Buon anniversario

#4dicembre. “Sto portando pazienza Non sono stato mai piu’ calmo di così, sono pronto da un po’, per questa ricorrenza, buon anniversario”. Così cantava Charles Aznavour.

Anche io sono pronto da un po’ a questa ricorrenza: esattamente un anno fa la maggioranza degli italiani bocciò la riforma costituzionale di Matteo Renzi.

La vittoria del no ha fatto restare tutto come prima, si dice. Non è vero. La vittoria del no ha prodotto diversi effetti:

  • Ha ridato voce e slancio all’accozzaglia reazionaria

  • Ha fornito nuovi argomenti di dileggio ai fascisti2.0 del M5S

  • Ha indebolito le proposte innovatrici e riformiste

  • Ha dato nuovo spazio alla polverosa sinistra arcaica

  • Ha favorito una legge elettorale che premia alleanze improvvisate, prive di realistiche possibilità di governo

Ce n’è abbastanza per affermare che si tratta di un triste anniversario? Per me si.

Si confrontarono coloro che indicano soluzioni e coloro che indicano nemici. Hanno vinto i secondi. Con l’affermazione della cultura del nemico, si è dato significato politico al rancore, unico collante che tenne insieme l’accozzaglia del no.

Matteo Renzi fece una scommessa azzardata, scommise sull’autonomia di giudizio degli italiani. La realtà ha dimostrato che il no, il contro, l’anti, continuano ad avere un fascino insopprimibile su noi italiani. È così facendo che ci sentiamo “ribelli”. È così facendo che possiamo addebitare al nemico di turno la responsabilità dei nostri mancati successi.

La vittoria del no ha indebolito la nostra democrazia e, come ben sappiamo, la debolezza della democrazia è l’humus in cui germogliano le tentazioni regressive e autoritarie.

In virtù della ridicola, ma efficace formula del “pericolo dell’uomo solo al comando”, ci si convinse che la riforma avrebbe determinato una deriva autoritaria. La deriva autoritaria nasce dalle democrazie deboli, non dalle democrazie forti. L’esperienza fascista, evidentemente, non ce lo ha insegnato.

E ora? Alle prossime elezioni Renzi scommetterà ancora. Ancora solo contro tutti. Ancora contro un’accozzaglia, accozzaglia ancora oggettivamente fiancheggiata da quelli davvero di sinistra.

Mala tempora currunt. Europa, aiutaci tu.

La ripresa non placa il rancore

Il rapporto del CENSIS ruota intorno a queste due parole: ripresa e rancore. La ripresa c’è, ma il rancore non si placa.

Sui social è partita la litania giustificazionista: il rancore è generato dall’ingiustizia sociale, si dice. Insomma, sembrerebbe che i rancorosi lotterebbero contro le ingiustizie.

No, i rancorosi hanno solo paura, paura di impoverirsi, paura di regredire nel posizionamento sociale. E allora cercano risposte, ma non le trovano, e finiscono così per cercare nemici su cui scaricare ogni colpa, nemici da indicare al pubblico odio. Così nasce la società del rancore.

Il nemico è indicato ora negli stranieri, ora in Renzi, ora nell’Euro, ora nei “ricchi”, ora nei poteri forti (?), ora nei “politici”. L’importante è odiare, qualcuno o qualcosa su cui concentrare l’odio, si trova facilmente.

Cent’anni fa, in un periodo di incertezze in fondo simile a quello attuale, furono indicati come nemici da odiare, i politici, i banchieri e gli ebrei. Oggi agli ebrei sono preferiti gli stranieri, sempre più spesso indicati come “africani”, ma la sostanza non cambia molto.

In un mio libro, Il tempo della leadership, scrivo che il senso di stanchezza non deriva dai chilometri che si hanno alle spalle, ma dalla nebbia che si ha di fronte. Credo proprio che sia così: il principale fattore di rancore non è lo stato delle cose (in fondo siamo in ripresa), ma la mancanza di prospettiva.

Il rancore può anche avere delle ragioni, può anche avere delle giustificazioni, ma in ogni caso porta nulla di buono. I seminatori d’odio hanno gioco facile, il rancore è una malattia contagiosa che diventa valanga. Chi propone un altro atteggiamento, è indicato alla piazza come “buonista” e viene subito aggiunto ai nemici da odiare.

