Perché un’Italia del per

Da troppo tempo il confronto politico si fonda sulla cultura del contro e le proposte politiche si incentrano sulla sconfitta del nemico.

Si tratta di un atteggiamento che affonda le sue radici in epoche lontane, addirittura nel ventennio fascista che non a caso si fondò sulla cultura del nemico.

Dopo la caduta del fascismo, la cultura del nemico, paradossalmente, si rafforzò, tanto da portare l’intellettuale Ennio Flaiano a pronunciare uno dei suoi più noti ed efficaci aforismi: in Italia ci sono due tipi di fascisti, i fascisti e gli antifascisti.

In effetti, dopo l’ANTIpolitica fascista, si impose il fronte ANTIfascista, composto dagli ANTIcapitalisti e dagli ANTIcomunisti: la cultura del contro, dell’anti, del nemico giurato, si impose su tutti i fronti. La teoria del nemico di classe indubbiamente ci mise il carico da novanta.

Questo stato di cose, con sfumature diverse, si propose di fatto fino alla fine degli anni ottanta quando a causa del crollo dell’impero comunista sovietico, anche il quadro politico italiano mutò, ma non cessò di dettare le scelte politiche quella cultura del contro che ormai si era sedimentata e che fino ad oggi è sembrata prevalere su tutto. Sessant’anni di cultura del contro lasciano il segno. Eccome se lasciano il segno.

Così, dopo la caduta del Muro di Berlino, gli italiani che si riconoscevano nell’area comunista si ritrovarono orfani di un’ideologia e di un nemico da battere: il mercato, i padroni e il capitalismo divennero nemici sempre più sfumati. Così, non potendo più porsi contro qualcosa, si è fatto strada l’orientamento a porsi contro qualcuno, una figura che incarnasse tutti i mali possibili, il nemico cattivo che comanda impedendo la felicità dei buoni: il nemico non è più il rappresentante di un blocco sociale, il portatore di un impianto ideale antagonista al proprio. No, il nemico è diventato la persona, il cattivo da demonizzare in ogni modo. Così fu la volta di Bettino Craxi, poi venne il turno di Silvio Berlusconi, infine quello di Matteo Renzi.

Questa concezione fascistoide della politica, secondo la quale il progresso e il benessere deriverebbero tout court dalla sconfitta del nemico, dei malvagi al potere, ha permeato la cultura politica italiana, finendo oggi per idealizzare il nemico in chiunque ricopra una posizione di “potere”: secondo costoro, chi può agire leve decisionali, è, per definizione, un malvagio, schiavo dei cosiddetti poteri forti.

Con sfumature e linguaggi diversi, aderiscono a questa concezione esponenti e forze che si richiamano a campi politici molto diversi e che, uniti dalla cultura del contro, rappresentano in effetti una “accozzaglia” portatrice di un atteggiamento politico che non esito a definire “fascismo 2.0”.

Con questo blog mi ripropongo di concorrere ad affermare una cultura politica fondata sul per, sulla proposta, sul miglioramento.