7% (il risultato che ottenne Più Europa) e al contempo ne impedisse il superamento. Argomentai che, conseguentemente con ciò, un’eventuale evoluzione della lista elettorale in partito strutturato, avrebbe dovuto prevedere lo scioglimento nella nuova formazione da parte dei partitini fondatori, pena un’alta conflittualità interna, una leadership debole o divisiva, un’identità sfumata o contraddittoria. Il mio argomento non ebbe successo e la stessa Emma Bonino, replicando al mio intervento, escluse questa possibilità. Così fui l’unico a esprimere voto contrario alla nascita di un partito con forma federale e mi allontanai progressivamente da quell’esperienza che a tutt’oggi, mi sembra, fatichi a decollare.

Così mi ritrovai nuovamente orfano, ma ecco un nuovo spiraglio di luce. A dire la verità, mi parve ben più di uno spiraglio: finalmente Matteo Renzi sceglie di portare avanti il suo progetto politico fuori dal PD. Nasce Italia Viva.

Aderisco senza tentennamenti. Sarà davvero la volta buona? Sarà davvero “tutta un’altra storia”?

Renzi, si sa, è un maestro di tattica, ma per lanciare un nuovo soggetto politico, la tattica non basta e non basta neanche un leader, occorre un’identità forte, non scontata, inequivocabile.

Questi primi mesi di vita del nuovo partito renziano mettono invece in luce un dilemma identitario: Italia Viva é davvero “tutta un’altra storia” o, come ebbe a dire Roberto Giachetti, è “ il PD che ce l’ha fatta”? Si colloca oltre lo schema destra/sinistra oppure considera il centrosinistra come suo “campo naturale”? Considera come principale avversario politico il neo-populismo (leghista e grillino) o “le destre”?

Se talune scelte sembrano ancorché timidamente indicare “tutta un’altra storia”, alludo ad esempio alle vicende della concessione di Autostrade e della abolizione della prescrizione, altre vanno a mio giudizio nella direzione contraria. In particolare trovo che rappresenti un’involontaria confessione di continuità col PD l’addotta ragione ufficiale del voto favorevole all’autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini, ragione reiterata dai principali esponenti di Italia Viva; cito testualmente dall’account Twitter di Italia Viva: “Se il caso Gregoretti è identico a quello della Diciotti, allora voteremo come sulla Diciotti”.

Se davvero si vuole testimoniare “tutta un’altra storia”, i parlamentari di Italia Viva non devono ragionare e muoversi come ex-PD, come il gruppo dei parlamentari “giusti” del PD, ma come se fossero stati eletti ex-novo dall’elettorato a cui Italia Viva si rivolge che non dovrebbe essere tout court quello del PD.

Cosa vuol dire “voteremo come sulla Diciotti” se al tempo del caso Diciotti, Italia Viva ancora non esisteva? Non è una questione di lana caprina, è al contrario un’illuminante (e preoccupante) cartina torna sole.

Così come si è rivelato illusorio (velleitario?) pensare di cambiare il PD, è forse altrettanto difficile costruire tutta un’altra storia se i suoi artefici sono tutti ex PD. Il rischio di costruire “il PD dei giusti” è alto. Sarà difficilissimo sfuggire a questa tentazione, talora ho l’impressione che molti sostenitori di Italia Viva ambiscano a una sorta di partito catto-comunista 4.0. Anche la scelta di partecipare alle elezioni regionali, da questo punto di vista, è rischiosa giacché “costringe” Italia Viva a confermare anche sul piano locale l’alleanza che sostiene il governo nazionale e comunque a competere come parte integrante del centrosinistra.

Questa strada può portare a ritagliarsi un consenso (5%?) da far pesare al tavolo del centrosinistra e nulla più.

Il sistema democratico italiano ha bisogno di ben altre risposte. Risposte che potrebbero forse essere abilitate generando un’unità di intenti con Voce Libera, l’associazione politica fondata da Mara Carfagna, associazione che, in questo senso, va sostenuta. D’altronde, già nell’aprile del 2019 caldeggiai su Strade qualcosa di simile, Care Mara e Maria Elena, l’Italia ha bisogno di coraggio: il vostro

Nell’ultima piacevole chiacchierata che ebbi con Benedetto Della Vedova, prima di disimpegnarmi da Più Europa, gli dissi che l’Italia non ha bisogno della punta di diamante di un’alternativa che ancora non c’è, ma dell’embrione generativo di un’alternativa tutta da costruire.

Valeva per Più Europa, vale per Italia Viva.

Il successo di Italia Viva? Questione di identità.

Nel mio precedente articolo, ho espresso una certa contrarietà rispetto all’annunciato voto favorevole da parte di Italia Viva per l’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex Ministro Salvini.

Ho cercato di mettere in evidenza la differenza sostanziale tra l’ipotesi di un reato compiuto per vantaggio personale o partitico e l’ipotesi di un reato riscontrato in un atto di Governo. Il secondo caso é per me eccezionalmente più delicato e di ciò mi pare non si tenga sufficientemente conto.

Voglio fare le barricate su questo? No, non condivido la posizione assunta da Italia Viva, ma credo di capirne il senso. Posso sostenere un partito che assume questa posizione? Sí, benché io non la condivida, sì.

La questione sulla quale invece non sono disposto a transigere, riguarda la motivazione che si adduce a sostegno della decisione. Sostanzialmente si dice: il caso Diciotti e il caso Gregoretti sono identici e siccome noi abbiamo votato sì in occasione del caso Diciotti, allora voteremo sì anche sul caso Gregoretti.