Occorre promuovere con forza un atteggiamento diverso. Per fare ciò, è necessario mettere a fuoco come il rancore sia necessariamente “contro”: occorre promuovere la cultura del “per”. È dunque imprescindibile indicare una prospettiva sostenibile e accrescitiva. Solo così si può sconfiggere il rancore. La prospettiva non può che appartenere a un piano più alto e avanzato. Occorre indicare una sfida di emancipazione e cambiamento. Occorre alzare il tiro.

L’unica prospettiva realistica di emancipazione e cambiamento è oggi rappresentata dalla prospettiva europea. Essa rappresenta lo spartiacque tra cultura del per e cultura del contro, tra possibili soluzioni e nemici da odiare, tra progresso e regressione, tra sentimenti positivi e pulsioni istintuali, tra coraggio e paura.

Certo, è difficile essere ottimisti: il mai sopito “sentiment” fascistoide di gran parte della popolazione italiana è oggi ampiamente sdoganato. I Cinquestelle, principali promotori della cultura del rancore, si sono caricati di un’immensa responsabilità storica. Mala tempora currunt.

Gli innovatori, i portatori della cultura del per, possono assolvere al loro compito storico solo trovando il coraggio di guardare all’Unione Europea come all’unico orizzonte possibile e indicando nel suo rafforzamento l’unica realistica proposta politica che possa darci una prospettiva di emancipazione, democrazia e sviluppo.

Populisti? No, accozzaglia reazionaria.

E’ ormai di moda etichettare come “populisti” i seminatori di odio e in generale tutti coloro che indicano nemici. Indicare nei migranti la ragione del nostro malessere, sarebbe populismo; individuare nell’Unione Europea la fonte di ogni crisi, sarebbe populismo; aizzare gli animi contro i cosiddetti e mai precisamente individuati “poteri forti”, sarebbe populismo.

No, non è populismo, è qualcosa di molto più pericoloso. Il comune denominatore dei seminatori di odio riguarda un preciso atteggiamento: rivendicare il mondo perfetto e lasciare quello reale così com’è.

Così succede che di fronte, ad esempio, ai famosi ottanta euro, piuttosto che alla riforma del lavoro, al famigerato articolo 18, alla riforma delle pensioni, costoro dicano “sarebbero ben altre le misure necessarie! tutto ciò è molto diverso dal mondo perfetto che abbiamo in mente e che la gente (?) merita! meglio lasciare le cose come stanno”. Lo stesso atteggiamento viene riservato al processo di integrazione europea: siccome l’Unione Europea non è come la vorremmo, meglio rinunciare.

Costoro si ritengono competenti nel disegnare un ipotetico mondo perfetto, ma sono specialisti nel lasciare quello reale così com’è.

Non c’entra destra e sinistra. C’è chi indica soluzioni da perseguire e chi indica nemici da odiare, questo è oggi il vero discrimine.

Questo atteggiamento, diciamolo, ha sempre esercitato un fascino speciale sulla cosiddetta sinistra che, figlia della cultura del nemico di classe, quando si tratta di convogliare energie contro il nemico di turno, si fa quasi sempre trovare. E’ successo con Craxi, è successo con Berlusconi, sta succedendo con Renzi.

Di certo oggi questo atteggiamento non appartiene solo alla sinistra, ha un tifo molto più ampio che va dalla Camusso alla Meloni, da Bersani a Di Maio, da D’Alema a Salvini. La “coalizione di fatto” che si è costruita attorno al nemico Renzi, al fine di denunciare l’imperfezione della proposta di riforma costituzionale e finire col rivendicare lo status quo, è la rappresentazione plastica della trasversalità di questo atteggiamento. E Berlusconi che c’entra? Anch’egli fece parte di quella coalizione. Significa che fa parte di questa accozzaglia reazionaria?

No, Berlusconi è l’unico vero populista: egli indica soluzioni, non si limita a demonizzare quelle altrui come invece fanno quelli dell’accozzaglia. No, lui propone soluzioni, certo, ma come le seleziona? Lui propone soluzioni gradite ai più, al popolo, indicate dai sondaggi. Quindi è certamente populista, è l’unico vero populista, ma non fa parte a pieno titolo dell’accozzaglia. Anzi, gli va dato merito di porsi come il più fermo alfiere della denuncia della pericolosità del Movimento 5 Stelle.

