Sono un buonista e me ne vanto

Il bisogno del nemico, prima di essere un pretesto politico, è un bisogno esistenziale: ti senti in difficoltà? fatichi a centrare i tuoi obiettivi? non riesci a vivere col tenore che vorresti? No, la soluzione non la troverai mettendoti in discussione, no, la troverai scaricando le colpe su un nemico, colpevole di ogni male! Sembra essere questa l’esortazione mossa dagli odiatori professionali.

Coloro che invece non cedono alla tentazione di scaricare sui “nemici” le loro frustrazioni e cercano di indicare soluzioni, vengono apostrofati con l’epiteto di “buonisti”, odioso neologismo volto a perpetrare la cultura del contro.

Certo, aggregare contro è più facile che aggregare per: nel secondo caso ci vogliono anche delle idee, nel primo è sufficiente distruggere quelle degli altri.

Chi sbraita contro tutto e tutti si fa inconsapevole portatore della cultura dominante: si crede un ribelle ed è invece il più conservatore dei conservatori.

Questi nuovi reazionari, i fascisti 2.0, credono di aver capito prima e più degli altri, si domandano come facciano gli altri a non capire, si reputano combattenti (per lo più attraverso la tastiera, sui social network), si sentono avanguardia, propongono siti di presunta informazione libera e aspirante controinformazione, specializzati perlopiù nel distorcere la realtà se non addirittura nel proporre vere e proprie bufale.

È un modo per riproporre il solito refrain che sposta il conflitto sul fronte politici-cittadini, dove i politici sono tutti cattivi e i buoni sono tutti i cittadini dei quali loro, i fascisti 2.0, sarebbero gli unici autentici rappresentanti. Per costoro, la rappresentanza dei cittadini non sarebbe garantita da una normale dialettica democratica, ma da una forma di democrazia diretta, governata da loro, unici rappresentanti davvero “onesti”. Su questa base si sono imposte quasi tutte le dittature e, con affinità quasi didascaliche con quanto sostenuto dal Movimento di Grillo, la dittatura derivata dall’imporsi del Movimento Socialista Nazionale di Gheddafi in Libia. Egli denunciò i limiti della democrazia rappresentativa e teorizzò forme di democrazia diretta che realizzò attraverso i cosiddetti Comitati Popolari, fondamento della Jamahiriyya.

Quasi tutte le dittature denunciano i limiti delle democrazie rappresentative e propongono forme di democrazia diretta. Ma tali forme finiscono per essere governate da un solo soggetto, così la democrazia diretta diventa monopartitismo e la partecipazione del popolo è assicurata dalla “piazza”.

Il web è la nuova piazza: un buon luogo di incontro, ma molto pericoloso quando vi si fanno processi o nomine. La retorica del web ha un suo fascino, ma non si discosta dalla retorica della piazza.

Si tratta di un ribellismo infantile, un atteggiamento adolescenziale, una psicosi collettiva che trova spazio solo grazie alla scadentissima qualità dell’offerta politica generale. Questo atteggiamento infantilmente ribellista, fa perdere di vista la complessità della realtà e tende a ridurre ogni questione a complotto.

Una realistica proposta di innovazione non può svilupparsi dentro all’attuale schema destra-sinistra, ma neppure grazie al ribellismo di professione: la qualità della politica si promuove con la dimostrazione di competenza e di senso della visione, non con la dichiarazione di onestà; con il coraggio della proposta, non con l’additamento del nemico di turno.

Sono un buonista e me ne vanto.

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