Ineccepibile! Che coerenza! Peccato che quando si votò sul caso Diciotti, Italia Viva ancora non esisteva. La motivazione sembra dunque suonare così: siccome abbiamo votato sì quando eravamo PD, votiamo sì ora che siamo Italia Viva.

Ma non doveva essere tutta un’altra storia? Non doveva essere un partito completamente diverso?

Attenzione: non sto dicendo che per dimostrarsi davvero nuovi bisogna votare no, sto dicendo che per dimostrarsi davvero nuovi non si deve rivendicare a giustificazione delle proprie scelte, il proprio passato nel PD.

Questione di lana caprina? No, questione politica di fondo: Italia Viva può darsi la prospettiva di ritagliarsi uno spazio nel centrosinistra oppure di generare l’alternativa al neo-populismo (grillino e leghista). Nel primo caso, rivendicare il proprio passato piddino, va benissimo; nel secondo caso, va malissimo.

Dice, si vabbè ma i parlamentari Vivaci sono quasi totalmente ex-PD. Vero, e questo rappresenta un formidabile punto di debolezza del progetto renziano se davvero si aspira a essere il generatore dell’alternativa e non “il PD dei giusti” o, come ebbe a dire Roberto Giachetti, “il PD che ce l’ha fatta”. Se Italia Viva aspira ad essere il generatore dell’alternativa, allora i suoi parlamentari devono iniziare a porsi come se non fossero unicamente provenienti dal PD e come se fossero già rappresentativi di un campo elettorale ben più ampio di quello del centrosinistra. Difficile? Forse, ma imprescindibile.

Questa vicenda altro non é che la cartina tornasole di una questione di identità politica non ancora pienamente risolta. In Italia Viva convivono oggi, quantomeno tra i suoi sostenitori, le due visioni che più sopra sintetizzavo: c’è chi vuole il PD dei giusti che finalmente interpreta una sinistra moderna per poter battere le destre; c’è chi vuole un partito nuovo, anche nella sua narrazione, distante dai vecchi arnesi ideologici novecenteschi, finalizzato a costruire un’alternativa al neo-populismo, oltre lo schema destra/sinistra.

Si tratta di visioni simili? No, si tratta di visioni incompatibili. Credo che sia venuto il momento di fare chiarezza. Italia Viva lo deve a se stessa e ai suoi sostenitori.

Le questioni dirimenti, rispetto alle quali assumere una posizione inequivocabile, sono sostanzialmente le seguenti:

Il centrosinistra é il “campo naturale” di Italia Viva?

    Sì, vogliamo cambiare e rendere più moderno il centrosinistra.

    No, la nuova epoca ci chiama a una narrazione trasversale.

Il principale avversario di Italia Viva é la destra?

    Sì, le destre continuano a essere il principale avversario.

    No, il principale avversario é il neo-populismo, trasversale rispetto a destra/sinistra.

Inutile dire che entrambe le posizioni sono legittime. Non raccontiamoci però che sono compatibili. Bisogna fare una scelta. É una questione di identità.

Si dice che quando il saggio indica la luna, lo stolto si concentra sul dito. Spesso un eccessivo orientamento tattico a discapito di un orientamento strategico, corrisponde all’atteggiamento di chi si concentra sul dito. Occorre guardare alla luna. Ci vuole coraggio, mente libera, mani libere.

Si dica qual é la visione e si tenga dritta la barra del timone, senza troppi timori di rotte nuove e apparentemente sconvenienti. Poi, come si diceva da bambini al termine della conta, chi c’è c’è, chi non c’è non c’è.

Italia Viva ha deciso: sì al procedimento contro Salvini, no all’alternativa.

Il dibattito tra i sostenitori di Italia Viva è stato informale, ma vero e si è svolto soprattutto sui social. Fin da subito si è avuta l’impressione che l’orientamento al sì fosse maggioritario. Alla fine si è deciso: sì all’autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini.

Perché? Ha avuto un peso la paura di poter essere accusati di una sorta di scambio in vista di eventuali richieste nei confronti di Renzi; in effetti, il refrain in questo senso era già partito, specie da parte degli amici di sempre, quelli di sinistra, gli antropologicamente superiori. Ma c’è di più. L’ottimo Rosato, riporta il TGcom24, dice testualmente: i casi (Diciotti e Gregoretti) sono identici, noi ci comporteremo in modo identico, votando per l’autorizzazione al processo. Ci comporteremo in modo identico? In modo identico a cosa? A chi? Al tempo della Diciotti, Italia Viva ancora non esisteva. Ma allora “in modo identico” a chi? A cosa? Al PD di allora? E lo si dice con orgoglio? Come se la coerenza delle scelte di Italia Viva non andasse misurata rispetto alla sua identità valoriale, ma rispetto a ciò che fece il PD? A ciò che si fece quando si era PD? Ma davvero si pensa di poter dire a Mara Carfagna (ad esempio) che le porte di Italia Viva sono aperte e nello stesso giorno dirsi orgogliosi della propria continuità rispetto alle scelte del PD?

Italia Viva non si schioda dal 5% perché, a oggi, non attrae forze ed  energie esterne al campo del cosiddetto centrosinistra. Ma non attrae tali forze ed energie perché è percepita per ciò che in effetti, a oggi, continua ad essere: il PD dei giusti, il PD del 5%.

