Mi sento negro e sto per diventare africano. 

La parola “negro” è una bella parola, non nasce certo come dispregiativa. In medicina, quando si mettono in evidenza i diversi effetti di alcuni farmaci su persone di etnia differente, si parla appunto di di “razza negra”. 

Poi succede che qualcuno, specie negli USA, inizia a usare il termine negro (niger) in senso dispregiativo. E gli altri che fanno? Rifiutano questa accezione e continuano a usare la parola nel suo significato neutrale? No, si arrendono e iniziano anch’essi a considerare la parola “negro” come dispregiativa e, in nome del politicamente corretto, inventano un’altra parola: nero (black). Sei razzista? Dici negro; non sei razzista? Dici nero (per i più raffinati, “di colore”).

No. Io continuo a dire negro. Non è una parolaccia. Mia moglie è negra e io ho iniziato l’iter per ottenere la cittadinanza keniana: mi sento negro dentro. 

Oggi assistiamo, in Italia, a un fenomeno simile: la parola “africani”, di per se stessa neutra, sta asuumendo un significato dispregiativo. Fateci caso, chi parla con ripugnanza dei cosiddetti migranti, ha iniziato a chiamarli “africani”. Ci arrenderemo anche questa volta? Dovremo inventarci una nuova parola per indicare i nativi del continente africano? Spero proprio di no. 

Io non mollo. Mi sento negro e sto per diventare africano. 

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