Terzo polo? Roba difficile, ma si può fare.

Guardando ai sondaggi delle quattro principali forze politiche, osserviamo che Partito Democratico e Cinque Stelle contano su un complessivo 35% mentre Lega e Fratelli d’Italia si avvicinano al 40%. Insomma, le due alleanze neo-populiste contano, sul 75% dei consensi.

Sembra quindi che ci si debba rassegnare a un bipolarismo tra populismo cosiddetto “di sinistra” e populismo cosiddetto “di destra”.

È così? Forse, ma prima di esserne certi, occorre buttare un occhio alle forze minori e segnatamente a Forza Italia e Italia Viva. Queste due forze si trovano di fronte a un bivio: recitare la parte dell’anima critica dei due poli (Italia Viva del polo populista “di sinistra”, Forza Italia del polo populista “di destra”) oppure dare vita a un terzo polo antagonista al populismo in tutte le sue forme.

La prima via porterebbe ineluttabilmente e giustamente alla loro marginalizzazione, la seconda via le renderebbe protagoniste di un’iniziativa politica di portata storica.

Quali condizioni favorirebbero il secondo scenario? Ne indico alcune.

  • Italia Viva deve smettere di pensare che l’alleanza PD-5Stelle sia innaturale, essa è al contrario naturalissima e affonda le sue radici in una comune cultura politica. Su ciò ho già scritto piuttosto ampiamente.
  • Forza Italia deve semplicemente ricordare le sue origini: una forza di centro, democratica, atlantista, europeista.
  • Dare vita a un nuovo movimento che superi le attuali leadership di Forza Italia e Italia Viva, equidistante dai due poli populisti.
  • Non limitarsi a negare la bontà della narrazione populista, ma proporne una alternativa, migliore, oltre lo schema destra/sinistra.
  • Rivolgersi a tutti gli elettori, nessuno escluso.

Roba difficile? Sì. Infatti in molti si illudono che esistano delle scorciatoie. La più gettonata, ma anche la più risibile, vorrebbe che il terzo polo nasca da un’alleanza tra Italia Viva, Più Europa e Azione, insomma l’alternativa consisterebbe nel perseverare a fare l’anima critica del PD, ma con la cannabis libera e un po’ di ambientalismo che non guasta mai, magari sotto la guida di Cottarelli. Farebbe ridere se non facesse piangere come è stato ampiamente dimostrato dalle scorse elezioni regionali, segnatamente in Liguria.

Qualcuno si farà carico di lavorare alla via più difficile, ma certamente più meritevole? Forse, non disperiamo dai.

Anticomunismo? Sì, cioè no, anzi sì ma, sì però, quindi no.

Genova, 9 febbraio 2021, il Consiglio comunale approva un ordine del giorno proposto da Forza Italia per l’istituzione di un’anagrafe antifascista e anticomunista a tutela dei valori costituzionali. Si tratta di un’iniziativa ideologica, dimostrativa, strumentale e un po’ astratta che però pone un tema ancora oggi irrisolto: la condanna senza distinguo di tutti i totalitarismi.

Il PD, guidato dalla capogruppo Cristina Lodi, sceglie di astenersi al fine di salvaguardare quell’anagrafe antifascista per l’istituzione della quale si era battuto.

Apriti cielo!

Ma come si fa a equiparare fascismo e comunismo! Gran parte della sinistra si schiera indignata: proprio nei giorni della celebrazione della nascita del Partito Comunista in Italia!

Il risultato: il PD chiede scusa (sic!) e, in perfetto stile sovietico, silura la capogruppo Cristina Lodi che, in perfetto stile maoista, espone pubblicamente la sua sincera autocritica.

L’Italia è l’unico Paese del mondo libero, in cui parlare di anti-comunismo è un tabù, in cui un partito che si chiama (non solo si definisce, proprio si chiama) democratico, lancia un j’accuse contro una sua rappresentante, rea di non aver votato contro una mozione in cui non si parla solo di antifascismo, ma anche di anticomunismo. L’Italia è l’unico Paese del mondo libero, in cui se equipari i regimi fascisti a quelli comunisti, sei messo in croce.

Il dibattito appare vecchio e polveroso e lo sarebbe se non fosse che in Italia, ripeto, il nodo non è stato ancora sciolto.

Ogni 25 aprile si celebra la liberazione dell’Italia dal fascismo e immancabilmente qualcuno (pochi), da destra, sostiene che in fondo il 25 aprile dovrebbe rappresentare una giornata contro tutti i totalitarismi. No, il 25 aprile del 1945 l’Italia si è liberata dal regime fascista, non da “tutti i totalitarismi”. Allo stesso modo, ogni 9 novembre si celebra in tutta Europa la caduta del Muro di Berlino e immancabilmente qualcuno (tanti), da sinistra, sostiene che in fondo il 9 novembre dovrebbe rappresentare una giornata contro tutti i muri. No, il 9 novembre 1989 è caduto il Muro di Berlino, non “tutti i muri”, e l’Europa si è liberata dai regimi comunisti.

