L’incoerenza di Di Maio ci salverà

In vari modi ho cercato di argomentare e approfondire il tema della necessità di nuovi paradigmi politici che sappiano rispondere ai nuovi bisogni esistenziali che l’epoca 4.0 porta con sé. Lo schema destra-sinistra appare ormai del tutto inadeguato e anche parole come socialista (caduta un po’ in disgrazia) e liberale (di gran moda) ci appaiono ormai vecchie.

In effetti le diverse forme in cui si esprimono i populismi, affondano le loro radici tanto nella cultura politica della “destra”, quanto (e soprattutto) nella cultura politica della “sinistra”. Le analisi dei flussi elettorali confermano in modo evidente come le proposte populiste peschino pressoché indifferentemente da elettorati promiscui. Non è certo un segreto il fatto che Lega e Fratelli d’Italia, per fare un esempio, ottengano risultati particolarmente rilevanti in aree “operaie” che un tempo erano monopolio della sinistra.

In sostanza, la proposta politica populista è trasversale rispetto ai “campi” del vecchio paradigma.

Se prendiamo atto di questo dato di fatto, allora dobbiamo dedurne che anche una proposta politica alternativa ai populismi non possa che essere trasversale rispetto ai vecchi paradigmi e quindi rispetto allo schema destra-sinistra.

Facile no? No: abbandonare le vecchie abitudini e rinunciare alle vecchie e consolidate credenze, non è per nulla facile. Questo spiega perché tanti ritengano che l’alternativa ai populismi sia rappresentata dalla “sinistra riformista” e altri pensino che sia invece rappresentata dalla “buona destra”. Non è così: una proposta alternativa al populismo non può che essere, come è il populismo, trasversale rispetto allo schema destra-sinistra, anzi, per meglio dire, “oltre” lo schema destra-sinistra.

Occorre dunque convogliare su una proposta politica tutte le energie non populiste presenti trasversalmente nei diversi schieramenti. Si capisce vero che è una cosa diversa dall’alleanza di ex-PD e Radicali con un pizzico di Pizzarotti e ambientalisti?

Calenda e Renzi non si sono dimostrati all’altezza di questo compito. Non sono riusciti ad andare oltre le vecchie credenze, le vecchie appartenenze, i vecchi paradigmi. Quest’è.

Oggi si affaccia sulla scena politica una nuova proposta, quella di Di Maio.

Il bibitaro? Sì, Di Maio, in giovanissima età, ha venduto bibite allo stadio San Paolo di Napoli. E’ una colpa? Ricordo che, quando ero ragazzo, il Sindaco di Genova fu il socialista Fulvio Cerofolini, tranviere. Per la sinistra rappresentava un fattore d’orgoglio: un tranviere al governo della città. Molti di quegli stessi, oggi, con atteggiamento ripugnantemente classista, definiscono Di Maio “il bibitaro”. Evidentemente preferiscono i fghetti dei salotti romani che hanno fatto i manager (te li raccomando) in aziende di proprietà di amici di famiglia.

Eh, ma Di Maio dice oggi tutto il contrario di quello che diceva fino a ieri. E’ vero? Sì, è vero. Molti fra coloro che muovono questa critica, sono gli stessi che esultavano (insieme a Travaglio) per ogni avviso di garanzia a Berlusconi e che oggi si definiscono “garantisti”. Alcuni fra questi, fino all’altroieri votavano PCI-PDS e idolatravano Berlinger e oggi si definiscono “liberali”. 

Ma Di Maio si era schierato coni gilet gialli! Vero? Sì, vero. Di Maio, si schierò con i gilet gialli alla stessa età che aveva Dario Fò quando, a fianco di Mussolini e Hitler, combatteva i partigiani.

Insomma tutti possiamo crescere, amanciparci, evolvere, ma Di Maio no, a lui questa possibilità non è data. La “coerenza” non consiste nel restare uguali a se stessi in un mondo che cambia, ma nel dare alla propria crescita una direzione coerente col divenire del mondo.

Di Maio non vuole costruire la sinistra riformista né la buona destra, da quanto capisco, vuole elaborare una proposta politica alternativa ai populismi che sappia integrare energie provenienti dai diversi campi. E’ proprio quello di cui abbiamo bisogno. Certo, è singolare che l’alternativa al populismo possa nascere proprio da un protagonista del populismo. Ma i paradossi raccontano spesso la verità più autentica e profonda. Io stesso, nell’agosto del 2020, scrivevo in un articolo di questo blog: Le anime belle della sinistra, illuse che il tema sia riconducibile all’affermazione di una sinistra riformista (termine già vecchio ai tempi di Blear) e liberale (termine usato a casaccio che ha ormai perduto significato), partecipano tristemente all’inutile dibattito. Ma allora da chi può scaturire la scintilla di una narrazione alternativa a quella cosiddetta sovranista, oltre i vecchi steccati novecenteschi? Confidai prima in Più Europa, poi in Italia Viva, ma la delusione è stata rapida, drastica e, temo, definitiva. Allora chi? Mah, la realtà supera sempre la più sfrenata fantasia, vedremo, magari sarà un processo inatteso e casuale. Bisogna in ogni caso ripartire da lì, da quell’iniziale intuizione di Beppe Grillo rispetto al superamento dello schema destra-sinistra. Una “rifondazione” del Movimento 5 Stelle? Un nuovo movimento che sappia ripartire dallo spunto originario di Grillo? 

Ripeto, non so se Di Maio riuscirà nell’impresa, so per certo che non ci sono riusciti la Bonino, Calenda e Renzi. Lo seguo con simpatia e interesse, anzi faccio il tifo per lui.

“Giù le mani da Berlinguer”? No, Conte è il più titolato a celebrarlo.

Si celebra in questi giorni il centenario della nascita di Enrico Berlinguer.

A sinistra, è tutto un “giù le mani da Berlinguer”, come se qualcuno avesse l’esclusiva di questa ricorrenza.

