Quanta retorica sui vitalizi!

Sembra la madre di tutte le battaglie. Si tratta invece una battaglia in gran parte retorica e probabilmente di dubbia costituzionalità.

Innanzitutto è bene ricordare come nasce l’istituto del vitalizio. Fu introdotto per garantire a deputati e senatori la sussistenza dopo l’esperienza parlamentare, in considerazione del fatto che avrebbero ragionevolmente abbandonato il loro lavoro o la loro professione per potersi dedicare all’attività parlamentare. Con ciò, si volle scongiurare che a occuparsi di politica potessero essere solo appartenenti a classi particolarmente abbienti. Indubbiamente la cosa ha un senso, non a caso simili protezioni si riscontrano in quasi tutte le democrazie evolute.

Oggi, nell’epoca dell’incertezza, tale protezione appare in effetti anacronistica. Non viviamo più all’insegna del “sistemarsi”, la cosa vale per tutti, deve valere anche per i parlamentari. Infatti, il Governo Monti li ha aboliti nel 2012. Si, ci si accapiglia per abolire un Istituto già abolito da anni: nessun parlamentare eletto a partire dal 2012 percepirà alcun vitalizio.

Ma allora di cosa si parla? La zuffa riguarda i vitalizi maturati prima del 2012. La legge passata alla Camera e in discussione al Senato, riguarda un ricalcolo su base perlopiù contributiva delle pensioni maturate prima del 2012. Insomma, di fatto, riguarda una forma di retroattività dell’abolizione del vitalizio con conseguente eliminazione di un “diritto acquisito”.

Ma le leggi italiane non possono avere valore retroattivo, proprio per salvaguardare i cosiddetti “diritti acquisiti”. Questa è la ragione per cui, ad esempio, la riforma del lavoro si applica solo sui nuovi contratti e non su quelli precedenti alla riforma stessa. Decidiamo di rinunciare al principio di salvaguardia dei diritti acquisiti? Io sarei anche d’accordo. Ma deve valere per tutti, non solo per i parlamentari. O no? In ogni caso vedremo, se passerà la legge anche al Senato, come si pronuncerà la Consulta in ordine alla costituzionalità (proprio per questa ragione, molto dubbia) della legge stessa.

C’è poi il tema del ricalcolo su base contributiva delle pensioni dei parlamentari. In linea di principio, è cosa giusta: la pensione deve essere proporzionata ai contributi versati e la sua entità non deve seguire altri calcoli astrusi e bizantinismi. Giusto. Ma, ancora una volta, questo principio deve valere solo per i parlamentari? Non sarebbe corretto ricalcolare su base contributiva tutte, dico tutte, le pensioni? Molti di quelli che oggi gridano il fatidico epiteto (vergogna!) ai parlamentari per la non corrispondenza tra i contributi versati e l’entità della pensione maturata, scoprirebbero di ricevere una pensione ben maggiore a quella che riceverebbero se calcolata su base contributiva. Sarebbe utilissimo che tutti rinunciassimo al “diritto acquisito” di una pensione superiore e non corrispondente ai contributi versati. Certo, ci sarebbero casi di pensioni così basse da non garantire la sopravvivenza. In questi casi dovrebbe intervenire lo Stato con un sussidio integrativo di sopravvivenza, ma almeno avremmo tutti la chiara percezione di quale pensione ci siamo guadagnati. E, forse, urleremo un po’ meno alla vergogna degli altri.

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