Ma la democrazia italiana non ha bisogno del PD dei giusti, ha bisogno di un’alternativa al neo-populismo grillino e leghista e per costruire tale alternativa, ci vuole mente libera, mani libere e il coraggio di scelte disruptive non solo da un punto di vista tattico (questo si fa), ma anche strategico e ideale. Italia Viva vuole generare l’alternativa al neo-populismo o vuole ritagliarsi uno spazio nel centrosinistra? Si scelga, si scelga davvero e ci si comporti in modo coerente.

Tutta la politica, chi più chi meno, è stata contaminata dal grillismo, da una visione complottista del mondo, moralistica della vita, totalitaria della politica. Complottismo, moralismo e totalitarismo, valori tenuti insieme dal collante del giustizialismo.

In questo quadro, Davigo Travaglio & C hanno fatto il bello e il cattivo tempo e l’equilibrio tra i poteri dello Stato è saltato da quel dì. Costoro sognano di vivere in un Paese dove i cittadini possono essere tenuti sotto processo a vita e dove i ministri possono essere incriminati per i loro atti di governo.

L’equilibrio tra i poteri dello Stato, e segnatamente tra il potere legislativo e quello giudiziario, non è solo garantito da terze parti, ad esempio dal ruolo del Capo dello Stato, è garantito anche dal rapporto tra i poteri stessi, rapporto che un tempo si sarebbe definito “dialettico”. Ma così non è: il potere legislativo, condizionato dalla potenza comunicativa della cultura grillina, si è da tempo genuflesso di fronte allo strapotere giudiziario.

Così si è passati dalle monetine a Craxi ai cinquanta procedimenti e cinquecento perquisizioni nei confronti di Berlusconi, al confezionamento di prove false nei confronti di Renzi e all’intimidazione dei suoi sostenitori. Un’escalation drammatica.

Ma il caso Salvini segna un ulteriore salto di qualità: dalla genuflessione si è passati a una posizione rassegnatamente prona. Non si sta infatti parlando di un’ipotesi di reato commesso al di fuori delle scelte di governo (un finanziamento irregolare, un festino, l’acquisto di una casa), no, in questo caso si mette in discussione la liceità di scelte di governo condivise con lo stesso Capo del Governo e con tutto l’Esecutivo. Siamo al “reato politico”.

Se l’autorizzazione a procedere sarà concessa (in fondo, non è detto), da quel momento qualunque giudice in cerca di un po’ di notorietà, potrà incriminare a piacimento questo o quel Ministro, intravedendo questo o quel reato in questa o quella scelta di governo.

Renzi ha testimoniato un sussulto di orgoglio della politica, col suo intervento al Senato del 13 dicembre scorso. Dal mio punto di vista, la scelta di concedere l’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini, è per nulla coerente con le parole che pronunciò in quell’occasione. Peccato, si è persa un’occasione per dimostrare il proprio coraggio, la propria mente libera, le proprie mani libere.

Si è persa l’occasione di mettere una bandierina fondamentale nella costruzione dell’alternativa.

Se l’autorizzazione a procedere sarà concessa, il già provato sistema democratico italiano pagherà un prezzo che potrebbe essere carissimo, prezzo del quale si avvantaggerà la narrazione neo-populista. Se davvero sarà così, non resterà che sperare che la Magistratura stessa ponga rimedio, sentenziando l’insussistenza del fatto. Ancora una volta la politica si metterà nelle sue mani.

Papa sì, Papa no, Papa forse.

Le parole dei papi sono state spesso apostrofate con questo commento: intollerabile ingerenza in questioni politiche nazionali da parte del capo di uno Stato straniero.

In altre occasioni, altre parole sono state commentate più o meno così: ispiriamoci alle illuminanti parole del Santo Padre.

Cosa c’è di strano? C’è di strano che questi opposti commenti provengono spesso dalle stesse persone, dagli stessi commentatori, dagli stessi politici. Si cambia atteggiamento alla bisogna.

L’esortazione a seguire “le parole del Santo Padre” prese inizio con l’epopea di Bertinotti. Egli, ritrovatosi a seguito del Muro di Berlino, orfano di un’ideologia, pescò qua e là e trovò in Papa Woytila un’utile sponda.

Per taluni le cose non sono cambiate: non avendo più un’impianto ideale politico al quale riferirsi, rinunciano a ogni tentativo di laicità e fanno del culto della personalità di Papa Bergoglio la loro litania. Lo stesso Maurizio Crozza, nella sua imitazione, lo ha convintamente dipinto come il leader della sinistra moderna.

Questo atteggiamento è in qualche modo agevolato dalle sceneggiate Salviniane, giacché viene contrabbandato come alternativo all’uso improprio dei rosari e alla sistematica avversione nei confronti di papa Bergoglio.

In realtà si tratta di due facce della stessa medaglia. Considerare le parole del Papa sempre e comunque sbagliate o sempre e comunque giuste, non è molto diverso e testimonia comunque un atteggiamento per nulla laico.

Rappresentare questo Papa come complice del complotto dei “poteri forti” volto ad ampliare le masse da sfruttare a vantaggio delle élite, è semplicemente ridicolo. Rappresentarlo come la voce alternativa a quella neo-populista, lo è altrettanto.

Si può dire, ad esempio, che quando il Papa commentò la tragica vicenda di Charlie Hebdo dicendo “la libertà di espressione ha un limite: non offendere nessuno. Se qualcuno dice una parolaccia contro la mia mamma, è normale che si aspetti un pugno“, disse una pericolosa puttanata? Si può dire, per altro esempio, che il gesto nei confronti della fedele che lo tira a sé, ha poco di misericordioso e che se fosse stato compiuto da un politico nei confronti di un militante, sarebbe stato messo in croce?