In particolare, molti, a sinistra, ma anche nell’area che fa riferimento a Italia Viva, ammoniscono Conte: non si permetta di appropriarsi di questa ricorrenza!

Non è una novità. Lo stesso Renzi, all’epoca segretario del PD, durante la campagna referendaria del 2014, ammonì i grillini: giù le mani da Berlinguer! Pochi giorni prima, a Roma, in una piazza gremita, Casaleggio invitò la folla, che eseguì, a scandire più volte il nome di Enrico Berlinguer. Grillo lo aveva preceduto, a Milano, dicendo testualmente: “Il sogno di Berlinguer sta continuando con noi: il comunismo è finito perché è stato applicato male”.

Ma davvero i grillini non sono titolati a parlare di Berlinguer? Chi era Berlinguer? Un politico coraggioso? Un comunista ambiguo? Una persona per bene?

Probabilmente tutte queste cose.

Dimostrò coraggio rendendo progressivamente il PCI sempre più autonomo dall’Unione Sovietica, arrivando ad affermare esplicitamente di sentirsi più al sicuro sotto l’ombrello della Nato.

Con tutto ciò, non completò mai il passaggio verso il campo socialdemocratico che anzi continuo a disprezzare profondamente.

Dal punto di vista umano, ebbi occasione di incontrarlo personalmente, quando gli strinsi la mano, ebbi l’impressione di una persona a cui fosse facile volere bene. Eppure, dal punto di vista dello spessore politico, mi pare che sia il politico più sopravalutato.

In politica interna, alla proposta craxiana di costruzione della democrazia dell’alternanza, contrappose la “questione morale” e pur di sconfiggere il suo nemico giurato, non esitò a considerare come un successo strategico il sostegno del PCI a un governo “monocolore” democristiano che escludesse il partito socialista. Craxi rappresentava per Berlinguer ciò che oggi rappresenta Renzi per Conte.

In politica economica, alle politiche incentrate sulla promozione dello sviluppo, contrappose una visione assistenzialista e statalista dell’economia. Non credo proprio che avrebbe disdegnato il Reddito di Cittadinanza, come credo che avrebbe combattuto la Riforma Fornero delle pensioni e la riforma del lavoro renziana. La battaglia referendaria che scatenò, perdendola, contro la riforma craxiana della scala mobile, aveva lo stesso sapore.

In politica internazionale, a un Europa più unita e caratterizzata da un’ispirazione liberal-socialista, contrappose la fantasiosa proposta dell’euro-comunismo.

Berlinguer fu portatore di una visione moralistica e assistenziale della politica interna e ambigua in politica estera. Moralismo, assistenzialismo, ambiguità: i tre assi del populismo grillino. Il grillismo viene da lì e le ragioni dell’asse PD-5Stelle, per nulla contro natura, vengono da lontano. Conte è pertanto il leader che oggi più di altri è titolato a celebrare il centenario della nascita di Enrico Berlinguer.

Chi ha davvero a cuore la costruzione di una proposta politica alternativa ai populismi, non ha la sacra missione di decidere chi può parlare di Berlinguer e chi no, ed è invece chiamato a liberarsi di tutti i falsi miti che rappresentano una zavorra insostenibile. Non è un passaggio facile, anzi è probabilmente impossibile. Dal peccato originale non ci si libera: l’immagine dell’inaugurazione della sede romana di Italia Viva di neppure due anni fa, sembra dimostrarlo emblematicamente.

Berlusconi, ovvero il dispensatore di illusioni

La vicenda ucraina mi aveva fatto pensare a un’accelerazione dei processi politici, così la fermezza della posizione di Letta e la tardiva, ma altrettanto ferma presa di posizione da parte di Berlusconi mi avevano illuso: sarà forse venuto il momento di uno smarcamento dai rispettivi populismi? Avevo anche proposto una sorta di petizione in tal senso.

No, a quanto pare nessuno smarcamento.

In particolare il Berlusca, per l’ennesima volta, ha tradito le aspettative: prima ti fa intravedere orizzonti inesplorati, poi ti ributta da un momento all’altro nella fanghiglia. In fondo il suo stesso progetto politico è colorato in questo modo: la frontiera di una rivoluzione liberale trasformata in una battaglia per la sopravvivenza.

Certo, l’infame persecuzione giudiziaria ai suoi danni ci ha messo del suo, così come l’ostracismo ideologico di un ritrovato fronte di sinistra, all’epoca guidato da Travaglio. Ma questi due elementi oggettivi non bastano per spiegare il fallimento dell’azione di governo berlusconiana. Essa deriva in gran parte dalla propensione al ricatto paralizzante da parte dell’apparentemente irriformabile apparato statale, ma anche dalla propensione di Silvio a rendersi ricattabile. Una propensione sfacciata e perversa, in fondo ingenua, come la vicenda delle “olgettine” evidenzia. 

Il disillusore seriale ha colpito oltre la sua stessa azione di governo, mandando in vacca prima la famigerata commissione bicamerale voluta da D’Alema volta a riformare lo Stato, poi il referendum voluto da Renzi. In coerenza con l’ilarità del personaggio, il suo comportamento ricorda la gag di chi simula di stringere la mano e la sfila sghignazzando all’ultimo momento.

Ho sperato che la fase finale della sua esperienza politica gli consigliasse un gesto nobile e coraggioso, un riposizionamento al centro, ma così non è stato, ancora una volta a causa della sua ricattabilità. Temo che nelle allegre scampagnate moscovite, il nostro abbia usato con l’ex capo del kgb la stessa prudenza e riposto la stessa fiducia usata e riposta nei confronti di Emilio Fede.

Veniamo a Letta, l’altro leader che mi aveva illuso intorno al suo possibile smarcamento dal populismo, in questo caso grillino e comunistoide. Qui il caso è più semplice, si tratta di condizionamento ideologico, nulla più: il “campo largo contro le destre” sembra essere l’unico possibile e misero orizzonte.