La sua partecipazione al fronte del no in occasione del referendum costituzionale, va ricercata certamente nella ripicca relativa alla vicenda di Mattarella, ma anche nella sua vocazione a stare comunque dalla parte di chi vince e il no appariva la scelta più “vincente”.

In vista delle elezioni politiche, il cosiddetto centrodestra unisce dunque forze orientate alla soluzione, sia pure con tendenze populiste, (Forza Italia) con forze decisamente orientate all’odio e al nemico (Lega e Fratelli d’Italia). Il Movimento 5 Stelle fa dell’odio, del nemico e del vaffanculo le sue bandiere, sono i portabandiera delle ragioni dell’accozzaglia reazionaria. Il cosiddetto centrosinistra, grazie al fausto diniego della sinistra arcaica a partecipare alla coalizione, appare invece più compiutamente orientato alla politica delle soluzioni sostenibili.

Certo, all’interno del PD, anche dopo la fuoriuscita della sinistra arcaica, continuano a convivere pulsioni orientate al nemico, ma, quantomeno a oggi, appaiono ampiamente minoritarie. Lo spirito orientato alle soluzioni della coalizione sarebbe certamente confermato e potenziato, se vi facesse parte la nascente lista +Europa, frutto dell’unione tra Radicali e Forza Europa. La cosa non è semplice: la lista per presentarsi deve raccogliere una quantità irrealistica di firme. Ha ragione Emma Bonino quando sostiene che la legge elettorale recentemente approvata sembra pensata all’insegna del “chi c’è c’è, chi non c’è non c’è”. Vedremo.

In ogni caso la partita è questa: soluzioni sostenibili o nemici da odiare? La speranza è che le forze della soluzione, del per, del si, dell’inclusione, del tifo a favore, abbiano un sufficiente consenso per poter esprimere un governo, anche quando appartenenti a coalizioni diverse. L’alternativa è roba brutta. Ma brutta brutta.

Perché +Europa

Stare o non stare nell’Unione Europea?

Il tema viene spesso trattato a botte di “ci conviene o non ci conviene?”; altre volte il tema si tratta invece con rassegnati “si può o non si può?”. I vari Salvini e Di Maio sbraitano contro l’Unione Europea, dichiarano di voler uscire, propongono referendum, poi, in vista delle elezioni, ritrattano, poi risbraitano. Il Berlusca cerca di tenere insieme i liberali di Forza Italia coi populisti della Lega e parla di doppia moneta. Renzi, vestendo panni che non gli stanno mica bene e inventandosi uno dei suoi giochetti di parole (mi hanno sinceramente un po’ rotto), dice “Europa si, ma non così”.

Stare nell’Unione Europea è una scelta che va al di là della convenienza e degli obblighi. Si tratta di una scelta con valore storico e planetario, non contingente e utilitaristico.

L’Unione Europea rappresenta una storica conquista. Ancorché ci si sprechi nel sottolineare la parzialità dell’integrazione e la sua valenza burocratica e tutta finanziaria, la realizzazione dell’Unione Europea rappresenta un risultato storico straordinario in senso anche politico e culturale. Solo vent’anni fa, sarebbe stato utopistico pensare a un’Europa senza passaporti, senza dogane alle frontiere, con una sola moneta. Gli unici che nel mondo non si rendono ancora pienamente conto della portata di questo primo passo in questo grandissimo processo storico, siamo proprio noi europei.

Gli Innovatori possono lavorare per la pace favorendo altri passi in direzione dell’integrazione europea. Occorre darsi l’obiettivo di far si che ogni cittadino italiano (e in generale europeo) senta l’orgoglio di definirsi “europeo”.

Quando un cittadino italiano in visita all’estero, ad esempio negli USA, alla domanda “da dove vieni?” risponderà “dall’Unione Europea”, quella sarà la dimostrazione che il processo di integrazione europea sarà stato portato a termine.

Per raggiungere questo risultato occorre agire su più fronti, ovviamente non basta quello economico.