Chi si occupa di politica e intende competere col fronte neo-populista, ha un compito ben più impegnativo che ergersi a difesa pregiudiziale di questo o quel rappresentante di questa o quella dottrina religiosa. Ha il compito di immaginare una narrazione di società e una visione di futuro che faccia semmai sintesi tra diversi orientamenti religiosi e tra credenti e non credenti.

La ricetta per l’alternativa al neo-populismo? Testa libera e mani libere.

Per provare a leggere l’attuale intricata e talora incomprensibile situazione politica, è necessario sgomberare il terreno da alcune diffuse credenze. Ecco le tre principali.

PRIMA CREDENZA

Il fenomeno del populismo/sovranismo è una diretta conseguenza dell’ignoranza e delle fake news: i populisti in realtà non hanno visione politica.

FALSO!

Il neo-populismo, al contrario, si fonda su una precisa e attraente narrazione. Eccone la sintesi.

L’epoca 4.0, caratterizzata dai processi di globalizzazione e digitalizzazione, è ricca di insidie. Essa conferisce un crescente potere alle élite e all’establishment e determina un progressivo impoverimento del popolo. Il conflitto sociale, quindi, non si dipana più attraverso un conflitto tra “classi”, ma tra TUTTI i “poteri forti” e TUTTO il popolo. Anche i processi migratori vanno letti in quest’ottica; sono funzionali infatti a estendere le masse da sfruttare a vantaggio delle élite. Occorre quindi difendersi dalla nuova epoca e restituire al popolo sovrano la possibilità di difendere i propri interessi. I neo-populisti sono i paladini del popolo e gli restituiscono il maltolto: ecco il Reddito di Cittadinanza, ecco Quota 100!

Si tratta di una narrazione attraente che risponde a bisogni esistenziali degli individui che si sentono così sollevati dalle proprie responsabilità personali e possono scaricare ogni colpa sul nemico di turno: i burocrati dell’Unione Europea, i professoroni, i banchieri, gli africani, le persone di successo in genere.

Di fronte alla potenza della narrazione neo-populista, certamente non basta il continuo tentativo di denigrarla, occorre un pensiero alternativo, senza il quale l’alternativa appare come conservazione dello status quo.

SECONDA CREDENZA

Il neo-populismo corrisponde sostanzialmente alla destra: l’alternativa non può che derivare dalla sinistra.

FALSO!

Il neo-populismo affonda certamente le sue radici nel peggio della cultura politica della destra sociale, ma anche (e soprattutto) nella cultura politica della sinistra. La retorica del popolo sempre e comunque vittima del potere sempre e comunque cattivo, non appartiene forse alla storia politica della sinistra? Si, Avanti oh popolo alla riscossa recita l’inno Bandiera rossa. L’amato Fabrizio De Andrè, in Storia di un impiegato, il suo album più “politico”, canta certo bisogna farne di strada per diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni. Altrettanto vale per la diffidenza verso le persone di successo, verso gli industriali visti più come evasori in pectore che come costruttori di sviluppo, verso le banche: cos’è una rapina in banca in confronto alla rapina della banca? (Feuerbach).

Lo stesso giustizialismo grillino viene da lontano: dalle esultanze della sinistra per ogni avviso di garanzia ricevuto a suo tempo da Berlusconi, dall’esaltazione del Travaglio antiberlusconiano, dal bacchettonismo moralista messo in luce con la vicenda Ruby, in fondo, dalla questione morale di berlingueriana memoria, grazie alla quale Gianroberto Calsaleggio invitò il popolo grillino, in adunata oceanica a Bologna, a gridare entusiasti Ber-in-guer Ber-lin-guer.

La stessa avversione verso la Riforma Fornero non viene forse dal consunto slogan le pensioni non si toccano che la sinistra oppose agli intenti riformatori del Governo Berlusconi? E il Decreto Dignità, volto a “ridurre i danni prodotti dalla riforma del lavoro voluta dal Governo Renzi”, non è forse parente con quel sindacalismo di sinistra che portò tre milioni di persone al Circo Massimo, contro l’ipotesi dell’abolizione dell’articolo 18 proposta dal Governo Berlusconi? Lo stesso Reddito di Cittadinanza si fonda sull’idea cara alla sinistra secondo la quale il lavoro, prima di essere un fattore di affermazione dell’individuo, è una condizione che lo Stato deve garantire.

La stessa cultura del nemico, così cara ai neo-populisti, è in fondo apparentata col sentimento e con la teoria del “nemico di classe” marxiana.

Il neo-populismo viene soprattutto dalla cultura politica della sinistra, mettiamocelo bene in testa, quindi l’idea che l’alternativa al neo-populismo debba incentrarsi sulla sinistra è del tutto bislacca.

Occorre mettere mano a una narrazione alternativa, trasversale rispetto allo schema destra/sinistra e attraente per qualunque elettore, nessuno escluso.

TERZA CREDENZA

L’idea di andare oltre lo schema destra/sinistra è infondata: destra e sinistra sono sempre esistite e sempre esisteranno.

FALSO

Le categorie politiche, contrariamente a quelle morali che appartengono a un piano del tutto diverso, hanno un ciclo di vita: Guelfi e Ghibellini non sono “sempre esistiti”, hanno avuto un ruolo in una precisa fase politica di un preciso contesto. Destra e sinistra nascono formalmente al tempo della Rivoluzione Francese (chi si siede alla destra e chi alla sinistra degli Stati Generali), ma trovano la loro sublimazione con la Rivoluzione Industriale e con la teoria del conflitto di classe che ne è derivata.