Ma è davvero così difficile celebrare con gioia ogni 25 aprile la liberazione dell’italia dal regime fascista e ogni 9 novembre celebrare con gioia la liberazione dell’Europa dai regimi comunisti?

Ogni 24 marzo si onorano le vittime delle Fosse Ardeatine ad opera dei soldati nazisti. Allo stesso modo, ogni 10 febbraio si onorano le vittime delle foibe ad opera dei partigiani comunisti slavi. La prima ricorrenza è considerata sacra e, giustamente, nessuno può permettersi di discuterla. La seconda ricorrenza è invece tuttora accompagnata da una grandinata di distinguo, j’accuse, richieste di “contestualizzazione”, “si, ma” e “si però”. Chi la celebra, onora le vittime, ma ben difficilmente osa pronunciare i termini comunismo e anticomunismo. È un tabù anche per un partito come Italia Viva che, pur nascendo con l’intento di affermare una sinistra moderna e riformista, il coraggio di definirsi anticomunista non ce l’ha.

Ma è davvero così difficile onorare senza se e senza ma ogni 24 marzo le vittime delle Fosse Ardeatine e ogni 9 novembre le vittime delle foibe? È davvero così difficile condannare gli orrori prodotti dal fascismo e dal comunismo? Sì, in Italia è difficile.

Si parla tanto di polo liberal-democratico. Una delle condizioni perché esso prenda vita, è certamente lo sgretolamento di questo tabù. Il polo liberal-democratico dovrà usare il linguaggio del pro più che dell’anti, ma se proprio sarà necessario definirsi anti-qualcosa, allora dovrà definirsi, come si fa nel resto d’Europa, tanto fieramente antifascista quanto fieramente anticomunista.

In difesa di Matteo Renzi

Quando si è privi di una visione, per affermare la propria (mancata) identità, ci si concentra su un “nemico”. Quando non si ha un “per” da offrire, si propone un “contro”.

La politica italiana è da tempo immemore incentrata sulla logica del nemico e del contro. A destra come (ancor piu) a sinistra.

Basta poco per costruire un mostro e farlo diventare il nemico numero uno: un paio di slogan efficaci, un po’ di sarcasmo, un bel po di cattiveria, e il gioco è fatto.

Berlusconi lo sa bene: tuttora uno schiumante Travaglio, in un suo recente video, lo chiama “pregiudicato”, urlando con le mani a fare megafono vicino alla bocca.

Anche Renzi lo sa bene. Per demonizzarlo si è andati oltre la pervicacia giudiziaria usata nei confronti di Berlusconi: si è cercato di coinvolgere i suoi famigliari confezionando prove false e si sono intimiditi i suoi sostenitori accusandoli falsamente di finanziamento illecito. Roba forte che i più hanno già dimenticato.

Ma veniamo alla cronaca.

Una decina di giorni fa, Renzi ha messo in discussione la serietà e competenza del Governo Conte che, secondo Renzi, si sarebbe dimostrato molto al di sotto delle attese. Così Italia Viva, dopo vani e documentati sforzi volti a produrre un “cambio di passo”, ha ritirato la fiducia al Governo.

Cosa legittima? Ovviamente sì. Però, apriti cielo.

Altri dell’area di centro possono non apprezzare e non sostenere Conte, è il caso di Più Europa (Emma Bonino), Azione (Calenda), Noi con l’Italia (Maurizio Lupi). Nessuno ha, ovviamente, alcunché da recriminare. Ma a Italia Viva non è concesso, così parte la macchina della costruzione del mostro.

Si gioca su due slogan:

Renzi getta l’Italia nel dramma proprio durante la pandemia!

Renzi se ne frega del Paese, vuole solo più ministeri!

Parte una macchina del fango di una violenza verbale inaudita che impazza sui social.

Poi la grande sorpresa. Si scopre che Renzi rifiuta ogni offerta di più ministeri e maggior presenza nel Governo e si scopre che il Paese non vive alcun dramma, le Regioni continuano a gestire l’emergenza sanitaria e l’Italia avrà un nuovo Governo che i più considerano, almeno potenzialmente, di gran lunga migliore del precedente. Esso è sostenuto incondizionatamente da Italia Viva che pure avrà un solo ministero e non due come nel Governo precedente.

Tanti dovrebbero almeno interrogarsi, ma non lo fanno, Renzi è antipatico.

Tre donne per Draghi

Il Governo Conte Secondo, quello cosiddetto giallorosso, nasce dall’iniziativa politica di Matteo Renzi. Egli, mosso dalla volontà di non interrompere la legislatura, ha abilitato i Dem a sdoganare i grillini e dare vita a una nuova maggioranza. Con ciò, ha risparmiato al Paese una tornata di elezioni anticipate con un quadro politico per nulla definito (checché se ne dica sono sempre una piccola sconfitta per il sistema democratico) e si è regalato un po’ di tempo per provare a dare vita (a oggi, con ben scarso consenso) al suo partito, Italia Viva.