Pensiamo all’Italia di fine ottocento: un coacervo di ex-staterelli con tradizioni e lingue (dialetti) diverse. Grazie a una serie di iniziative, ma fondamentalmente al servizio militare, alla scuola pubblica e, successivamente, alla televisione, le genti italiane hanno finito per capirsi e sentirsi popolo. Senza una lingua non c’è un popolo: occorre dare un’unica lingua all’Unione Europea, anche quando ciò comportasse un periodo di interregno bilinguistico nei diversi paesi.

Dopo aver costituito l’Unione Europea, occorre oggi costruire il Popolo Europeo.

L’orgoglio di un popolo deriva anche dalla consapevolezza della sua storia e della sua cultura. Certo che l’Italia ha una grande storia e una grande cultura, ma pensiamo alla storia e alla cultura europea: oltre a Dante c’è Shakespeare, oltre a Verdi c’è Beethoven, oltre a Ligabue c’è Picasso, oltre a Luigi Pirandello c’è Victor Hugo, oltre alla canzone napoletana ci sono il rock inglese e la canzone d’autore francese. Occorre mettere mano a una serie di iniziative affinché i cittadini europei si sentano figli di una cultura comune: nelle scuole italiane, ad esempio, non andrebbe insegnata tanto la storia d’Italia, quanto invece la storia d’Europa.

Piaccia o no, un popolo, per sentirsi popolo, ha bisogno di simboli. Mi piacerebbe fare un’indagine per misurare la percentuale di cittadini italiani che conoscono l’inno europeo, che ne conoscono l’autore, che saprebbero canticchiarlo. Temo che il risultato sarebbe desolante. Peccato, l’Inno alla gioia, movimento finale della nona sinfonia composta nel 1823 da Ludwig van Beethoven è un inno bellissimo. La stessa cosa vale per la bandiera europea: quante stelle ha? Qualcuno forse non ricorda neppure il colore dello sfondo. Quando da bambino frequentavo la scuola elementare, cantavo l’Inno di Mameli tutte le mattine. Bisogna riprendere l’abitudine, ma con l’Inno alla gioia.

Per riconoscersi nella bandiera europea, non basta la sua esposizione negli edifici istituzionali e pubblici, cosa per altro sacrosanta, occorre riconoscersi nella bandiera in contesti emozionanti e unificanti. Il processo di integrazione europea avrà un impulso straordinario quando ai campionati mondiali di calcio si presenterà la squadra dell’Unione Europea e altrettanto accadrà alle Olimpiadi.

Infine, occorre naturalmente conferire maggior potere legislativo al Parlamento Europeo e maggior potere esecutivo al “governo”, specie su alcuni “ministeri”, a partire da quello degli Esteri e della Difesa, così come occorre lavorare per avere un unico rappresentante all’ONU e un unico comando delle Forze Armate.

Un sogno? Beh, la differenza fra un sogno e un obiettivo in fondo in fondo è nell’indicazione di una data.

Giuseppe Garibaldi é famoso per due frasi: Obbedisco e O si fa l’Italia o si muore. Allo stesso modo, gli Innovatori devono saper coniugare il riconoscimento delle autorità superiori europee con un formidabile impegno per portare a termine il progetto dell’Unione Europea secondo il suo spirito originario: O si fa l’Europa o si muore!

Nel mondo c’è chi separa e chi integra: gli Innovatori sono per l’integrazione.

Gli Innovatori italiani devono lavorare affinché l’Italia diventi la locomotiva politica dell’Unione Europea e affinché gli italiani e in generale gli europei, si rendano conto di essere la più grande economia mondiale: la sommatoria del PIL dei Paesi membri dell’Unione Europea, supera quello dei cinquanta stati nordamericani.

Questo obiettivo rappresenta il principale orizzonte che gli Innovatori sono chiamati a perseguire sul tema della pace perché solo la progressiva integrazione fra Paesi diversi in coerenza con un comune spirito planetario, può favorire una pace stabile.

Mio nonno era di sinistra?

Dei miei quattro nonni ne ho conosciuto uno solo, il nonno materno. Di mestiere faceva il concertista e, per l’esattezza, il pianista nei concerti per pianoforte e orchestra. Suonava per lo più all’Arena di Pola, in Istria, dove era nato e cresciuto. Giacché i concerti per pianoforte e orchestra non sono poi così comuni, per arrotondare, suonava il pianoforte nei cinema: era l’epoca del cinema muto.