La via sarà dunque un’altra. Qualcun’altro dovrà farsi protagonista di un’azione politica volta a convogliare in una proposta alternativa ai populismi, risorse ed energie trasversali ai campi politici. Chi? Non ne ho idea, o meglio, un’idea la avrei, ma preferisco tenerla per me, ben sapendo che sarebbe accolta a benevole pernacchie.

Sul rossobrunismo

La guerra russa in ucraina e il dibattito che ne è derivato, ha messo in evidenza un fenomeno fino a ieri colto ed esplorato solo da una nicchia di intellettuali, ma oggi sulla bocca di tanti: il rossobrunismo.

Di fronte a questo fenomeno, i più strabuzzano gli occhi allibiti e stupefatti, come se non fosse del tutto naturale che vi siano somiglianze e affinità fra diverse forme di totalitarismo.

Un ragionamento serio sul tema, deve prendere le mosse da una distinzione fra due diverse dimensioni, quella autoritaria e quella totalitaria. Tutti i regimi totalitari sono inevitabilmente autoritari, ma non tutti i regimi autoritari sono anche totalitari.

L’archetipo di regime autoritario è il regime militare di stampo fascista, così come lo abbiamo conosciuto in Europa e America Latina. Questo tipo di regime ha due caratteristiche di fondo: genera consenso attraverso la retorica nazionalista e reprime ogni forma di dissenso. La conservazione del potere sembra essere l’unica ragione di vita di questi regimi, che, infatti, esaurito lo stratagemma nazionalista e privi di una visione, normalmente finiscono per implodere.

I regimi totalitari, contrariamente a quelli “semplicemente” autoritari, sono mossi da una forte visione, incentrata sull’idea di liberare l’uomo (niente meno), attraverso una “purificazione totalizzante”. Si tratta di una visione ideologica, pre-politica, di stampo morale, quindi “universale”. La “purificazione” non può essere limitata a un Paese e non può che realizzarsi su scala mondiale. Per questa ragione, i regimi totalitari hanno normalmente un connotato bellico che va oltre l’imperialismo, verso la vera e propria “conquista del mondo”.

I regimi totalitari moderni più emblematici sono quello nazista, quello comunista e quello islamista. Il fattore comune riguarda appunto l’intento di purificare il mondo. Purificare da cosa? Nel caso dei regimi nazisti, dalle razze geneticamente e antropologicamente meschine; nel caso dei regimi comunisti, dagli sporchi interessi della borghesia; nel caso dei regimi islamisti, dall’immondo stile di vita degli infedeli. Per quanto il “fattore di purificazione” sia diverso, la radice esistenziale è comune e si esprime in modo violento, moralistico, integralista, totalizzante.

Ovviamente, un regime totalitario, per affermare la propria ideologia, non può non essere autoritario, in fondo, non può non esercitare il potere in stile fascista. Basterebbe già questo per comprendere le ragioni del rossobrunismo, ma c’è di più. I regimi totalitari non sono solo simili fra loro, ma godono da sempre di un’attrazione reciproca. I regimi islamisti furono stretti amici di Hitler, d’altronde lo stesso tiranno tedesco, leader del Partito Nazional Socialista dei Lavoratori, era ossessivamente attratto dalla figura di Stalin e l’alleanza che fu stipulata fra i due non fu, come una certa narrazione vuole raccontare, un giochino tattico ad opera di Stalin in cui Hitler cadde come un allocco, fu un’alleanza fra totalitarismi amici e la spartizione “amichevole” della Polonia ne fu ampia testimonianza. L’amicizia non si ruppe certo per ragioni ideologiche, ma a causa della competizione imperialista di conquista del mondo. Insomma, da sempre, i totalitarismi (nazista e comunista in primis) si somigliano e si fondano su un’indole comune fatta di visione purificatrice e pratica fascistoide, un’indole quindi rossobruna.

A questo punto del ragionamento, salta sempre su qualcuno che propone la tesi secondo cui le ragioni del nazismo sarebbero abiette mentre quelle del comunismo sarebbero nobili e che, in fondo, il comunismo sarebbe “una buona idea applicata male”. Vediamo questi due punti.

Primo punto, la moralità delle ragioni. Ma davvero qualcuno pensa che eliminare (o rieducare in un qualche campo) una persona colpevole di essere nata in una famiglia ebrea, sia così diverso da eliminare (o rieducare in un qualche campo) una persona colpevole di essere nata in una famiglia borghese? Ed è così diverso da eliminare (o rieducare in un qualche campo) una persona colpevole di essere nata in una famiglia cristiana? A me pare che questi interrogativi retorici bastino e avanzino per scardinare la tesi della “diversa moralità”.

Secondo punto, una buona idea applicata male. Quando sento argomentare questa tesi (l’ultima occasione mi fu recentemente data da Achille Occhetto, ospite di Propaganda Live), l’unica cosa di cui ho certezza è che chi la argomenta non conosce (o finge di non conoscere) la dottrina comunista. Non pretendo mica che si sia letto Il Capitale, un tomo mica da ridere, ma neanche Stato e Rivoluzione o Che Fare?, ma no, chiedo che si sia almeno data un’occhiata a Il Manifesto del Partito Comunista, il “bignami” scritto a quattro mani da Marx e Engels. Basta avergli dato un’occhiata per rendersi conto di come i regimi comunisti, particolarmente quello sovietico e quello cinese, abbiano applicato alla lettera la dottrina marxiana. Secondo Marx, infatti, per schiudere le porte alla liberazione dell’uomo, quindi al comunismo, occorre passare attraverso la fase del “socialismo” (termine che assumerà nel tempo un significato tutto diverso), cioè della “dittatura del proletariato”, volta a neutralizzare definitivamente la borghesia. Questo è stato fatto in Unione Sovietica e in Cina, nulla di più, nulla di diverso.