Durante il Conte Secondo, molti commentatori hanno messo in evidenza quanto sia “innaturale” l’alleanza tra PD e Cinque Stelle. Innaturale un corno: sinistra e grillismo hanno radici culturali comuni, direi saldamente intrecciate. Ne ho già scritto, alcuni valori, generatori di altrettante retoriche, rappresentano un sicuro terreno comune: l’autocertificata onestà, l’egualitarismo dell’ “uno vale uno”, l’illusione della democrazia diretta, l’apologia del ribellismo, la mistica del “nemico”, la diffidenza pauperista verso le persone di successo, lo snobismo antimodernista, lo stesso complottismo anti-sistema.

Il nuovo refrain riguarda oggi il rapporto tra giallorossi e sovranisti nel nuovo esecutivo che Draghi si accinge a varare, anch’esso generato dall’iniziativa politica di Matteo Renzi: ma come si può pensare che dem e grillini possano stare insieme ai leghisti! Anche in questo caso, si ragiona guardando la realtà con vecchie lenti deformanti: grillini e leghisti, come tutti sanno, hanno felicemente governato insieme e poi lo stesso cavallo di battaglia leghista, Quota 100, appartiene a pieno titolo alla tradizione politica della sinistra: giù le mani dalle pensioni! Chi nega, non sa o finge di non ricordare o mente.

E allora? Tutti uguali? Ovviamente no, semplicemente oggi si stanno ponendo nuovi discrimini destinati a far emergere nuove forze e a squadernare buona parte di quelle esistenti. Nel nascente Governo Draghi, il vero spartiacque ideale si consuma tra Italia Viva – Più Europa (e Azione) – Forza Italia da un lato, Lega – 5Stelle – PD dall’altro. Certo, il PD in misura e modi più sfumati e contraddittori, ma quest’è. D’altronde anche Lega e 5Stelle sono lacerati da contraddizioni interne molto più consistenti di quanto appaiano. Il Governo Draghi potrà porsi come un “esecutivo tecnico d’emergenza” o potrà rappresentare un rilevantissimo fatto politico. Questo secondo caso potrà avere luogo solo a condizione che il Governo si formi e agisca intorno all’asse politico Italia Viva – Più Europa – Forza Italia. Per questo, sogno che le tre figure più rappresentative del nascente Governo siano tre donne: Boschi, Bonino, Carfagna. Sognare costa poco, al massimo l’ennesima delusione.

Squadernamento Draghi. Tecnici al potere o nuovo quadro politico?

L’incarico a Mario Draghi squaderna il quadro politico e propone finalmente nuovi discrimini che c’entrano nulla con destra e sinistra.
L’iniziativa di Renzi è stata ovviamente il primo fattore generativo di questa nuova situazione.
L’esito non è così scontato, ma dire di no a Draghi e sì alle elezioni anticipate, non sarà facile.
Vedremo. La mia speranza è che questo possibile nuovo quadro generi un “movimento” alternativo al populismo di destra e di sinistra, quindi davvero trasversale rispetto al vecchio schema. Ne dubito, ma spero.

Alcuni sostengono che questa situazione segni la sconfitta della politica. No, indica la necessità di superare il vecchio paradigma della politica.

Qualcuno, giustamente, saluta invece con simpatia ed entusiasmo questa nuova possibile fase. Lo fa ad esempio Rocca su Linkiesta.

Tra tante cose condivisibili, Rocca scrive: “Il sostegno di Renzi ci sarà, così come quello di Calenda e di Bonino, i quali tutti insieme hanno adesso l’occasione di costruire un polo liberal-democratico alternativo ai populisti e ai sovranisti e a metà strada tra il centrodestra e il Pd.”
Bene. Un polo alternativo a populisti e sovranisti ci vuole, eccome se ci vuole, ma se nascesse solo da Renzi-Calenda-Bonino, non sarebbe percepito (e non sarebbe) equidistante da centrodestra (Forza Italia) e PD. Si continua a essere prigionieri di questo equivoco. Fino a quando non si supererà, il polo alternativo non ci sarà.

Qui il pezzo di Rocca.

La crisi, il PCI e il complesso della sinistra

La crisi di governo si dipana proprio nel giorno in cui si celebra la costituzione del Partito Comunista in Italia. 

C’è una qualche correlazione tra i due eventi oltre alla semplice coincidenza temporale? Sì, c’è. 

Il partito comunista nasce un secolo fa con il dichiarato intento, dettato dai comunisti sovietici, di indebolire l’area e la prospettiva riformista di tradizione socialista. Dal momento del loro costituirsi in partito, i comunisti italiani hanno preso a denigrare e irridere i socialisti, definiti “social-fascisti”, in nome di una visione rivoluzionaria che l’ispirazione riformista indeboliva. Lo stesso termine “riformista” equivaleva a un insulto, tanto che, molti anni dopo, gli esponenti comunisti più inclini a una politica riformista, è il caso di Giorgio Napolitano e Emanuele Macaluso (mancato proprio in questi giorni), non avranno il coraggio di definirsi tali e saranno costretti a coniare un neologismo: “miglioristi”.