Per mio nonno e la sua famiglia, la fine della seconda guerra mondiale ha corrisposto a un tragico esodo, l’esodo istriano. In effetti, l’Italia uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale, cedette alla Yugoslavia quella bellissima e bianca penisola chiamata appunto Istria. I partigiani comunisti del Maresciallo Tito, infierirono nei confronti della popolazione italiana: chi si dichiarava comunista e disposto a diventare slavo, veniva risparmiato, chi rivendicava, anche ingenuamente e innocuamente, la sua identità italiana, veniva gettato nelle foibe, profonde cavità rocciose aperte a ridosso della scogliera. Bastava gettare uno degli sventurati e tutti gli altri, legati insieme col filo spinato, lo seguivano a catena nella caduta.

Alcuni si sono salvati da questo orribile destino e sono fuggiti abbandonando ogni cosa e migrando in altre parti di Italia. Mio nonno scelse per il suo nuovo approdo un’altra città di mare, Genova, dove trovò un impiego al INPS. Non gli ho mai sentito pronunciare mezza parola di recriminazione, eppure da Rachmaninov al INPS il salto dev’essere stato notevole.

Quanti giovani conoscono la tragedia dei profughi istriani? Immagino pochi, molti meno di quanti, almeno per sentito dire, non conoscano, ad esempio, la vicenda delle Fosse Ardeatine.

Ciò ha una spiegazione. In effetti, la tragedia del popolo istriano non si limitò all’esodo; ci fu una sofferenza morale aggiuntiva data dal fatto che nessuno si occupò di loro e che, anzi, i più li guardarono con diffidenza. Il Partito Comunista di allora, infatti, un po’ per malsana convinzione, un po’ perché accecato dall’ideologia, un po’ per le gabbie delle sue alleanze internazionali, non esitò a gettare fango sulla tragedia di questi connazionali. Fa molta impressione leggere quanto scrisse L’Unità nel novembre del 1946 a proposito dei profughi istriani: “Ancora si parla di ‘profughi’: altre le persone, altri i termini del dramma. Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi.” Insomma le parole del PCI di ieri, corrispondono alle parole di Casa Pound di oggi.

L’emarginazione dei profughi istriani, fu una delle concessioni che, nell’ambito della ricostruzione nazionale post fascista, furono fatte al Partito Comunista ad opera delle forze politiche dell’arco costituzionale. Si tratta di una vergogna che pesa nel già pesante zaino comunista, ma anche sulla coscienza dell’intero Paese.

Nell’Italia democratica, mio nonno non fu di sinistra, fu sempre fedele al suo riferimento politico, la Democrazia Cristiana, fu un silenzioso esponente dell’altrettanto silente maggioranza che non a caso prese il nome di “maggioranza silenziosa”. A partire dagli anni sessanta, quella scelta politica fu ridicolizzata dalla gran parte degli intellettuali nostrani. Oggi che la Storia ha emesso i suoi inequivocabili verdetti, possiamo affermare con serena consapevolezza che mio nonno si schierò dalla parte giusta. Gli altri, quelli impegnati, quelli emancipati, gli urlatori di certezze, dalla parte sbagliata.

Il nonno paterno non l’ho conosciuto. Di lui so però che si diceva socialista e che quando, agli albori del ventennio fascista, pochi giorni dopo l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, nacque uno dei suoi figli (mio padre), scelse di chiamarlo Giacomo di primo nome e Matteotti di secondo. Non fu possibile: gli impiegati municipali, per paura, si rifiutarono e il secondo nome fu tramutato in Matteo. Ciò fu però sufficiente a procurargli tante bastonate ad opera di una squadraccia fascista, da generare lesioni polmonari che lo ridussero in fin di vita e ne procurarono la morte non molto tempo dopo.

La sua storia ha certamente influito sulla vita del figlio Giacomo Matteo che, diciott’anni dopo, avrebbe aderito alla Resistenza. Dopo la Liberazione, mio papà aderì all’ANPI, l’Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia, ma non si riconobbe in quel pensiero unico secondo il quale la Resistenza sarebbe stata condotta in modo preminente da partigiani comunisti.  Cercò di spiegare come, secondo la sua esperienza, si fosse trattato invece di un movimento spontaneo e di popolo. Fu cacciato dall’ANPI con l’epiteto di social-fascista.