Oggi, di fronte all’insorgere di una nuova epoca, è del tutto normale che i vecchi paradigmi non aiutino più a leggere la realtà e debbano essere sostituiti. E’ in quest’ottica che va interpretato il superamento del paradigma destra/sinistra. Ogni volta che Matteo Renzi rivendicò quanto fossero “di sinistra” le misure del suo governo, apparve debole. Certo, doveva compiacere i suoi compagni di partito di allora, ma così facendo allontanava i suoi nuovi elettori, quelli del 42% delle Europee.

L’ansia di volersi dimostrare “di sinistra” è oggi priva di senso, in quanto inattuale e in fondo antistorica. Quando, per fare un esempio, l’ottima Teresa Bellanova, chiudendo la Leopolda, dice con grande enfasi che “il merito è di sinistra”, dice una cosa inutile, controproducente, ma soprattutto non vera.

Bisogna avere il coraggio, l’apertura mentale e l’onestà intellettuale di lasciarsi alle spalle gli arnesi della vecchia epoca, arnesi che assomigliano sempre più a fantasmi. Occorre leggere la realtà con nuovi paradigmi.

Quindi? Che fare? 

Innanzitutto bisogna mettersi bene in testa che non basta negare e denigrare la narrazione altrui, ma occorre proporne una propria, migliore. Essa va elaborata. La narrazione alternativa deve fondarsi su una visione positiva dell’epoca 4.0 e su una concezione ottimistica della natura umana. Essa deve ispirarsi a una visione profondamente umanistica, incentrata sulla fiducia nelle possibilità degli individui.

Chi può generare questo processo creativo?

Oggi l’unica forza che può aspirare a questo ruolo è Italia Viva.

Italia Viva è chiamata a scelte coraggiose, mosse da spirito innovatore e da profonda onestà intellettuale. Non è una sfida facile, anzi. Di certo essa disegna il discrimine tra due possibili esiti dell’iniziativa renziana: costruire l’alternativa al neo-populismo o ritagliarsi uno spazio nel campo del centro-sinistra.

Per costruire l’alternativa, occorre rivolgersi a tutti gli elettori, oltre le vecchie etichette, consapevoli che non c’è un “campo naturale” di appartenenza, ma c’è in compenso una missione storica da compiere.

Certo, in attesa che questo processo si compia, dobbiamo fare i conti con un quadro politico in transizione che ancora non distingue tra il polo neo-populista  e il polo neo-umanista (lavori in corso). Questo quadro impone inevitabilmente scelte contraddittorie e talora spregiudicate, come contraddittoria e spregiudicata è stata la scelta di dare vita all’attuale governo, fondato, Renzi lo ha detto e ridetto in tutte le salse, su un’alleanza anomala e temporanea che non definisce in modo pregiudiziale alcun “campo” di appartenenza e alcuna alleanza strategica.

Certo, c’è chi, in nome di un’interpretazione tutta retorica della “coerenza”, preferisce non giocare la partita. E’ il caso di Azione (Calenda) e di Più Europa (Bonino & C). Quando comprenderanno che la partita va invece comunque giocata, le porte di Italia Viva saranno ben aperte al loro contributo. Ma oggi non si può giocare la partita insieme a chi non la vuole giocare: per questo è per me fuorviante pensare alla costruzione con costoro di un fronte liberal-democratico.

Italia Viva ha scelto di giocare la partita. Ha scelto di giocarla fino in fondo, quindi non solo sul piano del governo nazionale, ma anche sul piano regionale e locale. Ma attenzione: così come sono oggi necessarie scelte contraddittorie e spregiudicate (che nulla hanno a che fare con l’appartenenza a un campo) sul piano nazionale, anche sul piano regionale occorre adottare un atteggiamento “libero”: non ci sono “campi naturali” predeterminati.

Ci vuole coraggio. Esso si dimostra attraverso la capacità di operare scelte “disruptive”, non convenzionali, oltre i vecchi schemi e le vecchie abitudini oggi polverose e perdenti.

Occorre un nuovo atteggiamento: testa libera e mani libere.

Il sostegno a Bonaccini in Emilia Romagna è fuori discussione. Perché? Perché aèppartiene al “campo naturale”? No. Perché ha governato complessivamente bene, perché é un buon candidato, perché ha chance di vittoria.

Puglia é Liguria, ad esempio, rappresentano casi diversi. Essi vanno affrontati con testa libera e mani libere. Vanno affrontati anche con coerenza, certo. Coerenza verso il proprio “campo naturale”? No, verso la propria storica missione politica.

Solo con testa libera e mani libere, ci si può rivolgere con successo al popolo dei senza casa.