Sta di fatto che la spaccatura del movimento socialista e la conseguente nascita del partito comunista, superata la parentesi del ventennio fascista, ha generato nel tempo due effetti:

  • Egemonia comunista nella sinistra e conseguente impossibilità (di fatto) di vivere una normale democrazia dell’alternanza. 
  • Sedimentazione della logica del “nemico” (derivato diretto della teoria del nemico di classe) nella cultura politica della sinistra italiana.

Per decenni la democrazia italiana è rimasta bloccata, priva di una realistica possibilità di alternanza. Così la Democrazia Cristiana governava con anomala continuità, mentre il Partito Comunista vagheggiava di un’alternativa impossibile. 

Negli anni ottanta si levò la voce di Bettino Craxi che, vaso d’argilla tra vasi di ferro, pose il tema e dedicò la sua vita politica alla costruzione delle condizioni politiche volte a generare una normale democrazia dell’alternanza, condizioni che inevitabilmente passavano attraverso un rovesciamento dei rapporti di forza tra PCI e PSI. Per lunghi anni Bettino Craxi fu dunque considerato il nemico numero uno dei comunisti e non certo a causa della cosiddetta “questione morale”, foglia di fico antesignana della retorica della “casta” e dell’antipolitica grillina, ma proprio a causa della sua visione che fece riemergere l’atavico antisocialismo comunista.

Enrico Berlinguer si rese ben conto del cul de sac in cui si trovava la democrazia italiana e teorizzò la strategia della “solidarietà nazionale”: tutti insieme al governo, contro la prospettiva dell’alternanza. Si trattava di una visione non solo miope, ma anche ben poco democratica. 

Negli anni novanta il quadro politico fu squadernato dall’iniziativa politica di Silvio Berlusconi che, favorito dal sistema elettorale generato dal referendum di Mario Segni, determinò per la prima volta in Italia la possibilità di scegliere tra opzioni politiche alternative. Di questo non gli si sarà mai abbastanza grati. Non a caso, anch’egli divenne il pericolo numero uno della sinistra che, per quanto non si definisse più “comunista”, continuava a fondarsi sulla logica del nemico.

Il nuovo millennio ha portato con sé una nuova epoca, per comprendere la quale occorre sgretolare i vecchi tabù, i vecchi totem, i vecchi paradigmi. Oggi la partita non è più tra destra e sinistra, ma tra l’opzione populista e l’alternativa che non c’è. Perché non c’è ancora un’alternativa all’opzione populista? In buona parte perché si pensa, sbagliando, che il populismo sia sostanzialmente “di destra” e l’alternativa al populismo non possa che provenire da “sinistra”. Falso. Come ho più volte scritto e approfondito, la narrazione populista è trasversale rispetto allo schema destra/sinistra e anche l’alternativa al populismo deve inevitabilmente esserlo. 

Veniamo alla cronaca. L’impasse politico in cui ci troviamo oggi è in gran parte figlio di questa situazione: in Parlamento si consuma un confronto (privo di contenuti), tra centro-destra e centro-sinistra anziché, come dovrebbe essere, tra fronte populista (nelle sue declinazioni sovraniste e giustizialiste) e fronte alternativo. 

La stessa iniziativa di Italia Viva, nonostante le speranze (poi deluse) che aveva destato al suo esordio, è prigioniera di questo equivoco, così Renzi, nel suo intervento al Senato, si rivolge ai banchi del PD con l’espressione “amici e compagni del PD” e aggiunge, citando Martinazzoli, “Io credo che la politica sia altrove e che, prima o poi, dovrete tornarci”. Insomma, la missione di Italia Viva sembra essere quella di esercitare il ruolo di anima critica del PD. Considerando che il PD interpreta a sua volta il ruolo di anima critica dei cinquestelle, Italia Viva sembra ridursi a fare l’anima critica dell’anima critica dei grillini. Il partito renziano nasce col complesso della sinistra e non evolve, anzi. Risultano emblematiche le parole con cui Teresa Bellanova celebra su Twitter il centenario della nascita del partito comunista in Italia: Riferimento imprescindibile per tanti di noi. Anche se oggi il partito non esiste più, esistono ancora quei principi di uguaglianza, libertà, democrazia, riformismo che abbiamo il dovere di promuovere sempre

Il sistema democratico italiano non ha bisogno di nuove “vere sinistre” e neanche dell’affermazione della “sinistra riformista”, tema che, come detto, aveva una sua legittimità negli anni ottanta, ma che oggi appare fuori dalla storia. 

Di cosa ha bisogno il sistema democratico italiano? Ecco i tre fattori principali:

  • Una narrazione politica alternativa a quella populista che, come quella populista, sia trasversale rispetto allo schema destra/sinistra. 
  • Un progetto politico volto a costruire una forza portatrice di questa visione. 
  • Un leader che sappia convogliare su tale progetto energie trasversali. 

Mi pare di non vedere all’orizzonte alcunché in tal senso.

Trump, il complottismo, il ribellismo

Quanto sta accadendo in queste ore a Washington, per quanto inatteso, per quanto le immagini possano sconcertare, non è di certo casuale e incomprensibile. I tumulti americani hanno radici ben chiare dal punto di vista esistenziale, culturale e politico.