Due storie diverse, certo, ma entrambe raccontano di uomini che hanno vissuto il loro tempo, di vittime che hanno saputo affermare la loro identità e provare a proteggere le loro famiglie, al di la di ogni tentativo di sopraffazione. Ha senso, oggi, distinguere queste vicende umane col criterio della destra e della sinistra? Ha senso, oggi, attribuire una maggiore positività valoriale all’una o all’altra vicenda, utilizzando lo schema destra/sinistra?

No, non ha alcun senso. Lo schema destra/sinistra rappresenta una contraddizione ampiamente secondaria e non ci aiuta più a leggere la realtà. Oggi il discrimine è tra chi indica soluzioni e chi indica nemici, tra chi apre e chi chiude, tra chi include e chi esclude.

Per questo il processo di integrazione europea rappresenta uno spartiacque emblematico e trasversale rispetto alla collocazione degli schieramenti.

Speriamo sia stato solo un teatrino

Sembra proprio che MDP abbia risposto picche al PD, sembra proprio che finiscano per prediligere forme di più o meno tacito accordo col M5S.

E se invece avessero detto si? Se Speranza, D’Alema e Bersani avessero accettato le proposte di Fassino? Ci saremmo ritrovati con un PD che, tradendo il progetto renziano di rivolgersi a tutti e non solo alla “sinistra”, si sarebbe autoproiettato indietro di dieci anni. Fortunatamente ciò non è accaduto. Era tutto un bluff? Era solo un teatrino. Non che la cosa mi piaccia così tanto, ma voglio sperare di sì.

Vedere Fassino elemosinare l’appoggio di MDP a un’improbabile coalizione, mi ha ricordato Bersani quando elemosinò l’appoggio grillino per un improbabile governo.

Gli alleati di chi indica soluzioni non vanno ricercati in chi indica nemici. La contraddizione destra/sinistra è ampiamente secondaria. Quando si troverà il coraggio di affermarlo con forza?

Dagli slogan al bastone: a volte le parole sono pietre, a volte diventano testate

Prima che la sconfitta della nazionale italiana con la Svezia deviasse l’attenzione, nei giorni precedenti si faceva un gran parlare della testata a un giornalista ad opera di tal Roberto Spada.

Ha impressionato la violenza del gesto, certo, ma ancora di più la successiva accondiscendenza da parte di molti: nel corso dell’arresto di Spada, le forze dell’ordine sono state contestate, mentre sui social dilagavano i “si, ma” e i ” si, però”.

La logica sottintesa dall’accondiscendenza è quella del “in fondo se l’è cercata”. Sembra che chiunque sia vittima di un sopruso ” se la sia cercata”. Se l’è cercata il giornalista, se la sono cercata le donne molestate, se la cerca (di default) ogni extracomunitario discriminato.

Viviamo in un Paese che, a forza di “se l’è cercata”, dopo aver accettato linguaggi violenti, accetta oggi anche pratiche violente. Anche cent’anni fa le bastonate delle squadracce sono arrivate dopo le parole, dopo gli slogan, dopo che qualcuno ha indicato i nemici che la dovevano pagare.

Sta riemergendo il sopito e mai morto spirito fascista che caratterizza l’atteggiamento di larga parte della popolazione italiana. Si tratta di un atteggiamento culturale che trascende anche i diversi orientamenti politici. Si tratta di una cultura ben sedimentata e negli ultimi anni rinvigorita dai leader che preferiscono indicare nemici anziché indicare soluzioni realistiche e sostenibili.

La cultura del nemico è certamente portata avanti da Salvini, ma, in fondo anche dagli eredi del “nemico di classe” che, ora indicando Renzi, prima Berlusconi, vedono nella sconfitta del “nemico” la soluzione di tutto, ma certamente il leader maximo della cultura del nemico è Beppe Grillo. Per lui sono tutti cattivi e nemici, unica eccezione i suoi che sono candidi, duri e puri. Tipico atteggiamento totalitario.