É un popolo nuovo e composito. É il popolo della nuova epoca politica, è un popolo di persone che vogliono sentirsi persone a tutto tondo e senza etichette. É un popolo di persone che hanno una visione umanistica della vita e, in fondo, una visione ottimistica della natura umana. Persone che desiderano affermarsi ed esprimersi, persone che di fronte ai propri mancati successi, non cercano alibi, ispirate dal valore della responsabilità individuale. É un popolo di persone non afflitte dal bisogno del nemico, sanno affermare se stesse anche senza vivere “contro”, preferiscono vivere “per”. Non odiano, preferiscono scovare il bello e dargli spazio. Non rivendicano il mondo perfetto, sono consapevoli della contraddittorietà della realtà. É un popolo di persone aperte e inclusive che non per questo si sentono obbligate a definirsi “di sinistra”; é un popolo di persone che sanno rispettare l’autorità, ma non per questo si sentono obbligate a definirsi “di destra”. Sono persone che vogliono sentirsi libere: possono votare SI al referendum costituzionale senza per questo sentirsi “renziani”; possono votare per il centrodestra senza per questo sentirsi “salviniani”; possono sentirsi un po’ liberali e un po’ socialiste senza per questo sentirsi incoerenti; possono ritenersi profondamente laiche e al contempo ispirate dal cristianesimo. É un popolo di persone che amano i buoni sentimenti e i sani principi, non cedono all’odio verso un nemico sul quale scaricare ogni colpa né verso una “classe” in cui incarnare ogni male.

In fondo si tratta del popolo dei “buonisti” e dei “globalisti”, termini che non assimilano a insulti. Sono i cani sciolti dell’innovazione.

É un popolo bellissimo, fino ad oggi senza casa. Bisogna dargliela. Bisogna costruirla. Bisogna mettersi al lavoro. Dev’essere una casa aperta, le cui salde fondamenta non possono poggiare su riedizioni di partiti o partitini della vecchia epoca.

Se Italia Viva avrà il coraggio e la forza di andare oltre i vecchi steccati, i vecchi paradigmi, i vecchi pregiudizi, potrà rivelarsi una casa accogliente per questo popolo e potrà assolvere a un compito di portata storica.

Vicenda OPEN: volete ucciderci, ci renderete immortali.

Hanno creato un clima infame. Bettino Craxi aveva tutte le ragioni quando, accerchiato dall’azione giudiziaria, dall’accanimento giornalistico e dal lancio delle monetine da parte del “popolo” (se preferite, “gente”), pronunciò queste parole.

Si trattava dello stesso clima infame che sarebbe stato creato dieci anni dopo, durante l’epopea di Silvio Berlusconi. Si tratta dello stesso clima infame con cui si sta cercando di ostacolare l’iniziativa politica di Matteo Renzi.

Craxi, Berlusconi, Renzi. C’è un fil rouge che lega queste vicende? C’è, eccome se c’è. So di non rendere un buon servizio a Renzi nell’accostare il suo nome a quelli di Craxi e Berlusconi, ma onestà intellettuale vuole che sia così.

Apriamo il capitolo Craxi.

Parliamo degli anni ’80. L’iniziativa politica di Bettino Craxi è mossa da un sicuro intento innovatore.

Egli si pone l’ambizioso obiettivo politico di rompere lo schema che attanaglia la democrazia italiana, uno schema che affida alla Democrazia Cristiana la guida del Governo e al Partito Comunista l’egemonia dell’opposizione, ognuno col suo spazio di potere. Il prezzo da pagare per mantenere quel sistema è davvero alto: l’Italia è l’unico paese al mondo governato da quarant’anni dalla stessa forza politica.

In altri termini, non esistono le condizioni per una normale democrazia dell’alternanza.

Ma alla DC va bene così e si capisce, ma anche al PCI va bene così, così tanto bene che Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista, teorizza la strategia della “solidarietà nazionale”, un sistema ancora più bloccato, che veda governare insieme DC e PCI, sotterrando definitivamente ogni aspirazione alla creazione di un sistema democratico fondato sulla possibilità dell’alternanza alla guida del governo.

Si alza una sola voce a spezzare questo abominio, quella di Bettino Craxi e questo non gli viene perdonato.

Così diventa il nemico numero uno, da demonizzare in ogni modo, il principale destinatario degli strali berlingueriani sulla famigerata “questione morale”, madre della retorica grillina dell’onestà. Pur di far fuori Craxi, si fa fuori, con tangentopoli,  un intero ceto politico.

Funzionò. Craxi fu umiliato e sconfitto. Scelse di morire da esule.

Quella strategia, fondata sulla complicità tra magistrati politicizzati e giornalisti conniventi, funzionò così bene che la si utilizzò anche per far fuori il nuovo avversario politico, Silvio Berlusconi. E così siamo agli anni ‘90.

Anche Berlusconi è mosso da un intento innovatore. Fatti fuori la DC e il PSI, un PCI rinnovato nel nome (PDS) ha ormai campo libero, in uno scenario nuovamente privo di una normale dinamica fondata su una possibile alternanza: il PDS è l’unico partito sopravvissuto alla tempesta di tangentopoli. Ancora una volta si alza una sola voce a squadernare la scena, questa volta è quella di Silvio Berlusconi.

La sua geniale iniziativa politica genera un nuovo bipolarismo e, di fatto, determina una normale dinamica democratica, dinamica dalla quale esce vittorioso, annichilendo la “gioiosa macchina da guerra” messa in piedi da Achille Occhetto, leader del PDS. Berlusconi diventa il nuovo nemico. Va fatto fuori ad ogni costo.

Si dà vita ad un pervicace accanimento giudiziario, accompagnato da una campagna d’odio di stampo moralistico. Berlusconi tiene duro. Forse non ci si aspettava un combattente così fiero.

Per riuscire a comminargli una condanna in ragione di una discutibile e, fatte le debite proporzioni, modesta elusione fiscale, si rendono necessari cinquanta procedimenti e cinquecento perquisizioni. Contrariamente a Craxi, Berlusconi non ne esce umiliato e sconfitto, ma certamente fortemente indebolito, ragione per cui ha progressivamente perduto la leadership del campo del centro-destra, successivamente occupato dalle più becere pulsioni autoritarie.