Ma a questo punto, normalmente, qualcuno eccepisce ancora: eh ma l’esperienza del comunismo in Unione Sovietica in realtà ha avuto il suo epilogo con lo stalinismo. Questa è davvero la madre di tutte le bufale e voglio argomentare le ragioni di questo mio convincimento.

La Rivoluzione d’Ottobre ha avuto luogo nel 1917. Stalin salì al potere nel 1924, soli sette anni dopo l’instaurazione del regime. Egli applicò alla lettera la dottrina marxiana. Nel 1929 la borghesia fu tagliata fuori da ogni interesse economico, grazie alla statalizzazione forzata dell’agricoltura. Altrettanto si fece nel ben meno diffuso comparto industriale.

Col passare degli anni, Stalin, dimostrando ineccepibile onestà intellettuale, si pose però una questione: come mai, nonostante l’eliminazione forzata della borghesia, gli individui non si dimostrano pronti alla loro “liberazione”? Come mai cresce semmai il dissenso? Coma mai non osserviamo il dipanarsi delle condizioni per superare la fase del socialismo (dittatura del proletariato) verso l’instaurazione del comunismo? Come mai non ci sono le condizioni per rendere sempre più leggero lo Stato e “mettere a capo del governo una cuoca” (per dirla con Lenin) e anzi dobbiamo sempre più mordere i freni? Stalin si interrogò lungamente, ma, onore alla coerenza, non fu mai colto dal dubbio che la dottrina marxiana fosse una vaccata, così a partire dalla seconda metà degli anni ’30, esattamente vent’anni dopo la Rivoluzione d’Ottobre, Stalin si convinse che ciò dipendesse dal fatto che la borghesia, scaltra e malvagia, si fosse infiltrata nel Partito, contaminandolo. Così prendono inizio le famigerate purghe staliniane che, perlopiù nell’ombra, hanno portato all’eliminazione di centinaia di migliaia di “nemici del popolo”.

Nonostante le purghe volte a moralizzare il Partito, le condizioni per il naturale evolvere verso il comunismo, erano lontanissime dal manifestarsi, così a metà degli anni ’50, Kruscev, successore di Stalin, ne denuncia i crimini. Con Kruscev si assiste alla definitiva rinuncia di ogni velleità marxiana e il regime sovietico diventa un regime autoritario a economia pianificata, in sostanza un regime rossobruno. Nel tempo l’economia pianificata lascerà spazio a una borghesia potentissima, accettata e favorita purché amica del governo, sublimando così il rossobrunismo.

E in Cina? In Cina è successa la stessa identica cosa. Anche Mao, infatti, esattamente vent’anni dopo la Rivoluzione Cinese, si pone gli stessi quesiti di Stalin e anche Mao si convince della stessa risposta: la borghesia si è infiltrata nel Partito. Mao, intellettualmente più raffinato di Stalin (che comunque non era un coglione), non si affidò a sicari in impermeabile armati di piccone, ma favorì l’insorgere di una nuova generazione comunista, protagonista di quella azione che nel ‘68 Mao battezzerà come Rivoluzione Culturale, così orde di giovani “grillini” cinesi moralizzarono il Partito attraverso la messa alla berlina dei migliori dirigenti, funzionari e militanti, col risultato di decine di migliaia di internati e giustiziati. Anche la Cina, dopo il fallimento della moralizzazione del Partito, è stata di fatto demaoizzata, ma in modo più ipocrita rispetto alla destalinizzazione: la demaoizzazione è stata proposta, con la messa alla berlina della “banda dei quattro”, all’insegna di un maoismo, mai formalmente rinnegato. Sta di fatto che anche il regime cinese ha successivamente assunto la struttura di un regime autoritario fascistoide con elementi di economia pianificata e una borghesia amica del governo, un altro regime rossobruno.

Insomma il rossobrunismo non è un fenomeno inspiegabile, trova anzi una limpida corrispondenza sul piano ideologico e storico.

Ma il vero rossobruno non si accontenta di un regime ibrido perché egli non è mosso da un’indole semplicemente autoritaria, no, il vero rossobruno è mosso da un’indole totalitaria ed è per questo che prova un’irresistibile attrazione per Putin. Già perché Putin, al contrario dei reggenti cinesi, si fa portatore di una crociata universale, denuncia i crimini dell’occidente, addita i costumi imbelli del consumismo, nega il valore della globalizzazione e propone quindi una sua forma di purificazione del mondo, vera libidine di ogni indole totalitaria.

Il rossobrunismo è dunque un effetto di processi storici riscontrabili e trova terreno fertile fra chi ambisce a purificare il mondo: saputelli comunisti, moralisti grillini, oscurantisti religiosi. Parteggiano per forze apparentemente distanti fra loro, ma appartengono allo stesso fronte, il fronte rossobruno, appunto.

Macron ha vinto. Ora tocca al Macron italiano. Ah, non c’è?

Macron vince contro la Le Pen. La Francia è salva, è salva l’Europa. Vince bene, sfiorando il 60%. L’affermazione è buona, ma, va detto, è dovuta all’elettorato over 70. Se fosse stato per l’elettorato “giovane” (fino ai 35 anni), Macron non sarebbe arrivato al ballottaggio. Questo la dice lunga su come la narrazione neo-populista (dei due populismi) sappia scaldare i cuori, contrariamente a quella istituzionale, più razionale, più ragionevole, ma non incentrata sulla promozione di un futuro emozionante e possibile.

Sta di fatto che vince una proposta politica trasversale rispetto allo schema destra-sinistra, una proposta, quella di En Marche, che fin da subito ha fatto proseliti in entrambi i “campi”.