Sia ben chiaro, la responsabilità della testata al povero Piervincenzi è di Roberto Spada e di nessun altro, ma certo chi propone un ribellismo adolescenziale che indica nemici immorali e ne preconizza la brutale sconfitta sognando vendetta, ci mette del suo. Da questo punto di vista, è impressionante riguardare in sequenza parole e atteggiamenti grilliani, il gesto del pulirsi il culo con un quotidiano, la distribuzione di banconote facsimili ai giornalisti, le liste dei giornalisti nemici sul blog, le ingiurie (vi mangerei solo per il gusto di vomitarvi), infine le parole pronunciate in uno dei suoi vaffaday (“un giorno con i giornalisti faremo i conti, eccome se faremo i conti, li faremo con tutti i conti, li faremo”) mentre un esaltato commenta “a bastonate”.

Ovviamente, ripeto, non c’è alcun collegamento diretto tra le parole del leader e il gesto di Spada, ci mancherebbe, ma le responsabilità politiche nella determinazione di una cultura violenta, quelle restano. E resteranno.

 

Politica delle soluzioni: federare le forze

In vista delle prossime elezioni politiche, ci si dà un gran da fare per mettere insieme le coalizioni. Lo schema è sempre quello: destra contro sinistra.

Come da tempo sostengo, la contraddizione destra/sinistra è ampiamente secondaria: oggi la contraddizione principale riguarda il confronto tra le forze che si ispirano alla cultura delle soluzioni e quelle che si ispirano alla cultura del nemico.

Da una parte buona parte del PD, un bel pezzo di Forza Italia, i cespugli centristi; dall’altra il M5S e i suoi “alleati di fatto” della sinistra arcaica, della Lega, di Fratelli d’Italia.

Alle elezioni però si andrà con alleanze che non esprimono il confronto reale, ma quello ideologico. Si tratta di alleanze destinate a sfaldarsi il giorno dopo le elezioni.

Nessuno ha il coraggio di virare esplicitamente verso la costruzione del polo del per e non del contro, della soluzione e non del nemico. Sarebbe immediatamente accusato di inciucio e messo in croce. Così si preferisce il teatrino e Renzi continua a spiegare quanto sia “di sinistra” e Berlusconi continua ad aggrega con sé antieurpeisti di ogni genere.

C’è però una piccola nascente forza che può assumere il ruolo di federatore delle forze del per: Forza Europa. Nasce dal connubio tra figure come Benedetto Della Vedova e Emma Bonino e suscita l’interesse di figure come Carlo Calenda e Marco Cappato. Roba interessante. Per me.

Scelgo di sostenere Forza Europa e, con Forza Europa, tutte le forze del per, della soluzione, della fiducia.

Sei di destra o di sinistra? Sono per indicare soluzioni e non per indicare nemici.

Alcuni decenni fa il mondo si divideva in due campi, quello sovietico e quello occidentale, cioè statunitense. Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche da un lato e Stati Uniti d’America dall’altro, rappresentavano i due poli dei campi: o da una parte o dall’altra; non c’era molto spazio per le vie di mezzo.

Si alzò una voce a rompere questo schema, quella di Mao Tse Tung. Egli sosteneva la necessità di un nuovo paradigma. Spiegò come la “contraddizione principale” che consentiva una più efficace lettura delle dinamiche mondiali non fosse quella tra USA e URSS, ma quella tra paesi poveri e paesi ricchi. Teorizzò che il pianeta fosse rappresentato da tre mondi, non da due: il Primo Mondo, costituito dalle due “superpotenze”, USA e URSS; il Secondo Mondo, costituito dalla gran parte dei paesi europei, dal Giappone, dal Canada, insomma dai paesi sviluppati; il Terzo Mondo, costituito dai paesi poveri dell’Africa, dell’Asia, del Sudamerica.

Grazie a questa intuizione, il termine “Terzo Mondo” divenne di uso comune e tutt’ora lo utilizziamo. La contraddizione tra USA e URSS, in quest’ottica, appariva del tutto secondaria.

Anche oggi, per leggere la realtà politica, c’è bisogno di un nuovo paradigma: lo schema destra/sinistra non ci aiuta più. Quale può essere il nuovo schema?

A mio giudizio, la contraddizione principale di oggi vede contrapposte due culture politiche: la cultura della soluzione, da un lato; la cultura del nemico, dall’altro.

Si tratta di culture certamente trasversali rispetto allo schema destra/sinistra: tanto nella cosiddetta destra quanto nella cosiddetta sinistra, c’è chi indica soluzioni e c’è chi indica nemici. Chi indica nemici è oggettivamente e inevitabilmente alleato (anche suo malgrado) dei leader indiscussi della cultura del nemico, i Cinque Stelle.