Dal punto di vista esistenziale, la radice si chiama complottismo. Da dove nasce? L’epoca 4.0 porta con sé un grado di complessità che sfugge ai più e addirittura fa perdere la percezione del rapporto causa-effetto della gran parte dei fenomeni. Accediamo a un’applicazione sul nostro smart phone senza la minima percezione dei processi che determinano l’uso di quell’applicazione, la utilizziamo e basta. La percezione del rapporto causa-effetto è posseduta da pochissime persone che leggono e maneggiano la tecnologia. Le cose succedono e non sappiamo più il perché. Questa perdita di coscienza ci riguarda in moltissimi altri ambiti, ad esempio in quello finanziario che ormai sfugge alla percezione dei più. Sì, le cose succedono e non sappiamo il perché. Ma un perché lo ricerchiamo come possiamo: il bisogno di significato è un bisogno arcaico dell’essere umano. Non possedendo le competenze-conoscenze-esperienze necessarie a determinare i rapporti causa-effetto (forse tutte non le possiede alcuno), ricorriamo a una scorciatoia, il complotto: non capisco perché non vogliono (chi?) che io capisca, c’è qualcosa sotto, è un complotto ai miei danni, quindi in sostanza ai danni del popolo. Il complottismo è in fondo una risposta al senso di incertezza che caratterizza questo nuovo tempo.

Dal punto di vista culturale, la radice si chiama ribellismo. Si tratta di quella cultura politica secondo la quale il popolo sarebbe per definizione buono e il potere sarebbe per definizione cattivo. Questo assioma determina la retorica della rivoluzione e dell’insurrezione popolare. Si tratta di una cultura politica particolarmente cara alla sinistra (avanti popolo alla riscossa), ma talora presa a prestito anche dalla destra estrema: la stessa marcia su Roma fu proposta come un’insurrezione popolare da un demagogo (Benito Mussolini) proveniente dalla sinistra. Gli stessi Grillini, ribellisti nostrani, hanno fatto propria questa cultura insurrezionalista, basti ricordare i loro richiami a circondare il Parlamento e ad “aprirlo come una scatoletta di tonno”. D’altronde l’elezione di Donald Trump fu salutata da Grillo con queste parole: la deflagrazione di un’epoca, un vaffanculo generale, un VDay pazzesco, una sorpresa inaspettata, che cambierà le cose nel mondo.

Dal punto di vista politico, la radice ha ovviamente un nome e un cognome: Donald Trump. Egli ha fatto del complottismo e del ribellismo il suo manifesto politico. Gli esiti sono sotto gli occhi di tutti. Certo, i suoi avversari sono apparsi deboli e hanno reso possibile la sua ascesa. La loro debolezza deriva dalla mancanza di un convincente impianto ideale alternativo a quello complottista-ribellista trumpiano.

La vicenda americana propone ancora una volta la necessità, ormai divenuta urgente, di mettere mano a un nuovo impianto ideale.

Esso deve essere alternativo a quello complottista-ribellista, deve incentrarsi sui nuovi paradigmi 4.0, deve rispondere ai nuovi bisogni esistenziali deterinati dall’avvento della nuova epoca e infine deve essere inequivocabilmente trasversale rispetto allo schema destra-sinistra. Questa nuova proposta politica deve contenere anche una profonda riflessione sui sistemi di determinazione della rappresentanza politica, oggi ampiamente in crisi.

Chi può rendersi protagonista, in Italia e nel mondo, di tale proposta? Non vedo alcuno all’orizzonte, ma continuo a confidare che qualcosa di buono succeda.

Biden? Who is Biden?

Ha vinto Biden, si celebra Biden. In realtà non si celebra Biden, si celebra l’anti-Trump, non si celebra la vittoria di Biden, si celebra la sconfitta di Trump.

Trump ha proposto un impianto ideale discutibile, ma chiaro. E Biden? Si è limitato a spiegare quanto sia sbagliata la narrazione di Trump. L’uno si è speso per qualcosa, l’altro si è speso contro qualcuno.

Insomma, la politica dello smacchiamento del giaguaro si è affermata anche oltreoceano.

Trump oggi contesta il risultato. Non è cosa elegante. In molti sui social propongono il comportamento esemplare che tenne Mac Cain quando fu sconfitto da Obama: Obama è il mio Presidente, questo disse il repubblicano Mc Cain. Non proprio ciò che fece il democratico Gore quando perse con Bush. Dovette intervenire la Corte Suprema per mettere fine alla querelle che scatenò contro l’esito del voto. Eppure, secondo molti, Gore fece bene a contestare, Trump è un bandito se contesta. Due pesi, due misure, prassi evidentemente non esclusiva della sinistra italiana.