E in Italia? Ora toccherebbe al Macron italiano, ma il Macron italiano non c’è. Ma no dai, c’è, è Renzi, ma gli italiani non lo capiscono e il sistema lo boicotta! Questa è la lamentosa litania di taluni. Gli italiani non lo capiranno, il sistema lo boicotterà, ma c’è dell’altro. Macron ha forse tentato per anni di cambiare la sinistra francese? Si è mai detto ancorato saldamente al campo del centro-sinistra? Ha mai rivendicato come “di sinistra” l’azione del suo governo? Si è mai definito alfiere della sinistra riformista?

No? Ecco.

In Italia, le formazioni sedicenti liberal-democratiche non hanno il coraggio di un posizionamento macroniano: gratta gratta e trovi un ex-PD che vuole “battere le destre”. Così Calenda va a fare passerella al congresso di LEU (ce lo vedreste Macron?) per rivendicare la stessa lunghezza d’onda nel contrapporsi a Renzi; così i Radicali che fanno ciò che vogliono di quel che resta di Più Europa, pensano che la nuova proposta trasversale debba avere come tema centrale le canne libere; così Renzi deve barcamenarsi con la sua truppa di ex-PD. Da qui dovrebbe nascere la En Marche italiana? Davvero? Dai non scherziamo, non fa neanche ridere.

Emblematica la posizione di Italia Viva rispetto alle prossime elezioni comunali genovesi: si sostiene Bucci, ma il simbolo vicino a quello di Lega e Fratelli di Italia mai! Però il simbolo vicino a comunisti e grillini, sì, anzi, se del caso, ci si governa insieme. Ah già, ma quella è la mossa del cavallo. E a livello locale? Non sarebbe ancora più giustificata e “facile” una mossa del cavallo? No, non si può. Alle scorse elezioni regionali, proposi sommessamente a Italia Viva di esplorare la possibilità di una accordo con Toti. Esplorare. Raffaella Paita, in occasione di un pubblico incontro, mi spiegò, testuale, che “il campo naturale di Italia Viva è il centro-sinistra” e che il suo obiettivo è quindi quello di “battere le destre”. Ora si sostiene Bucci, ma un po’ vergognandosi e in segreto. 

Di fronte a questa desolazione, l’idea che da questo coacervo di anime belle della sinistra riformista possa nascere un campo alternativo ai populismi, è del tutto irrealistica. Per questo, un po’ provocatoriamente (ma neanche tanto) ho proposto una petizione affinché i leader dei due schieramenti di centro-destra e centro-sinistra, Berlusconi e Letta, prendano un’iniziativa comune, smarcandosi entrambi dai rispettivi populismi alleati. Forse da un’iniziativa di questo genere qualcosa potrebbe nascere. Certo, poi bisognerebbe trovare un leader, ma in un quadro scompaginato sarebbe forse possibile.

Ma questa petizione proprio non è piaciuta. Certo, mi muovo sui social con molta circospezione, quindi è normale che i miei numeri siano irrisori, ma venti firme sono davvero troppo poche per pensare che un’idea del genere faccia breccia. Così aspettiamo l’affermazione della “sinistra riformista” o magari della “buona destra”. Cioè, ci si deve rassegnare a un confronto fra schieramenti che annegano al loro interno i due populismi. Roba triste e vecchia.

Buon 25 aprile.

Quel partito che si chiama ANPI

La guerra in Ucraina ha accelerato una serie di processi politici, accentuato una serie di contraddizioni e svelato una serie di equivoci. Tra questi, senza dubbio quello riferito all’ANPI, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.

Mio papà fu partigiano. Di famiglia socialista, nacque pochi mesi dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, così il padre, mio nonno, scelse di chiamarlo Giacomo Matteo.

Nome di battaglia da partigiano, Mino, mio papà combattè nell’entroterra spezzino.

Su questa esperienza giovanile, pubblicò un bel librino, Quaderno di un partigiano, che, lontano da ogni retorica, mette in evidenza come la scelta di aderire alla Resistenza fu, per i più, poco consapevole dal punto di vista politico e in gran parte dettata dal rifiuto più morale che politico, di combattere i propri connazionali, al fianco delle truppe naziste.

Dopo la Liberazione, mio papà aderì all’ANPI. Osservò fin da subito come si narrasse una storia retorica e manipolata, lontana dalla realtà da lui vissuta in prima persona. Cercò di mettere in evidenza come, secondo la sua esperienza e quella dei suoi tanti compagni partigiani, l’appartenenza al Partito Comunista e comunque l’adesione all’ideologia comunista distinguesse una parte molto modesta di partigiani e come i più fecero una scelta molto poco consapevole da un punto di vista strettamente politico, più personale e “romantica”.

Anche in ragione delle origini socialiste della sua famiglia, fu etichettato con l’epiteto di social-fascista e sostanzialmente bullizzato, tanto da determinarne l’uscita.

Quindi nell’ANPI c’erano solo partigiani comunisti? No, erano tollerati di buon grado anche partigiani democristiani e socialisti, a condizione che accettassero il falso storico della narrazione comunista.

Insomma, anche se solo in questi ultimi anni l’ANPI ha gettato la maschera, fin dalla sua nascita ha utilizzato la facciata partigiana per esercitare il ruolo di organizzazione fiancheggiatrice del PCI.

Oggi? Oggi i partigiani non ci sono più e non c’è più neanche il Partito Comunista. E allora? Qual è il ruolo dell’ANPI? Oggi l’ANPI è a tutti gli effetti un’organizzazione politica vetero-comunista, null’altro che questo.

Però essa si fa forte dell’equivoco: si muove come un partito, ma si pone tuttora come un’associazione di partigiani. Eh no, come associazione di partigiani non può che sciogliersi perché i partigiani non ci sono più. Può però trasformarsi in qualcosa d’altro: un centro studi non schierato politicamente o, appunto, un partito politico, cosa che sembrerebbe più nelle corde degli attuali reggenti. 