Così, e siamo ai giorni nostri, viene il tempo del terzo innovatore, Matteo Renzi. Siamo negli anni 2000. Egli si propone sulla scena politica con l’intento di rottamare quella cultura catto-comunista che impedisce la generazione di un polo politico moderno, di stampo liberale e democratico, fondato su una narrazione positiva della nuova epoca.

Apriti cielo. C’è però una differenza con gli innovatori che lo hanno preceduto: mentre Craxi e Berlusconi, in modi diversi, “c’hanno messo del loro”, prestando il fianco ai loro persecutori, sembra proprio che negli armadi di Matteo Renzi non si celino scheletri. Per questa ragione, l’azione giudiziario-giornalistica nei suoi confronti, assume contorni ancora più violenti di quanto non sia stato per i suoi predecessori. Non ci sono scheletri negli armadi? Come facciamo? Dapprima, in perfetto stile mafioso, si è cercato di colpire i famigliari. Non trovando granché neppure lì, non si è esitato a cercare di confezionare prove false, coinvolgendo pezzi corrotti dello Stato, un fatto che in qualunque paese normale avrebbe generato un’indignazione generale, ma che in Italia è stata considerata una simpatica malandrinata. Ma non ha funzionato, non tutte le istituzioni (e, ovviamente, non tutti i magistrati, ci mancherebbe) si genuflettono di fronte alla furia giustizialista. Si sono dunque arresi? Certo che no, la costituzione di Italia Viva per costoro è affronto inaccettabile.

Allora ecco la trovata geniale: non riusciamo a colpire lui? non riusciamo a colpire i suoi famigliari? colpiamo i suoi sostenitori!

Va letta così l’agghiacciante iniziativa volta a intimidire le persone che liberamente hanno sostenuto anche economicamente l’iniziativa politica di Matteo Renzi. 

Si tratta di un salto di qualità formidabile che ci chiama alla resistenza civile e ci unisce: siamo tanti e siamo disposti ad affondare con la nave. Non hanno capito che questa vicenda non ci spaventa e non ci logora, ci rende più forti e convinti di prima, consapevoli del nostro inevitabile e crescente successo.

Come dicono i nobili guerrieri, volete ucciderci, ci renderete immortali.

La Lega non è di destra

Lo so, è un titolo un po’ incomprensibile, per molti inaccettabile. Attraverso questo titolo voglio stressare un concetto che cerco di argomentare nel seguito.

Le elezioni regionali umbre ci dicono qualcosa  rispetto all’opportunità delle attuali alleanze politiche, ma ci segnalano anche alcuni trend di scenario politico.

La prima considerazione riguarda il trend del Movimento 5 Stelle: perde consensi quando alleato con la Lega (vedi precedenti elezioni regionali), perde consensi quando si presenta in autonomia (vedi elezioni europee), perde consensi quando si presenta in alleanza col PD, come dimostrano appunto le recenti consultazioni regionali umbre.

Sembra che il Movimento 5 Stelle abbia esaurito il suo senso, abbia compiuto la sua missione e non abbia più alcunchè da dare alla vita politica italiana.

E proprio così? In effetti, il populismo in Italia si è affermato grazie al grillismo. La lega, tradendo le sue origini, si è aggregata successivamente al fronte e populista, potenziandone la già presente vocazione autoritaria.

Da sempre e in ogni dove, il populismo ha vita breve: si trasforma in autoritarismo o abilita opzioni autoritarie.

Le passate esperienze totalitarie italiana e tedesca nascono da movimenti populisti. Il fascismo nasce da una costola ribellista della sinistra italiana, sedicente rappresentante del popolo, con una vocazione fortemente “sociale“. La stessa esperienza totalitaria tedesca nasce da un “movimento di popolo“ degenerato in nazional-socialismo. Anche le esperienze populiste dell’America latina raccontano come il populismo abiliti opzioni autoritarie: tutte le esperienze richiamabili al peronismo sono degenerate in regimi totalitari.

Questo ragionamento induce a pensare che il successo della Lega altro non sia che la rappresentazione della degenerazione autoritaria della narrazione grillina.

Per contrastare tale narrazione e tale degenerazione, è necessario mettere mano a una narrazione alternativa: non è certo sufficiente limitarsi a denigrare quella dell’avversario. Occorre superare il “pensiero contro“.

Tale narrazione alternativa deve essere appetibile per qualunque elettore, nessuno escluso, e deve quindi essere trasversale rispetto allo schema destra/sinistra.

In effetti, tanto la narrazione grillina, quanto la sua degenerazione autoritaria in salsa leghista, sono trasversali rispetto allo schema destra/sinistra. Ricordate quando il primo governo Berlusconi prese in esame l’abolizione dell’articolo 18? La sinistra e i sindacati si strinsero attorno all’idea che l’abolizione dell’articolo 18 avrebbe “leso i diritti fondamentali dell’uomo“. È difficile immaginare un’argomentazione più populista di questa. La vocazione assistenzialista grillina viene anche da lì, c’è poco da fare. Ricordate quando quello stesso governo, per l’esattezza attraverso la voce del ministro Dini, lanciò un grido d’allarme rispetto alla sostenibilità del sistema pensionistico? La sinistra e i sindacati si unirono di nuovo nel pensiero contro, proponendo lo slogan “le pensioni non si toccano“. Ancora slogan simili a bufale, ancora populismo. La vocazione assistenzialista della Lega, viene anche da lì, c’è poco da fare. D’altronde, lo stesso giustizialismo grillino affonda le sue radici nel bacchettonismo anti-berlusconiano che fu del PD e in generale della sinistra e nella stessa “questione morale” di berlingueriana memoria. D’altro canto, la stessa questione dei migranti non rappresenta, come invece molti sostengono, un discrimine tra destra e sinistra: la libera circolazione delle merci e delle persone è un principio liberale, non socialista; d’altronde i veri esperti di costruzione di muri sono i regimi comunisti, piaccia o no.