Trump rappresenta l’interpretazione americana del populismo, fenomeno mondiale affermatosi con l’avvento dei processi di globalizzazione e digitalizzazione. La narrazione populista è molto popolare, è trasversale rispetto allo schema destra/sinistra e risponde ai nuovi bisogni esistenziali determinati dall’epoca 4.0. Come rispondono gli antagonisti del populismo? Con una narrazione alternativa? Con una narrazione più attraente? Con una narrazione altrettanto trasversale rispetto allo schema destra/sinistra? No. Rispondono solo col “pensiero contro”, negando le ragioni dell’avversario, rispolverando arnesi ideologici novecenteschi, difendendo lo status quo.

È necessario mettere mano all’elaborazione di un impianto ideale alternativo a quello populista. Bisogna lavorarci. Si tratta di un’esigenza mondiale.

D’accordo, è roba difficile, ci vuole tempo, ma bisogna iniziare a lavorarci e invece, a quanto vedo, non ci se ne rende neppure conto e, spocchiosamente, si preferisce dare dell’ignorante a chi una narrazione, giusta o sbagliata che sia, la propone.

Non ci resta che Grillo

Lo sappiamo, i processi di globalizzazione e digitalizzazione hanno determinato una nuova era fatta di nuove nuove relazioni, nuovi scenari, una nuova percezione della realtà fondata su un più oscuro rapporto di causa-effetto. Bisogna fare ricorso a nuovi paradigmi interpretativi della realtà.

Naturalmente anche il mondo della politica è chiamato a superare i vecchi paradigmi, a partire dallo schema destra-sinistra. Si tratta di un processo planetario, commentato da intellettuali e politologi di tutto il mondo, benché in Italia, specie a sinistra, si tenda tuttora a negarne l’evidenza e il valore.

Già nei primi anni 2000, Beppe Grillo intuì la necessità di questo cambiamento. Di questo bisogna oggi rendergli merito. All’epoca fu ridicolizzato dai più e, specie a sinistra, abituati a rivendicare la propria presunta superiorità antropologica, si gridò allo scandalo.

Fu da quell’intuizione che nel 2009 nacque il M5S. Ma quell’intuizione non fu certo di per sé sufficiente a determinare un impianto ideale compiuto e una nuova narrazione di progresso. Per fare ciò, infatti, non è sufficiente pescare qua e là nel mare magnum dei pensieri che appaiono non convenzionali, occorre una maturazione lenta e progressiva, occorrono tempi lunghi, si tratta di un processo “storico”. Così il M5S, pur nascendo da una intuizione innovativa, non disponendo di un compiuto e convincente impianto ideale, finì per fare ricorso a temi che appartenevano alle culture politiche novecentesche, specie alla cultura politica della sinistra. Vediamone alcuni elementi. 

L’onestà. Da sempre la sinistra si autoqualifica come la parte degli onesti, la parte di quelli che si sentono ispirati dai “valori” e non motivati dal mero successo.

L’egualitarismo. Il concetto di “uno vale uno” viene da lontano, dai tempi in cui Lenin disse che il Socialismo avrebbe portato una cuoca a guidare il Governo.

La democrazia diretta. Si tratta di un refrain antico, fondato sull’idea retorica secondo cui “i cittadini” non parteciperebbero alla vita pubblica solo perché non dispongono degli strumenti per poterlo fare. Una retorica tipica della sinistra e assolutamente falsa, fondata su un’idea distorta del popolo.

Il ribellismo. L’idea che il popolo sia per definizione buono e il potere sia per definizione malvagio e che “il sistema” impedisca al popolo di governare, appartiene da sempre alla sinistra, ne è tratto fondante. La retorica dei “poteri forti” viene da lì.

Il nemico. La convinzione che per schiudere le porte al progresso sia necessario e sufficiente sconfiggere il nemico, appartiene profondamente alla sinistra, nata sull’idea del nemico di classe. Il vaffanculismo viene da lì, così come viene da lì l’idea che per sconfiggere la povertà sia sufficiente eliminare i nemici e fare un decreto che la elimini.

Il pauperismo. La sinistra ha sempre ritenuto, pur non affermandolo apertamente, che sia preferibile un mondo di poveri uguali a un mondo di benestanti diversi. La diffidenza e il disprezzo nei confronti delle perone di successo e in generale dei ricchi, siano essi industriali, manager, calciatori o attori, viene da lì.

L’antimodernismo. Nel dopoguerra la sinistra si oppose pervicacemente alla realizzazione della rete autostradale: un regalo alla famiglia Agnelli, si disse. Si oppose all’introduzione della TV a colori: un’americanata. Più recentemente guardò con sospetto l’avvento degli smartphone e degli ebook reader: vuoi mettere il profumo della carta?, dicono gli strenui combattenti contro le deforestazioni. L’ostracismo dei 5 Stelle nei confronti di fattori di sviluppo quali le infrastrutture, i grandi eventi e le grandi opere, viene da lì.

Anche l’interpretazione complottista della realtà e moralista delle relazioni, non sono certo nuove e vengono soprattutto da sinistra. 

Potrei continuare piuttosto lungamente, ma mi pare che questi elementi siano già sufficienti a illustrare come l’impianto ideale dei 5Stelle si sia ancorato al vecchio armamentario novecentesco e abbia finito per fare ricorso agli stereotipi della cultura politica della sinistra. 