Oggi è già, di fatto, un partito politico, un partito politico che odia l’occidente, il mercato (loro lo chiamano consumismo), la globalizzazione, gli USA e ama l’idea di uno Stato etico che educa e rieduca i cittadini. Insomma odia e ama tutto ciò che odia e ama Putin. Per questo nella vicenda Ucraina mantiene una pelosissima equidistanza pacifista.

Sì, perché questo partito che si chiama ANPI, considera amici tutti quelli che odiano l’occidente, il mercato, la globalizzazione e gli USA e amano una concezione etica dello Stato. Anche quando, è il caso ad esempio di Hamas, si comportano da terroristi? Sì, in fondo sono compagni che sbagliano. Non lo ammeterebbero mai, ma secondo i dirigenti di questo partito, anche Putin è un compagno che sbaglia.

Nel comunicato ufficiale con cui questo partito prende posizione sulla strage di Bucha, ci spiegano come l’ANPI si mette “in attesa di una commissione d’inchiesta formata da Paesi neutrali per appurare cosa davvero è avvenuto”. A questo partito non bastano i video, le immagini e neppure le foto satellitari. 

Tra qualche giorno si celebrerà il 25 aprile, la Liberazione, e si canterà “una mattina mi sono alzato e ho trovato l’invasor”. Il partito chiamato ANPI vorrà come di consueto appropriarsene. Impedirglielo sarebbe una battaglia di libertà.

Lo dicevo in apertura di articolo, la guerra in Ucraina ha accelerato i processi politici. Accelera anche, speriamo, la formazione di un’area politica liberale, umanista e democratica, trasversale rispetto allo schema destra-sinistra e alternativa ai populismi. Per quest’area politica, il partito che si chiama ANPI è certamente un avversario.

I vecchi adolescenti e il ribellismo

Non credo nelle favole, a me non la si racconta! E anche quelli del mio gruppo la pensano così, la pensiamo allo stesso modo! Basta, siamo stufi di rigare dritto, ci ribelliamo! Rifiutiamo le convenzioni che cercano di imporci! Non crediamo più alle baggianate che hanno cercato di metterci in testa! Sono diverso: il sistema non mi avrà!

Queste frasi esprimono il tipico stato d’animo dell’adolescente. Egli non si sente più bambino, ma non si riconosce ancora uomo, allora, mosso da spirito ribelle, rompe col suo passato per auto-iniziarsi alla vita da adulto. Il conflitto che apre con l’autorità familiare e sociale segna questa rottura.

Poi l’adolescente cresce e incontra l’adultità e, con l’adultità incontra la complessità. Così inizia ad apprezzare le sfumature, a vedere la bellezza in ciò che aveva giudicato in modo totalizzante, ad andare oltre le facili etichette. Insomma, alzando il suo livello di coscienza rispetto alla complessità, l’adolescente divenuto adulto, abbandona a poco a poco i suoi stereotipi e cessa progressivamente di totalizzare.

Qualcuno però fa un percorso diverso, qualcuno nell’età dell’adolscienza, reprime il proprio spirito ribelle e resta ligio ai propri doveri sociali e familiari. In questo caso, è probabile che, prima o poi, lo spirito adolescenziale represso si ripresenti in età adulta, generando talora comportamenti caricaturali da “vecchi adolescenti”. Non è certo, ma è piuttosto comune.

In effetti, se guardo ai miei amici della giovinezza, oggi osservo che proprio coloro che da adolescenti erano più ligi e compìti, oggi adottano più facilmente una modalità ideologica e giudicante su temi come l’ambientalismo, il pacifismo, il femminismo, la gestione del potere.

Così come l’adolescente rivendica la sua rottura col sistema anche attraverso i suoi stereotipi, come la musica che ascolta o i vestiti che indossa, allo stesso modo il “vecchio adolescente” giudica gli altri dai programmi televisivi che guardano, dal tipo di auto che possiedono, dai leader che apprezzano. Per l’archetipo del vecchio adolescente, se guardi Il grande fratello, hai un SUV,  apprezzi Renzi o Draghi e magari ascolti Laura Pausini, sei certamente uno sfigato, probabilmente uno stronzo. 

Lo spirito adolescenziale, quando vissuto da adulti, perde il tratto dell’ingenuità e acquista maggiore “cattiveria”. Così l’orientamento totalizzante diventa orientamento totalitario e lo spirito ribelle diventa ribellismo, radice del complottismo.

Mi guardo intorno e vedo tanti vecchi adolescenti, ex ragazzi ligi, e allora penso che forse è meglio esortare i nostri ragazzi a viversi pienamente l’adolescenza. Certo, facciamo in modo che non si perdano, se lo riteniamo diciamo anche qualche preghiera, ma cerchiamo di non generare vecchi adolescenti in pectore: è il più grande regalo che possiamo fare alle future generazioni.

Caro Bergoglio, i buoni sentimenti non bastano

Da sempre, quando un Papa si esprime su un tema collegato alla cronaca politica o sociale, si leva la voce della sinistra. Per dire cosa? Dipende. Se l’opinione del Pontefice è funzionale alla posizione della sinistra, allora scatta il mantra “diamo ascolto alle illuminanti parole del Santo Padre”, se non lo è, scatta invece il mantra “il Papa faccia il Papa e non interferisca nelle questioni di uno Stato laico”.

Insomma la regola della doppia morale vale anche in questo caso.

Papa Francesco è intervenuto nel tempo su molte questioni politiche e sociali, non solo sulla vicenda dei migranti, sulla quale peraltro non mi pare che si sia distinto per acume e originalità. Per me può esprimersi su tutto ciò che ritiene. Può sempre. Certo che, dal momento in cui cessa di occuparsi solo di anime e spirito, si sottopone alla regola cui si sottopone chiunque esprima un’opinione: il consenso e il dissenso.