Questo spiega perché così tanti elettori “di sinistra“ scelgono oggi la Lega. Tra una narrazione populista in cui si riconoscono antiche radici “di sinistra” e una non-narrazione, scelgono una narrazione populista.

Esattamente come, qualche tempo fa, tra lo slogan “aboliamo l’ICI“ e lo slogan “smacchiamo il giaguaro”, molti scelsero la prima opzione: meglio una proposta semplice e banale di una non-proposta. Fu così che Bersani riuscì a perdere elezioni che sembravano già vinte, contro un avversario in difficoltà, condannato in via definitiva, isolato in Europa.

Il vero confronto oggi non è tra la sinistra e la destra (o, come si dice per motivi a me misteriosi, tra la sinistra e “le destre”), il vero confronto è tra un’opzione populista e un’opzione che ancora, compiutamente, non c’è.

Le forze tuttora prigioniere dei vecchi steccati, cercano invece una risposta in illusorie e antistoriche alleanze con pezzi del fronte populista. È il caso del PD e della sua voglia di alleanza strutturale coi populisti del Movimento 5 Stelle, è il caso di Forza Italia e del suo vile asservimento alle pulsioni autoritarie leghiste.

Italia Viva è l’unico soggetto politico che ha oggi la realistica possibilità di costruire un’alternativa oltre gli steccati.

Ci vuole però coraggio. Il coraggio di rivolgersi davvero a tutti gli elettori. Il coraggio di una narrazione davvero nuova. Il coraggio di proporre nuove parole. Il coraggio di iniziare davvero una nuova storia, oltre il PD, oltre i suoi stereotipi, oltre la stessa Leopolda.

È il tempo di sporcarsi le mani

C’era un popolo senza casa, un popolo che si sentiva distante dai massimalismi, di destra e di sinistra. Un popolo orientato alle soluzioni, stufo dell’imperante “pensiero contro”.

Quel popolo senza casa ora una casa ce l’ha. È una casa perfetta? Forse no. È la casa ideale? Forse no. D’altronde, la pretesa della perfezione è una delle principali fonti di immobilismo: l’innovazione passa attraverso la sperimentazione, l’errore, il miglioramento.

In fondo, la pretesa della società perfetta è alla base della cultura politica Grillina: qualunque miglioramento va osteggiato in quanto non perfetto. Fu così per tutte le sacrosante riforme del governo Renzi, fu così nei confronti di qualunque genere di infrastruttura, fu così in occasione del referendum costituzionale. Costoro rivendicano il mondo perfetto, ma sono specialisti nel lasciare quello reale così com’è.

Per anni, chi si è sentito parte di questo popolo senza casa, ha lamentato la mancanza di una forza politica che andasse oltre i vecchi steccati, accogliente per chiunque, oltre le passate etichette. Ora che questa casa c’è, ed è Italia Viva, alcuni storcono il naso: sì ma Renzi è troppo ambizioso, sì ma è un partito personale, sì ma Renzi non è coerente.

Si tratta di argomentazioni tipiche di quei sinistri sinistri che, a forza di restare “coerenti”, sono rimasti ancorati a polverosi paradigmi novecenteschi. Ma oggi queste argomentazioni, chiamiamole così grazie a un impeto di benevolenza, sono proposte anche da un certo mondo “liberale“. Si tratta dei liberali duri, puri e coerenti. Dal punto di vista dell’atteggiamento politico, sono i nuovi “comunisti”: convinti di essere diversi e antropologicamente superiori, pretendono chissà quale rivoluzione, ma non si sporcano le mani e, guardando con snobismo l’unico realistico fattore di cambiamento, rinunciano a migliorare alcunché.

Per quanto mi riguarda, ho scelto di sostenere attivamente Italia Viva. Sostengo Italia Viva tramite l’iniziativa di Umanisti 4.0.

Di cosa si tratta? Al nostro sito puoi saperne di più.

Noi di Umanisti 4.0 vogliamo che Italia Viva si ponga davvero oltre ogni vecchio steccato, nei comportamenti e nelle scelte, non solo negli slogan. Vogliamo che Italia Viva proponga una narrazione autenticamente alternativa a quella populista, sia essa di stampo leghista sia essa di stampo grillino.

Siamo convinti che il vertice di Italia Viva sia sostanzialmente allineato con il nostro pensiero. Abbiamo però l’impressione che la “pancia“ del partito sia in buona parte tuttora ancorata a vecchie logiche. Per questo è necessario l’impegno diretto del popolo senza casa, del popolo oltre i vecchi steccati, del popolo senza etichette.

Grazie a questo impegno diretto, Italia Viva potrà essere il partito dei nuovi protagonisti e non il partito degli ex PD, potrà essere il partito del 30% da mettere al servizio della democrazia e non il partito del 5% da far pesare al tavolo del centro sinistra. Grazie a questo impegno diretto, Italia Viva potrà adempiere a un compito storico. Stavolta vale davvero la pena di mettersi in gioco.

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