Da questo punto di vista, continuare a immaginare le possibili alleanze dentro lo schema destra/sinistra, contraddizione ampiamente secondaria, appare antistorico. Un’alleanza tra forze ispirate dalla ricerca delle soluzioni, pur appartenenti a campi diversi nello schema destra/sinistra, non sarebbe un “inciucio”, sarebbe la sacrosanta risposta alle dinamiche politiche di questa nuova epoca.

Non tutti lo capiscono fino in fondo; molti tra coloro che lo capiscono, non hanno il coraggio di affermarlo apertamente. Io sono per affermare le ragioni di chi indica soluzioni e non di chi indica nemici. Per questo, se votassi alle regionali siciliane, senza alcuna ombra di dubbio voterei per Musumeci, il candidato del centro-destra, in quanto rappresentante della cultura della soluzione, in competizione col candidato pentastellato, portatore della cultura del nemico. Il fatto che Musumeci appartenga al campo della cosiddetta destra o della cosiddetta sinistra, è ampiamente secondario.

Saprà e potrà Renzi sposare fino in fondo questa logica? Difficile: egli persevera nel suo (inevitabilmente goffo) tentativo di spiegare quanto siano “di sinistra” le sue politiche, come se, davvero, la cosa fosse così importante e derimente. A me, ad esempio, non frega quasi nulla: mi interessa che le politiche siano efficaci e sostenibili, le etichette non mi appassionano più di tanto.

Solo scelte politiche magari non facili da spiegare, ma coerenti con questo nuovo paradigma, potranno salvare il nostro Paese dall’avanzata di quello che chiamano populismo, ma che io chiamo fascismo 2.0. Si tratta di una questione di rilevanza storica.

Mi chiamo Matteo Renzi e ho fallito. Fatemi riprovare. 

Ho letto Avanti, il libro di Matteo Renzi recentemente pubblicato da Feltrinelli. 

Non si tratta di un saggio, è se mai la cronaca della sua esperienza di governo, una cronaca franca e diretta, come è nello stile del personaggio, nella quale non rinuncia a togliersi dalle scarpe qualche fastidioso sassolino. 

Nel complesso, si tratta di una lettura piacevole. Trovo che la parte migliore sia quella iniziale, nella quale l’autore prende atto della sua sconfitta. Ecco le due frasi per me piu emblematiche:

  • Molto, quasi tutto è ancora da cambiare. 

  • Ho provato a smantellare questo sistema, ma in un paese fondato sui ricorsi al Tar, devo prendere atto che abbiamo fatto solo qualche piccolo passo in avanti. 

Certo, rispetto a quella “rivoluzione liberale” da tanti auspicata, ha fatto più Renzi in tre anni di quanto non abbia fatto Berlusconi in venti. Ma la vera svolta non c’è stata. È sotto gli occhi di tutti: la pressione fiscale continua ad essere insostenibile; il rapporto tra entità della contribuzione e qualità dei servizi ricevuti continua ad essere fortemente iniquo. Questo dato basta e avanza per non autorizzare la parola “successo”. Se poi si guarda anche all’esito del referendum costituzionale, il fallimento della proposta renziana appare in tutta la sua evidenza. 

Il tefrain “c’è ancora tanto da fare, ma tanto abbiamo fatto”, rappresenta dunque la parte debole non solo del libro, ma, in generale, della narrazione proposta da Matteo Renzi. 

Meglio, molto meglio dire: ho fallito, ma fatemi riprovare. 

Ma su quali basi si può fondare il riprovarci? Innanzitutto sull’esplicita e inequivocabile presa di coscienza del fatto che oggi la “contraddizione principale”  è rappresentata dal confronto tra la cultura della soluzione e la cultura del nemico, culture diverse presenti tanto nella cosiddetta destra quanto nella cosiddetta sinistra, e che il piano del confronto destra verso sinistra rappresenta una contraddizione ampiamente secondaria. 

Se Matteo Renzi saprà raccogliere questa sfida fino in fondo, con quel coraggio e quella sfacciataggine che non gli mancano, allora, forse, potrà aprirsi davvero un nuovo capitolo della storia d’Italia.