In quest’ottica, dissentire dalle parole del Papa non è dunque sacrilego, pertanto, di fronte al dissenso, le espressioni di stigma del tipo “un po’ di rispetto per Sua Santità” suonano come delle ottuse sciocchezze anche un bel po’ integraliste.

Fatta questa premessa e sentendomi autorizzato a commentare le esortazioni, i comizi e le scivolate di Papa Francesco, lo faccio.

Partiamo dall’ultima, dalla questione del budget per la difesa. Cito testualmente le parole di Francesco: “Io mi sono vergognato quando ho letto che un gruppo di Stati si è compromesso a spendere credo il 2 per cento o il 2 per mille del PIL per comprare armi come risposta a quello che sta accadendo. Una pazzia”. Il fatto che non conosca l’ammontare della spesa, induce a pensare che secondo il Papa, qualunque spesa (il 2 per cento o il 2 per mille non fa differenza) sia comunque troppo. Quindi? Nessun sistema di sicurezza? Ma al Vaticano si spende proprio nulla in finestre anti-sfondamento, porte blindate, guardianaggio? No? E una famiglia di buoni Cristiani può dotarsi di un antifurto o magari di un cane da guardia in giardino? E l’assenza di questi sistemi di sicurezza non sarebbero forse un incentivo per malviventi e prepotenti?

No, secondo il pacifismo adolescenziale, la spesa destinata alla difesa (che è formazione, intelligence, sistemi di comunicazione e molto altro) equivale solo ad armi e quindi malcela necessariamente il desiderio di violenza e sopraffazione.

Il fatto poi che questo fosse un impegno preso con i nostri alleati e che si deliberi di rispettarlo (non di incrementarlo) proprio nel momento in cui la sicurezza internazionale è messa a rischio, sembra che conti nulla.

Per queste ragioni, quelle parole papali, pronunciate in questo momento, offrono una sponda a tutti quei ribelli adolescenziali che teorizzano la necessità della resa degli ucraini e condannano ogni forma di sostegno alla loro resistenza. 

Eh, ma il Papa deve rispettare il Vangelo, non può che suggerire di “porgere l’altra guancia”. A sì? E come si coniuga questo pensiero con ciò che il Papa (anche allora sbagliando) disse a proposito della secondo lui eccessiva provocazione di Charlie Hebdo nei confronti del mondo islamico? Ricordate? Ve lo ricordo io, citando ancora testualmente ciò che disse in un’intervista rilasciata durante un trasferimento in aereo: “E’ vero che non si può reagire violentemente, ma se (ad esempio) il dottor Gasparri, grande amico, mi dice una parolaccia contro la mia mamma, ma si aspetti un pugno! Ma è normale! E’ normale!”

Per gli ucraini non vale? Putin non si deve aspettare “un pugno”? No, in questo caso si diventa pacifisti assoluti.

Questa forma di pacifismo retorico, abilita il prepotente. Esso si poggia culturalmente su un assunto assolutamente falso, ancorché diffusissimo, secondo cui la guerra la fanno i potenti, i popoli vogliono la pace: il potere sempre cattivo e carnefice, il popolo sempre buono e vittima. Così Bergoglio ci esorta a “consacrare a Maria il popolo Ucraino e il popolo russo”. Ma certo, vogliamo il benessere di tutti i popoli, ma in questo momento quei due popoli vivono situazioni molto diverse e l’equidistanza è colpevole.

Non è vero che le guerre le fanno i potenti a dispetto dei popoli che vogliono la pace. Il popolo italiano elesse Mussolini e lo sostenne durante la gran parte del periodo bellico. Altrettanto si dica per il popolo tedesco nei confronti di Hitler. Allo stesso modo, il popolo russo non appare oggi in rivolta. Ci sono state e ci sono delle eccezioni? Ovvio. Tanto lodevoli quanto minoritarie. Il popolo inglese e quelli italiano e tedesco degli anni ’40 non possono essere messi sullo stesso piano. Altrettanto vale per i popoli ucraino e russo in questo momento. Certamente, la responsabilità di gran lunga maggiore è ovviamente del Comandante in Capo, ma esistono a diversi livelli, responsabilità diffuse e condivise, si pensi ad esempio alla catena di comando delle stesse forze armate: se la responsabilità fosse solo del capo che impartisce l’ordine, tutti gli ufficiali nazisti sarebbero stati assolti. Anche eseguire gli ordini, come accettare la manipolazione, contiene un grado di responsabilità.

Insomma, il Papa pronuncia col tono di chi ci illumina, concetti banali e già sentiti, come fu un paio di mesi orsono anche quando, ripreso entusiasticamente da Roberto Speranza su tutti i social, disse alla recita dell’Angelus: “Un servizio sanitario gratuito è un bene prezioso”. No Bergoglio, non è gratuito, è pagato dai contribuenti. Soprattutto dai più abbienti. Sono loro che vanno ringraziati, non lo Stato.

Per ricoprire certi ruoli, specie in momenti così cruciali, non bastano i buoni sentimenti, occorre una visione che aiuti gli individui e le comunità a vivere il cambiamento senza ricorrere ai vecchi alibi. Essa non si riscontra di certo in un ribellismo adolescenziale fondato sull’idea che il potere sia necessariamente cattivo e il popolo necessariamente buono, sull’idea che la pace si costruisca accondiscendendo al prepotente, sull’idea che il “denaro pubblico” sia stampato alla Zecca di Stato dai governanti generosi.

Nuovo bipolarismo? La guerra accelera il processo.

Da tempo si dibatte su come lo schema destra/sinistra sia divenuto inadatto a leggere la realtà. Questa considerazione è apparsa fino ad oggi come qualcosa di astratto, di filosofico, roba per politologi insomma.

Ci voleva una guerra per sbatterci in faccia che non è così, che il superamento dello schema destra/sinistra non è un’intuizione futuristica, è al contrario ormai nei fatti.

