Popolo senza casa

C’è un popolo senza casa. É un popolo nuovo e composito. É il popolo della nuova epoca politica, quell’epoca 4.0 nella quale destra e sinistra hanno perso quasi ogni significato, nella quale le etichette come “lavoratore” o “imprenditore”, ma anche “disoccupato” o “precario”, ci aiutano sempre meno a comprendere la realtà. É un popolo di persone che vogliono sentirsi persone a tutto tondo e senza etichette, sempre, in qualunque stato o fase della vita si trovino.

É un popolo di persone che hanno una visione umanistica della vita e, in fondo, una visione ottimistica della natura umana. Persone che desiderano affermarsi ed esprimersi, persone che di fronte ai propri mancati successi, non cercano alibi, persone che sanno trovare il coraggio e l’energia della responsabilità individuale.

É un popolo di persone non afflitte dal bisogno del nemico, sanno affermare se stesse anche senza vivere “contro”, preferiscono vivere “per”. Non odiano, preferiscono scovare il bello e dargli spazio. Non rivendicano il mondo perfetto, sono consapevoli della contraddittorietà della realtà.

É un popolo di persone aperte e inclusive che non per questo si sentono obbligate a definirsi “di sinistra”; é un popolo di persone che sanno rispettare l’autorità, ma non per questo si sentono obbligate a definirsi “di destra”. Sono persone che apprezzano la riforma del lavoro renziana, ma trovano stucchevole il voler a tutti i costi definirla “di sinistra” per giustificarne l’approvazione. Sono persone che vogliono sentirsi libere: possono votare SI al referendum costituzionale senza per questo sentirsi “renziane”; possono votare per il centrodestra senza per questo sentirsi allineate con Salvini; possono sentirsi un po’ liberali e un po’ socialiste senza per questo sentirsi incoerenti; possono ritenersi profondamente laiche e al contempo ispirate dal cristianesimo.

É un popolo di persone che amano i buoni sentimenti e i sani principi, non cedono all’odio verso un nemico in cui incarnare ogni male né verso verso una “classe” su cui scaricare ogni colpa. In fondo si tratta di un popolo di “buonisti” e “globalisti”, termini che non assimilano a insulti.

É un popolo bellissimo, ma senza casa. Bisogna dargliela. Bisogna costruirla. Bisogna mettersi al lavoro. Dev’essere una casa aperta, alternativa a quella rancorosa e totalitaria dei cinquestelle, le cui salde fondamenta non possono poggiare su riedizioni di partiti o partitini della vecchia epoca. Ci sono tante energie libere, ma disperse. Esse vanno convogliate. Chi saprà farlo assolverà a un compito storico e bisognerà rendergliene merito.

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