Ripeto, ciò non è frutto di una scelta pienamente consapevole: per elaborare un pensiero davvero fondato su nuovi paradigmi, occorrono tempi diversi, forse oggi più maturi.  Sta di fatto che non stupisce affatto la fatale attrazione che tanti a sinistra, Bersani docet, hanno nutrito e nutrono nei confronti del pensiero pentastellato per come è andato consolidandosi.

Nel frattempo, a livello mondiale, si è andata strutturando una narrazione nuova. Si tratta di un impianto oscurantista e autoritario, portato avanti perlopiù da forze provenienti dalla destra, ma che risulta in effetti appetibile per qualunque elettore. Di questo impianto sono interpreti i leader dei Paesi appartenenti al Patto di Visegrad e lo stesso Presidente Trump, in Italia lo è soprattutto la Lega di Salvini. 

Si tratta di una narrazione definibile tout court “di destra”? No, come detto, si tratta di una narrazione trasversale rispetto allo schema destra/sinistra, appetibile per qualunque elettore. L’ineccepibile riferimento a Berlinguer da parte di Salvini, a proposito delle pensioni, ne dà evidenza.

Anche l’alternativa a questo pensiero non può che fondarsi su nuovi paradigmi trasversali rispetto allo schema destra/sinistra. È cosa di tutta evidenza. Eppure i più continuano a pensare con criteri antichi e superati dai fatti, ritengono di dover “sconfiggere la destra” e pensano che questo compito spetti alla “sinistra”. Così si persevera nel noiosissimo dibattito intorno all’identità della sinistra e a chi la interpreterebbe più correttamente, dibattito tanto noioso quanto inutile. Le anime belle della sinistra, illuse che il tema sia riconducibile all’affermazione di una sinistra riformista (termine già vecchio ai tempi di Blear) e liberale (termine usato a casaccio che ha ormai perduto significato), partecipano tristemente all’inutile dibattito.

Ma allora da chi può scaturire la scintilla di una narrazione alternativa a quella cosiddetta sovranista, oltre i vecchi steccati novecenteschi?

Confidai prima in Più Europa, poi in Italia Viva, ma la delusione è stata rapida, drastica e, temo, definitiva.

Allora chi? Mah, la realtà supera sempre la più sfrenata fantasia, vedremo, magari sarà un processo inatteso e casuale. Bisogna in ogni caso ripartire da lì, da quell’iniziale intuizione di Beppe Grillo.

Una “rifondazione” del Movimento 5 Stelle? Un nuovo movimento che sappia ripartire dallo spunto originario di Grillo? 

Di certo, per costruire l’alternativa al sovranismo, è necessario sbarazzarsi di ogni ancoraggio alle culture politiche novecentesche e impegnarsi nell’elaborazione di un impianto ideale innovativo, di stampo profondamente umanistico, incentrato sulla fiducia nella capacità degli individui e su una visione ottimistica della natura umana.

Un irrealistico scenario di fantapolitica? Forse sì, lo so. L’alternativa (forse più realistica) consiste nel rassegnarsi a lunghi tempi un po’ bui.

Elezioni regionali liguri: laboratorio nazionale o occasione perduta?

Nei giorni 20 e 21 settembre si voterà per il rinnovo del Consiglio Regionale ligure.

Nel giugno del 2015 fu eletto l’attuale Presidente Toti. La sua elezione segnò certamente un momento di discontinuità con le ormai polverose gestioni precedenti, esattamente come lo avrebbe segnato due anni dopo, l’elezione di Bucci a Sindaco di Genova.

Mentre  il Sindaco Bucci, pur tra luci e ombre, ha risposto alle aspettative di evoluzione delle politiche comunali, Toti ha certamente deluso e le evidenze oggettive della Corte dei Conti ne danno impietosa testimonianza. Egli trae vantaggio mettendosi in scia, dietro al Sindaco Bucci, in ogni momento istituzionale collegato al nuovo “ponte”, pur non avendo alcun merito rispetto alla sua realizzazione.

C’è dunque spazio per un’alternativa? Vediamo i candidati alternativi.

Il PD e i 5Stelle propongono Ferruccio Sansa, giornalista de Il Fatto, perfetto interprete del “grillismo onestitario di sinistra”. In realtà, la gran parte del PD ligure e degli stessi grillini liguri, si era orientata sul professore universitario Aristide Massardo, ma i vertici nazionali di PD e 5Stelle hanno scelto altrimenti, appunto Sansa.

Tutto qui? No, Italia Viva e Più Europa correranno, insieme, una loro partita autonoma. 

Vediamo la genesi di questa decisione.