La vicenda ucraina ci propone, di fatto, un nuovo bipolarismo, la cui rappresentazione sta tutta nell’atteggiamento dei parlamentari italiani in occasione dell’intervento del leader ucraino Zelensky. 

Una quota di italiani si sente rappresentata dai parlamentari assenti o “insinceramente presenti”, putiniani di destra e di sinistra; un’altra quota di italiani si sente invece rappresentata dai parlamentari che hanno convintamente applaudito gli interventi di Zelensky e di Draghi, liberali di destra e di sinistra. In questa divaricazione si dipana il nuovo bipolarismo.

Si tratta di una divaricazione trasversale a tutte le principali forze politiche. Ognuna, in modo più o meno plateale, vive infatti una contraddizione. Vediamole in sintesi.

Partiamo dal PD. Il PD è guidato dal leader, Enrico Letta, che più di ogni altro si è battuto per confermare la vocazione atlantista ed europeista del Paese, attraverso il sostegno al popolo Ucraino. Bene, è lo stesso PD che fino a tutt’oggi incentra la sua strategia sull’asse strategico con i 5 Stelle, è lo stesso PD che solo pochi mesi fa si batteva per Giuseppe Conte, certamente l’uomo politico più compromesso con Mosca, come unica possibile guida del governo del Paese. 

Vediamo la Lega. Da anni ci siamo abituati alle dichiarazioni d’amore da parte di Salvini nei confronti di Putin. L’allergia alle armi di cui ci parla l’uomo che da Ministro dell’Interno ha vestito tutte le uniformi militari disponibili, non è evidentemente credibile. Altrettanto si dica per l’ispirazione pacifista da parte di chi fino a ieri si è battuto (secondo me giustamente) per un ampliamento della legittima difesa della propria proprietà. Eppure la Lega nasce come movimento atlantista ed europeista, oltre che federalista. La Lega originaria, quella di Bossi, Miglio, Formentini, Pagliarini, ha nulla a che spartire con la nuova identità voluta da Salvini. 

Anche Fratelli di Italia tiene insieme due anime molto diverse, quella fascistoide che, propugnando la retorica dell’uomo forte, subisce la fascinazione di Putin e quella più rigorosa e istituzionale, che ha evidentemente prevalso in occasione della vicenda ucraina. 

Per quanto attiene il Movimento 5 Stelle, la lacerazione è di un’evidenza lampante ed è rappresentata dalla dicotomia tra Conte che cerca di tenere insieme i pezzi del peggior populismo della storia d’Italia e Di Maio che non perde occasione per smarcarsi in modo sempre più netto. 

Forza Italia si produce in un equilibrismo decisamente instabile nel perseguire ideali liberali, democratici ed europeisti riconoscendo al contempo Salvini come leader dell’alleanza che dovrebbe garantirli.

Tutte le forze politiche contano, sia pure con quote diverse, sul sostegno di elettori di ispirazione atlantista, liberale ed europeista, ma nessuna di queste forze ne ha l’esclusiva.

Per questa ragione, è oggi indispensabile mettere in campo una proposta politica rivolta a TUTTI questi elettori, indipendentemente dal voto che hanno espresso fino ad oggi. Va da sé che una proposta di questo genere squadernerebbe il quadro politico proprio perché si posizionerebbe oltre i vecchi steccati. 

I tempi, forse, sono finalmente maturati. Chi in questo quadro continuasse a proporre il campo largo progressista o l’alleanza di centro-destra, si porrebbe fuori dalla storia e dalla realtà.

Il ribelle garantito, archetipo dell’arci-italiano

Ribelle garantito? Non è forse una contraddizione in termini? Non è, come è diventato di gran moda dire, un ossimoro?

No. Quello del ribelle garantito è un atteggiamento diffuso, tipicamente italiano che viene da molto lontano.

Neppure il mondo dell’impresa che per ragioni professionali frequento assiduamente, ne è immune. Lo argomento nel mio ultimo libro Verso un mondo nuovo. Perdonatemi l’auto-citazione, ecco cosa scrivo:

Capisco bene che le organizzazioni non si emancipino grazie ai cosiddetti yes man. Ma attenzione, non si emancipano neppure grazie ai ribelli di professione, ai contestatori per scelta, ai no man. Normalmente costoro contestano ogni scelta. Neppure di fronte a una scelta inequivocabilmente ragionevole, cedono al sì, men che meno a un sì potente, preferiscono, nel caso, trincerarsi dietro i sì, ma e i sì però. Nulla merita la loro piena adesione con l’eccezione della garanzia del proprio stipendio e del mantenimento dei propri privilegi. (…) Normalmente si considerano incompresi nel proprio talento e guardano con diffidenza ai successi altrui.

I ribelli garantiti, abitano ogni organizzazione, ma anche la società nel suo complesso. Così nei social, come nei salotti e nei talk show, sedimenta una fittizia cultura anti-sistema, spacciata per pensiero non allineato con il cosiddetto main stream, ma in realtà fortemente stereotipata.

 I ribelli garantiti sono i tifosi del pensiero contro, impegnati nel rivendicare un astratto mondo perfetto, ma specializzati nel lasciare quello reale così com’è. 

Dicono no a tutto tranne che ai propri privilegi.

Per il ribelle garantito, gli altri hanno il dovere di garantire il servizio perché lui ha il diritto di usufruirne.

L’atteggiamento del ribelle garantito, trova la sua sublimazione nella vicenda dell’invasione dell’Ucraina: gli stessi che blaterano di rivoluzione, che magari utilizzano l’immagine di Che Guevara come foto del proprio profilo social, che esortano i “pecoroni” alla rivolta contro “il sistema” al grido di “sveglia!”, proprio loro chiedono la resa incondizionata del popolo ucraino. 

Anche in questo caso, per il ribelle garantito, gli altri hanno il dovere perché lui ha il diritto: gli Ucraini hanno il dovere di arrendersi, perché lui ha il diritto di godersi la pace.