La crisi, il PCI e il complesso della sinistra

La crisi di governo si dipana proprio nel giorno in cui si celebra la costituzione del Partito Comunista in Italia. 

C’è una qualche correlazione tra i due eventi oltre alla semplice coincidenza temporale? Sì, c’è. 

Il partito comunista nasce un secolo fa con il dichiarato intento, dettato dai comunisti sovietici, di indebolire l’area e la prospettiva riformista di tradizione socialista. Dal momento del loro costituirsi in partito, i comunisti italiani hanno preso a denigrare e irridere i socialisti, definiti “social-fascisti”, in nome di una visione rivoluzionaria che l’ispirazione riformista indeboliva. Lo stesso termine “riformista” equivaleva a un insulto, tanto che, molti anni dopo, gli esponenti comunisti più inclini a una politica riformista, è il caso di Giorgio Napolitano e Emanuele Macaluso (mancato proprio in questi giorni), non avranno il coraggio di definirsi tali e saranno costretti a coniare un neologismo: “miglioristi”.

Sta di fatto che la spaccatura del movimento socialista e la conseguente nascita del partito comunista, superata la parentesi del ventennio fascista, ha generato nel tempo due effetti:

  • Egemonia comunista nella sinistra e conseguente impossibilità (di fatto) di vivere una normale democrazia dell’alternanza. 
  • Sedimentazione della logica del “nemico” (derivato diretto della teoria del nemico di classe) nella cultura politica della sinistra italiana.

Per decenni la democrazia italiana è rimasta bloccata, priva di una realistica possibilità di alternanza. Così la Democrazia Cristiana governava con anomala continuità, mentre il Partito Comunista vagheggiava di un’alternativa impossibile. 

Negli anni ottanta si levò la voce di Bettino Craxi che, vaso d’argilla tra vasi di ferro, pose il tema e dedicò la sua vita politica alla costruzione delle condizioni politiche volte a generare una normale democrazia dell’alternanza, condizioni che inevitabilmente passavano attraverso un rovesciamento dei rapporti di forza tra PCI e PSI. Per lunghi anni Bettino Craxi fu dunque considerato il nemico numero uno dei comunisti e non certo a causa della cosiddetta “questione morale”, foglia di fico antesignana della retorica della “casta” e dell’antipolitica grillina, ma proprio a causa della sua visione che fece riemergere l’atavico antisocialismo comunista.

Enrico Berlinguer si rese ben conto del cul de sac in cui si trovava la democrazia italiana e teorizzò la strategia della “solidarietà nazionale”: tutti insieme al governo, contro la prospettiva dell’alternanza. Si trattava di una visione non solo miope, ma anche ben poco democratica. 

Negli anni novanta il quadro politico fu squadernato dall’iniziativa politica di Silvio Berlusconi che, favorito dal sistema elettorale generato dal referendum di Mario Segni, determinò per la prima volta in Italia la possibilità di scegliere tra opzioni politiche alternative. Di questo non gli si sarà mai abbastanza grati. Non a caso, anch’egli divenne il pericolo numero uno della sinistra che, per quanto non si definisse più “comunista”, continuava a fondarsi sulla logica del nemico.

Il nuovo millennio ha portato con sé una nuova epoca, per comprendere la quale occorre sgretolare i vecchi tabù, i vecchi totem, i vecchi paradigmi. Oggi la partita non è più tra destra e sinistra, ma tra l’opzione populista e l’alternativa che non c’è. Perché non c’è ancora un’alternativa all’opzione populista? In buona parte perché si pensa, sbagliando, che il populismo sia sostanzialmente “di destra” e l’alternativa al populismo non possa che provenire da “sinistra”. Falso. Come ho più volte scritto e approfondito, la narrazione populista è trasversale rispetto allo schema destra/sinistra e anche l’alternativa al populismo deve inevitabilmente esserlo. 

Veniamo alla cronaca. L’impasse politico in cui ci troviamo oggi è in gran parte figlio di questa situazione: in Parlamento si consuma un confronto (privo di contenuti), tra centro-destra e centro-sinistra anziché, come dovrebbe essere, tra fronte populista (nelle sue declinazioni sovraniste e giustizialiste) e fronte alternativo. 

La stessa iniziativa di Italia Viva, nonostante le speranze (poi deluse) che aveva destato al suo esordio, è prigioniera di questo equivoco, così Renzi, nel suo intervento al Senato, si rivolge ai banchi del PD con l’espressione “amici e compagni del PD” e aggiunge, citando Martinazzoli, “Io credo che la politica sia altrove e che, prima o poi, dovrete tornarci”. Insomma, la missione di Italia Viva sembra essere quella di esercitare il ruolo di anima critica del PD. Considerando che il PD interpreta a sua volta il ruolo di anima critica dei cinquestelle, Italia Viva sembra ridursi a fare l’anima critica dell’anima critica dei grillini. Il partito renziano nasce col complesso della sinistra e non evolve, anzi. Risultano emblematiche le parole con cui Teresa Bellanova celebra su Twitter il centenario della nascita del partito comunista in Italia: Riferimento imprescindibile per tanti di noi. Anche se oggi il partito non esiste più, esistono ancora quei principi di uguaglianza, libertà, democrazia, riformismo che abbiamo il dovere di promuovere sempre

Il sistema democratico italiano non ha bisogno di nuove “vere sinistre” e neanche dell’affermazione della “sinistra riformista”, tema che, come detto, aveva una sua legittimità negli anni ottanta, ma che oggi appare fuori dalla storia. 

Di cosa ha bisogno il sistema democratico italiano? Ecco i tre fattori principali:

  • Una narrazione politica alternativa a quella populista che, come quella populista, sia trasversale rispetto allo schema destra/sinistra. 
  • Un progetto politico volto a costruire una forza portatrice di questa visione. 
  • Un leader che sappia convogliare su tale progetto energie trasversali. 

Mi pare di non vedere all’orizzonte alcunché in tal senso.

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