Il dibattito sulla partecipazione alle elezioni regionali, ha animato Italia Viva fin dalla sua costituzione. Col cosiddetto centrosinistra? In autonomia? Il mantra era il seguente: ci guideranno i contenuti, non le formule e i contenuti riguardano soprattutto il tema delle infrastrutture. Forte di questa dichiarazione di principio e consapevole dell’ostracismo che la sinistra ligure ha sempre dimostrato verso il tema delle infrastrutture, nel dicembre 2019 suggerii di esplorare la possibilità di partecipare all’alleanza a sostegno del Presidente Toti, rafforzandone l’area “liberal” in affiancamento a Forza Italia e Liguria Popolare. In fondo, così come a livello nazionale la “mossa del cavallo” ha portato Italia Viva a governare insieme ai peggiori grillini giustizialisti, a livello regionale la mossa del cavallo avrebbe potuto generare un’altra, diversa alleanza scomoda, ma sempre mettendo al centro l’interesse dei cittadini.

Mi fu risposto dall’Onorevole Paita in modo molto cordiale e molto chiaro: l’obiettivo è battere Toti, il campo naturale di Italia Viva è il centrosinistra. Pur non condividendo alcuno dei due assunti, ne presi atto. Per me l’obiettivo è dare ai liguri il miglior governo possibile (non battere Toti) e il campo naturale di Italia Viva dovrebbe essere oltre lo schema destra-sinistra per realizzare un’alternativa trasversale al neo-populismo. Opinioni. Molto diverse. Pazienza.

Così Italia Viva si è messa in attesa degli eventi, assistendo alle bizze retoriche e autoreferenziali di piddini, grillini e comunisti, sostenendo l’idea di un candidato che unisse il fronte anti-Toti: la sindrome del giaguaro da smacchiare è dura a morire. Aristide Massardo sembrava il candidato giusto, l’anti-Toti ideale. Egli si propose con queste parole: la strada maestra è rafforzare e valorizzare la sinergia, il dialogo, la cooperazione di tutte le forze democratiche, progressiste, riformiste che contrastano il sovranismo di Toti, di Salvini, della Meloni e dei loro alleati. Sì,  il miglior smacchiatore di giaguari disponile, il candidato che poteva guidare l’ennesimo perdente “cartello contro”. Egli godeva del pur non entusiastico sostegno di Italia Viva. Durante le estenuanti trattative volte a confermare la candidatura del professore, Italia Viva ha ufficialmente ripetuto più volte che, nel caso di un candidato “divisivo” (era il caso di Ferruccio Sansa, come confermato dallo stesso Matteo Renzi), avrebbe corso in autonomia con un proprio candidato già ben individuato, Elisa Serafini.

Elisa Serafini è una giovane donna, appassionata di temi economici e sociali, di ispirazione liberale e radicale. Sostenne la lista del Sindaco Bucci e svolse il ruolo di Assessore del Comune di Genova per un anno, per poi dimettersi in ragione dell’affidamento di consulenze che non riteneva legittime, dell’atteggiamento della Giunta sui temi dei diritti civili, della trasparenza e della libertà di impresa. Su questi temi ha recentemente pubblicato il libro Fuori dal Comune. Decisamente il candidato ideale per rivolgersi ai “non populisti” tanto a destra quanto a sinistra e generare l’embrione di un campo politico “umanistico”, trasversale rispetto allo schema destra-sinistra, davvero alternativo al neo-populismo. Sì, la candidatura di Elisa Serafini avrebbe davvero rappresentato un laboratorio nazionale e, credo, un’entusiasmante esperienza politica.

Ma le cose hanno preso un’alta piega e Italia Viva, ripudiando la candidatura precedentemente sbandierata e strombazzata di Elisa Serafini, ha preferito  deviare su Aristide Massardo. Da ex-PD, hanno preferito una ripicca col loro ex-partito all’esperienza politica davvero innovativa che avrebbe rappresentato la  candidatura di Elisa.

Così il cosiddetto terzo polo è per nulla attrattivo tanto per gli elettori orientati a destra quanto per quelli orientati a sinistra. Gli elettori di destra perché mai dovrebbero votare uno che fino a ieri ha indicato come priorità assoluta quella di battere la destra? Gli elettori di sinistra, gli anti-Toti, perché mai dovrebbero indebolire il “cartello- contro” guidato da Sansa? Attenzione, il mio giudizio non riguarda il profilo personale di Massardo che è di gran lunga il migliore tra i tre candidati, riguarda le logiche politiche che ne hanno determinato la candidatura. Non c’entra? Conta solo la qualità dei candidati? No. L’elettore non studia i curriculum dei diversi candidati, ne valuta, anche sommariamente, la proposta politica di cui si fanno portatori e la proposta politica di cui si fa portatore Massardo, è debole. Con tutto ciò, in ragione della possibilità del voto disgiunto, è probabile che Massardo conquisti più voti di quelli delle liste a lui collegate, ma ciò non rappresenterebbe un successo politico, semmai la prova provata della debolezza dell’alleanza che ne sostiene la candidatura.

Elisa Serafini dice di essere d’accordo con questa scelta. Bene, le fa anche onore. Io invece non lo sono. Per niente.

Toti vincerà, l’area liberal che lo sostiene sarà più debole di quanto avrebbe potuto essere, Sansa confermerà la vocazione perdente della sinistra, l’esperienza del terzo polo di ridurrà a una partecipazione di testimonianza.

Laboratorio nazionale? No, occasione perduta.